Malasanità e minacce agli operatori che denunciano carenze sanitarie

Spett. Rete L’ABUSO Human Rights Connect

Leggendo l’articolo “I danni collaterali del lockdown: ora l’impennata è di morti per tumori e infarti” non posso fare a meno di pensare ad alcune situazioni che conosco direttamente.

Lavoro nella sanità pubblica, ma ho il divieto, da parte della Amministrazione per la quale lavoro, di rilasciare interviste alla stampa in merito alla gestione della emergenza di questo periodo. Ho quindi scelto di inviare uno scritto a voi Associazione, chiedendo di rispettare per me l’anonimato per non incorrere in sanzioni disciplinari.

Non descriverò la gestione dei malati covid perché non mi sono occupata direttamente di questa realtà, pur avendo contatti con colleghi che, svolgendo turni in pronto soccorso, descrivevano una realtà surreale.

Vorrei invece riflettere, prendendo spunto dall’articolo apparso su Globalist.it, su “tutti gli altri”. Il lockdown che ha costretto tutto un paese a fermarsi, non ha considerato che questo “blocco” non ha congelato le altre patologie, i pazienti già in cura per altri disturbi non sono improvvisamente guariti! Tutte le altre visite sono state spostate “a data da destinarsi”, i medici di medicina generale non hanno più visitato praticamente nessuno se non telefonicamente (incorrendo, per i pazienti, nel difficilissimo compito di prendere la linea), così come sono state “congelate” tutte le indagini diagnostiche, necessarie anche per impostare terapie corrette. E il tempo passava.

Dire “state tutti a casa” non ha impedito, a chi invece si occupava di malati “non covid”, di dover prestare assistenza in condizioni davvero complicate, nella più completa solitudine e senza quei supporti di una normale attività medico/infermieristica.

Per alcuni mesi si è parlato solo di reparti covid e di Dpi (dispositivi di protezione individuale), peraltro arrivati inizialmente in quantitativi scarsissimi proprio per gli operatori sanitari. Era drammaticamente divertente vedere gente comune al supermercato indossare mascherine FFP3 e non avere nemmeno la mascherina chirurgica per gli operatori al lavoro in ospedale da cambiare ogni giorno. Inizialmente.

Poi si è passati all’opposto. Anche nei reparti, o soprattutto nelle strutture esterne, strutture in cui non si è verificato nemmeno un caso di infezione covid sia tra i pazienti, che tra gli operatori e tra i parenti degli operatori, e pur essendo l’Italia intera nella fase 3, permane una chiusura assoluta con il mondo esterno, quasi una sorta di sequestro di persona: non sono ancora possibili le visite dei parenti e nemmeno i permessi a casa.

E gli esami diagnostici? Gli ospedali stanno tentando di “smaltire” tutte le visite e gli esami disdetti in questi tre mesi. Per fare una tac encefalo (magari indispensabile per fare diagnosi)? Richiesta in aprile e appuntamento per settembre! Così come una visita neurologica ha un tempo di attesa di 5 mesi. Tutto rimandato e tutto senza certezze.

E le biopsie per mappare un certo tipo di tumore (raro) , che sono normalmente fatte solo in tre Centri in Italia? Come si fa se tutti e tