Malasanità e minacce agli operatori che denunciano carenze sanitarie

Spett. Rete L’ABUSO Human Rights Connect

Leggendo l’articolo “I danni collaterali del lockdown: ora l’impennata è di morti per tumori e infarti” non posso fare a meno di pensare ad alcune situazioni che conosco direttamente.

Lavoro nella sanità pubblica, ma ho il divieto, da parte della Amministrazione per la quale lavoro, di rilasciare interviste alla stampa in merito alla gestione della emergenza di questo periodo. Ho quindi scelto di inviare uno scritto a voi Associazione, chiedendo di rispettare per me l’anonimato per non incorrere in sanzioni disciplinari.

Non descriverò la gestione dei malati covid perché non mi sono occupata direttamente di questa realtà, pur avendo contatti con colleghi che, svolgendo turni in pronto soccorso, descrivevano una realtà surreale.

Vorrei invece riflettere, prendendo spunto dall’articolo apparso su Globalist.it, su “tutti gli altri”. Il lockdown che ha costretto tutto un paese a fermarsi, non ha considerato che questo “blocco” non ha congelato le altre patologie, i pazienti già in cura per altri disturbi non sono improvvisamente guariti! Tutte le altre visite sono state spostate “a data da destinarsi”, i medici di medicina generale non hanno più visitato praticamente nessuno se non telefonicamente (incorrendo, per i pazienti, nel difficilissimo compito di prendere la linea), così come sono state “congelate” tutte le indagini diagnostiche, necessarie anche per impostare terapie corrette. E il tempo passava.

Dire “state tutti a casa” non ha impedito, a chi invece si occupava di malati “non covid”, di dover prestare assistenza in condizioni davvero complicate, nella più completa solitudine e senza quei supporti di una normale attività medico/infermieristica.

Per alcuni mesi si è parlato solo di reparti covid e di Dpi (dispositivi di protezione individuale), peraltro arrivati inizialmente in quantitativi scarsissimi proprio per gli operatori sanitari. Era drammaticamente divertente vedere gente comune al supermercato indossare mascherine FFP3 e non avere nemmeno la mascherina chirurgica per gli operatori al lavoro in ospedale da cambiare ogni giorno. Inizialmente.

Poi si è passati all’opposto. Anche nei reparti, o soprattutto nelle strutture esterne, strutture in cui non si è verificato nemmeno un caso di infezione covid sia tra i pazienti, che tra gli operatori e tra i parenti degli operatori, e pur essendo l’Italia intera nella fase 3, permane una chiusura assoluta con il mondo esterno, quasi una sorta di sequestro di persona: non sono ancora possibili le visite dei parenti e nemmeno i permessi a casa.

E gli esami diagnostici? Gli ospedali stanno tentando di “smaltire” tutte le visite e gli esami disdetti in questi tre mesi. Per fare una tac encefalo (magari indispensabile per fare diagnosi)? Richiesta in aprile e appuntamento per settembre! Così come una visita neurologica ha un tempo di attesa di 5 mesi. Tutto rimandato e tutto senza certezze.

E le biopsie per mappare un certo tipo di tumore (raro) , che sono normalmente fatte solo in tre Centri in Italia? Come si fa se tutti e tre i centri non accettano tutt’ora prenotazioni? E quando la mappatura deve essere fatta ogni sei mesi? Quanti ne abbiamo già persi?

Occuparsi per tre mesi solo di una patologia ha “lasciato indietro” tutta una serie di pazienti già in carico, così come ha impedito di effettuare le indagini diagnostiche sia per quanto riguarda la prevenzione, sia per accertamenti di nuove patologie. Tutto “covid”.

È questa l’unica sanità possibile quando vi è una emergenza? E quali saranno i risvolti psicologici dovuti al lockdown? Riuscirà la sanità a farsene carico o sarà un lusso? Forse qualche riflessione andrebbe fatta.

Lettera firmata

COMUNICATO STAMPA – Covid19 la denuncia della sezione Human Rights Connect alle Regioni italiane

È stato notificato questa mattina dall’ufficio di Presidenza dell’avvocatura – sezione Human Rights della Rete L’ABUSO – un esposto denunzia indirizzato a tutte le Procure della Repubblica dei capoluoghi di provincia italiani, eccezionalmente alla sola Procura di Savona, per competenza territoriale dei fatti, di cui si chiede alle restanti Procure di verificarne le documentate omissioni emerse nel savonese.

Nella sintesi, secondo le accuse formulate, a fronte della circolare del Ministero della Salute “OGGETTO; Polmonite da nuovo coronavirus (2019 – nCoV) in Cina” emessa in data 22 gennaio 2020, nulla sarebbe stato attuato in primis per tutelare operatori sanitari e medici, da parte delle amministrazioni locali, che pur emettendo decreti regionali, nulla avrebbero fatto al fine di impedire lo spostamento di cittadini, verificare l’infettività degli stessi, favorendo deliberatamente la pandemia, attraverso i c. d. positivi asintomatici e, non sarebbe intervenuta per fornire strumenti di tutela, sia agli operatori (tra i quali si contano centinaia di decessi) che alla cittadinanza.

Nell’atto si cita come unico esempio positivo, quello del Governatore del Veneto Luca Zaia, che a fronte della pandemia ed in violazione alle linee guida – utilizzando il semplice buonsenso – è intervenuto facendo con macchinari acquistati autonomamente, tamponi a tutta la popolazione censendo gli infetti, limitando così la propagazione del virus.

Nel caso documentale della Regione Liguria (portato come esempio e di cui si chiede la verifica nelle altre Regioni della penisola) documentiamo casi di positività a fronte dei quali è stata imposta la quarantena al paziente, soltanto 10 – 15 giorni dopo l’accertata diagnosi, a fronte della quale non sarebbero stati forniti sollecitamente i c. d. kit per gli infettivi, permettendo così che questi non potessero isolare la propria immondizia, da quella comune.

Operatori sanitari delle R.S.A. ai quali non sarebbe stato effettuato il tampone, neppure a fronte della positività di colleghi e pazienti, con il conseguente risultato di produrre un numero di decessi (solo nelle R.S.A) quasi pari a quello della popolazione ordinaria.

Stessa cosa per chi tra la popolazione lamentava sintomi verosimilmente riferibili al covid19, ai quali molto spesso non è stato prestato alcun soccorso (malgrado alcuni fossero immunodepressi) o che dopo essere stati ricoverati con sintomi sospetti, sono stati dimessi senza mai effettuare il tampone, con diagnosi di semplice bronchite.

In data odierna – a tre mesi dall’inizio della pandemia – solo una minima parte della popolazione è stata sottoposta preventivamente al tampone e malgrado ciò, con un rischio altissimo per l’intera popolazione, nell’incapacità dell’esecutivo e delle amministrazioni locali di sostenere anche economicamente cittadini e aziende e, che come unica disastrosa soluzione hanno messo l’intero paese in quarantena senza poi intervenire, si parla di riapertura delle attività.

Un gesto incosciente, soprattutto alla luce del fatto che i c.d. positivi asintomatici mai censiti, finiscano per infettare a loro insaputa, quella parte di popolazione attualmente sfuggita al virus.

L’Ufficio di Presidenza

Coronavirus, la testimonianza di Veronica: “Ecco perché a Milano crescono i positivi”

Positiva al Covid, senza mai aver ricevuto un tampone. Veronica Rebricca ha lasciato questa testimonianza forte su YouTube il 9 aprile, per denunciare la cattiva gestione dell’emergenza in Lombardia. Oltre a non aver mai ricevuto un tampone, ma solo la diagnosi tramite sintomi, dopo 10 giorni dall’ultima telefonata in cui le era stata imposta la quarantena fino all’8 aprile, Veronica non ha più sentito nessuno. Il 5 aprile intanto le è tornata la febbre e oggi, a scopo cautelativo, ha scelto spontaneamente di restare ancora in isolamento, per altri 28 giorni, che scadranno il 9 maggio.

Sapevano tutto un mese prima: la circolare del Ministero che inchioda le Regioni

Era il 22 gennaio 2020, quando il Ministero della Salute diramava il comunicato stampa: “Questa mattina al Ministero della Salute si è riunita, presso l’Ufficio di Gabinetto, la task-force con compito di coordinare ogni iniziativa relativa al fenomeno coronavirus 2019-nCoV.

[…]Nella prima riunione è stato verificato che le strutture sanitarie competenti sono adeguatamente allertate a fronteggiare la situazione in strettissimo contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie.

È già attivo uno specifico canale sanitario per tutti i viaggiatori provenienti dalla città cinese di Wuhan. Si è convenuto, inoltre, di diramare ad istituzioni, enti e organizzazioni professionali interessati, una circolare predisposta dalla Direzione generale della prevenzione contenente indicazioni operative.

A conclusione dei lavori il ministro Speranza ha dichiarato: “Il Servizio Sanitario Nazionale è dotato di professionalità, competenze ed esperienze adeguate ad affrontare ogni evenienza. Stiamo seguendo con la massima attenzione, in stretto raccordo con le istituzioni internazionali, l’evolversi della situazione”.”

La circolare in questione, scaricabile (Circolare-MinSal-22-gennaio-2020-1), e inviata agli Assessorati alla Sanità delle Regioni (che disgraziatamente alla sanità son delegate) parlava chiaro:

“I casi sospetti di nCoV vanno visitati in un’area separata dagli altri pazienti e ospedalizzati in isolamento in un reparto di malattie infettive, possibilmente in una stanza singola, facendo loro indossare una mascherina chirurgica, se riescono a tollerarla. Il numero di operatori sanitari, di familiari e di visitatori ad un caso sospetto deve essere ridotto, e deve essere registrato. Il personale sanitario che accudisce tali casi dovrebbe, ove possibile, essere dedicato esclusivamente a questi pazienti per ridurre il rischio di trasmissione.

Per motivi precauzionali, si raccomanda che il personale sanitario, oltre ad adottare le misure standard di biosicurezza, applichi le precauzioni per prevenire la trasmissione per via aerea e per contatto. In particolare, dovrebbe indossare: mascherina e protezione facciale, camice impermeabile a maniche lunghe non sterile e guanti. Qualora siano necessarie procedure che possono generare aerosol, la mascherina dovrebbe essere di tipo FFP2. Dovrebbero essere utilizzati strumenti mono-uso e strumentazioni portatili (es. raggi X) per evitare di muovere il paziente. Se è necessario trasportare il paziente fuori dalla stanza di isolamento, usare percorsi predeterminati per minimizzare la possibile esposizione di personale sanitario, altri pazienti e visitatori. Qualora il paziente venga posto in isolamento domiciliare, sia il paziente che i familiari devono essere istruiti per applicare le precauzioni standard di biosicurezza, quelle per prevenire la trasmissione per aerosol e per contatto.”

Era il 22 gennaio. Un mese prima che, a Codogno, iniziasse l’incubo che stiamo ancora vivendo e che ci costa centinaia di morti al giorno – solo per considerare quelli ufficialmente censiti.

Non è davvero possibile non chiedersi cosa abbiano fatto le Regioni di quella circolare.

L’hanno letta e l’han riposta in un cassetto come una qualsiasi scartoffia burocratica?

Non l’hanno neppure letta?

L’hanno letta ma hanno deciso che si trattava di preoccupazioni eccessive del Ministero?

Forse per questo stanno chiedendo a gran voce lo scudo penale “per la classe dirigente che ha gestito l’emergenza”, come il nostro Toti qualche giorno fa?

https://www.lanuovasavona.it/2020/04/18/leggi-notizia/argomenti/news-1/articolo/sapevano-tutto-un-mese-prima-la-circolare-del-ministero-che-inchioda-le-regioni.html?fbclid=IwAR1MEkWKsK5SNcKFT5EWM4cVhikY8wNoWMI3umqqTFF80dG9q_fudiuYB38

Diffida al Sindaco di Savona Ilaria Caprioglio

In riferimento all’ordinanza emessa dal Sindaco di Savona Ilaria Caprioglio, la diffida ad adempiere inviata.

ATTO DI DIFFIDA AD ADEMPIERE

e

MESSA IN MORA

Il sottoscritto Francesco Zanardi, nato a Torino il 19 luglio 1970 e residente in Savona, via Giuria 3/28, in proprio ed in qualità di Presidente pro tempore dell’associazione Rete L’ABUSO Human Rights Connect, iscritta al registro nazionale “politiche sociali, terzo settore, immigrazione e pari opportunità” C.F. 92111440092, relativamente all’ordinanza firmata dal Sindaco di Savona Ilaria Caprioglio nella quale si vieta alla popolazione l’accesso a negozi, uffici, mezzi pubblici ecc. se non muniti di mascherine ecc.

DIFFIDA

Il Sindaco di SAVONA Ilaria Caprioglio affinché nell’immediato, massimo 12 ore dal ricevimento della presente, fornisca alla popolazione savonese – alla quale attualmente, a seguito dell’ordinanza, viene di fatto negato il diritto di accede ai più basilari servizi di prima necessità – tutti gli strumenti imposti nell’ordinanza N° 19 del 15/04/2020, affinché, la popolazione stessa non sia istigata e costretta per la sua stessa sopravvivenza, alla violazione delle norme in atto.

Francesco Zanardi

Presidente della Sezione Human Rights Connect della Rete L’ABUSO

Emergenza Coronavirus; Conte metta anche la sanità privata al servizio della collettività

È notizia di oggi che il Governo spagnolo, con un atto di grande responsabilità, ha requisito la Sanità privata rendendola disponibile alla collettività, sanità che in Italia, da sempre è finanziata con i soldi dei cittadini, a discapito di quella pubblica, oggi carente.

Lo stesso Governo spagnolo, anziché lasciare che si commerciassero a prezzi inaccessibili mascherine e altri beni di estrema necessità per i cittadini, i quali, al di là delle norme, nei fatti oggi non hanno possibilità di tutelarsi, ha chiesto alle aziende produttrici, di rendicontare entro 48 ore,

Un gesto di responsabilità cristiana lo si chiede anche a Papa Francesco, che oltre alla riapertura del chiese e alle preghiere, concretizzi gli aiuti, chiedendo in prima persona alle centinaia di cliniche private cattoliche sul territorio, di offrire servizi per la collettività.

Il Presidente della sezione Human Rights Connect – Rete L’ABUSO

Firma la petizione su Change.org

L’ONG Human Rights Connect nella crisi Coronavirus in supporto ai cittadini

Dalla data odierna 8 marzo 2020, l’Associazione Human Rights Connect rende noto che ha attivato un’unità di crisi al servizio dei cittadini, nell’intento di dare informazioni, al fine di evitare sia il panico che la troppa leggerezza riguardo l’infezione COVID 19, più comunemente conosciuta come Coronavirus.

La finalità sociale che ci siamo posti in questo momento, data sia la strumentalizzazione politica, sia la confusione che troppo spesso gli organi di stampa propongono, è quella di diventare un punto di riferimento dove poter attingere informazioni precise su come affrontare la crisi in corso.

L’associazione ha tra il suo staff persone sufficientemente competenti tra cui consulenti medici e legali che possono fare da filtro a notizie incorrette o imprecise spesso legate a strumentalizzazioni politiche o di vario genere, al fine di fornirvi una informazione attendibile e precisa.

Qui puoi DPCM_20200308.pdf.pdf in atto, per comprendere e rispettare l’attuale normativa.

Potete seguirci e restare aggiornati anche su Facebook 

L’Ufficio di Presidenza di Rete L’ABUSO HRC – ODV/ETS

Il Presidente

Di seguito le prime informazioni di base per tutelare se stessi e gli altri, fonte il MINISTERO DELLA SALUTE E DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ e il link dal quale poter attingere in tempo reale tutte le informazioni sanitarie disponibili al momento.

http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus

SAVONA: Non hanno minimamente intenzione di risarcire, nessun accordo tra la diocesi e le cinque vittime di don Giraudo

Persino un orologio fermo segna l’ora esatta due volte al giorno, a meno che non sia quello del duomo di Savona che, malgrado i proclami di papa Francesco, sembra incapace di restituire dignità a questa diocesi e alle vittime dei suoi preti pedofili e dei vescovi che li hanno favoriti.

Di Francesco Zanardi

Nel giugno scorso, dopo un tentativo di conciliazione avanzato da cinque vittime di pedofilia e concluso con una proposta indecente del vescovo di Savona Caloggero Marino – avrebbe voluto indennizzarle, per le violenze subite, con l’istituzione di un numero verde gestito dalla diocesi, e non avrebbe neppure dato l’opportunità alle vittime di avere un’occupazione – gli avvocati della Rete L’ABUSO, Elena Peruzzini e Francesca Rosso, hanno citato in giudizio la diocesi savonese.

La citazione si riferisce al caso del sacerdote Nello Giraudo e agli abusi da lui commessi con il favoreggiamento dei vescovi, dal 1980 al 2000 circa, anche se l’ultimo abuso commesso da Giraudo risale al 2005. In quest’ultimo caso la vittima sarebbe già stata risarcita nel 2012, dopo che Giraudo patteggiò una condanna a un anno e sei mesi, per le molestie inflitte al giovane scout, all’epoca dei fatti quindicenne.

Dall’indagine della procura di Savona condotta dal pubblico ministero Giovanni Battista Ferro, emerse che le coperture della chiesa a tutela del sacerdote iniziavano nel 1980, lo stesso anno in cui don Giraudo prende i voti e quando una mamma di Valleggia denuncia, all’allora vescovo di Savona Giulio Sanguineti, molestie sessuali sul proprio figlio.

In un batter d’occhio Giraudo viene spostato, a soli 15 km da Valleggia a Spotorno, in una parrocchia ancor più gremita di minori, dove produrrà altre vittime.

Negli anni novanta, oltre che in diocesi, anche a Spotorno, le tendenze pedofile del Giraudo erano diventate di dominio pubblico, al punto tale che la stessa parrocchia e il nuovo vescovo, Dante Lafranconi, visti i precedenti del prete, ben catalogati negli archivi diocesani, ritenne di doverlo trasferire in un’altra parrocchia. Lo nominò parroco di un piccolo paesino sulle alture di Finale Ligure (SV), Orco Feglino, lontano da occhi indiscreti, dove con la benedizione dello stesso vescovo che lo aveva trasferito, aprì una comunità per minorenni in difficoltà nella quale per circa un decennio proseguì indisturbato la sua missione pastorale in alternanza con le sue perversioni.

L’atteggiamento criminale dell’allora vescovo di Savona, Dante Lafranconi, non passò inosservato agli inquirenti, che nel 2012 ne chiesero il rinvio a giudizio. Lafranconi si salvò grazie alla prescrizione, alla quale, per suo diritto e soprattutto volendo chiarire la propria posizione, avrebbe potuto rinunciare. Ma non lo fece.

Il Giudice del tribunale di Savona Fiorenza Giorgi, sulla base della documentazione emersa dalle indagini della procura, se pur costretta ad archiviare in quanto il reato era estinto, lo fece con parole durissime nei confronti dell’allora vescovo;  “la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere  di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

Dopo la citazione in giudizio depositata dai legali della Rete L’ABUSO, passati i tempi tecnici durante i quali, soprattutto sulla base dei proclami del pontefice, ci si aspettava una concreta ed onesta presa di posizione delle diocesi proprio a consolidamento dei proclami, arriva la conferma che almeno a Savona, la linea resta quella negazionista ed irresponsabile, già consolidata dai predecessori del vescovo Caloggero Marino.

Per il difensore del sacerdote Nello Giraudo (l’avvocato Marco Russo) verrebbero messi in dubbio gli abusi perpetrati dal suo assistito e sosterrebbe che quanto affermato dal gip Fiorenza Giorgi nel decreto di archiviazione per il favoreggiamento alla pedofilia dell’ex vescovo Lafranconi,  nello specifico caso non siano supportate da alcun elemento di prova.

Ancor più incredibile la posizione della diocesi, che non solo non ha alcuna intenzione di risarcire il dovuto alle cinque vittime, ma il vescovo Caloggero Marino, quasi non rendendosi conto, o forse facendo finta, lamenta di non essere stato lui vescovo all’epoca, ignorando di essere nominato in quella citazione non come responsabile dell’accaduto, ma semplicemente in quanto Ordinario in carica, della diocesi savonese.

Ad irritare ulteriormente è la farsa, il colpo gobbo che la diocesi ha messo in atto per manipolare i fedeli, nel tentativo di voltare questa lunga e tanto vergognosa pagina di chiesa savonese. Apprendiamo infatti (vedi volantino) che il 19 prossimo, naturalmente a Savona, la diocesi ha organizzato un incontro nel quale, nel tentativo di rassicurare chi ancora manda i propri figli incoscientemente in parrocchia, verrà illustrato come la CEI abbia messo in atto delle linee guida a tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

Linee guida con le quali la chiesa da ad intendere che PREVEDE una tutela per i minori. In realtà non è rivolta a loro, ma semplicemente ad auto tutelarsi da eventuali “incidenti”, a fronte dei quali, però – come nel caso savonese e non solo – non PROVVEDE ad assumersi alcuna responsabilità o sostegno per le eventuali vittime, rinnegandole come in questo caso.

La linea criminale ed omissiva della chiesa cattolica emerge già dal pesantissimo report delle Nazioni Unite del 31 gennaio 2014, report al quale il Vaticano avrebbe dovuto rispondere entro il 1 settembre 2017, ma non lo ha ancora fatto oggi.

Lo stesso Motu proprio VOS ESTIS LUX MUNDI, recentemente emanato dal pontefice, come si può notare leggendolo, non prevede più alcuna indicazione o facoltà per i vescovi, di denunciare i crimini all’autorità giudiziaria, rendendo così ufficialmente la linea della chiesa, totalmente omissiva delle leggi civili.

Zanardi

BIBBIANO: Il report ONU del febbraio 2019 suggerirebbe doverosamente una Commissione Parlamentare d’Inchiesta, non una regionale sullo specifico caso. (video)

Il caso di Bibbiano, purtroppo triste e tutto drammaticamente vero, diventato però un oggetto di strumentalizzazione politica in quanto il problema esiste in tutta la penisola, ma si parla solo di Bibbiano.

Il Governo italiano, nelle sedute del 22 e 23 gennaio 2019 – dove la Rete L’ABUSO era presente in quanto depositaria di un suo report – è stato posto in esamina dalle Nazioni Unite per quanto riguarda la situazione dei minori nel nostro paese.

Il Comitato per i diritti dell’infanzia, ha prodotto un report, rilasciato nel febbraio scorso. Basta leggerlo per comprendere che il “problema Italia” va ben oltre Bibbiano.

Senza commentare ulteriormente, proponiamo il report Onu , tradotto in italiano e per chi volesse, le rispettive 2 sedute del gennaio scorso.

SAVONA: Rete L’ABUSO cita in giudizio la diocesi

Gli avvocati della Rete L’ABUSO, Elena Peruzzini (del Foro di Genova) e Francesca Rosso (del foro di Savona) , hanno depositato, pochi giorni fa, due delle cinque citazioni che chiamano in giudizio direttamente la diocesi di Savona, la cui omissività ha permesso che don Nello Giraudo (denunciato all’allora vescovo di Savona Giulio Sanguineti già lo stesso anno dell’ordinazione sacerdotale) continuasse per quasi 30 anni ad abusare dei minori a lui affidati.

I fatti emersero schiaccianti dall’indagine della Procura, e anche dal provvedimento di archiviazione per intervenuti termini di prescrizione emesso nel 2012 dal Gip di Savona, Fiorenza Giorgi, nei confronti dell’allora vescovo Dante Lafranconi, accusato di omissione.

Malgrado fosse nella facoltà del Lafranconi chiedere di ignorare la prescrizione e procedere, chiarendo la sua posizione di sostenuta innocenza,  preferì rinunciare a questo suo diritto.

Le parole del Gip nell’archiviazione furono durissime “la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere  di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

Nel giugno del 2017, insidiato a Savona il nuovo vescovo Calogero Marino – L’associazione Rete L’ABUSO che tutela le cinque vittime e che, eccezionalmente in questo processo, vede tra queste anche il suo Presidente e fondatore Francesco Zanardi – essendo in procinto di avviare un’azione legale, ritenne opportuno, per correttezza, tentare un accordo tra le parti con il neo vescovo di Savona.

Apparentemente i presupposti potevano anche esserci, ma la proposta della diocesi era  al limite della decenza: come indennizzo alle vittime proposero un numero verde per le segnalazioni, gestito però dalla chiesa e dove le vittime indennizzate non avrebbero neppure potuto lavorare.

Vista la mancanza di presupposti, l’onerosa decisione dell’Associazione, fu quella di avviare un processo civile.

La diocesi savonese, per le cinque vittime è citata in giudizio per un totale di quasi 5 milioni di euro, una cifra non decisa dall’Associazione né dalle vittime, ma dalle tabelle (in Italia quella del Lazio o della Lombardia) che sulla base del danno biologico diagnosticato da un esame peritale, ne regolano l’indennizzo.

Nello specifico caso il danno biologico è, purtroppo, per alcuni elevatissimo. Parliamo di ragazzini (3 dei 5) che all’epoca furono sottratti alle famiglie dai servizi sociali, poi affidati al Giraudo, che dedicò loro le sue “particolari” attenzioni sessuali.

A aumentare notevolmente il danno, questa volta su tutte e cinque le vittime, il mancato soccorso da parte della chiesa, che già all’epoca era ben consapevole delle tendenze pedolfile del prete e che intervenendo repentinamentre, avrebbe potuto quanto meno limitare il danno psicofisico.

Pochi giorni fa, terminate le sedute peritali e ottenuta l’entità del danno biologico, gli avvocati Elena Peruzzini, vice Presidente della Rete L’ABUSO e la collega Francesca Rosso, hanno notificato la citazione in giudizio, la cui prima udienza, è fissata per il 15 novembre 2019.

L’Ufficio di Presidenza

Rete L’ABUSO (sezione vittime)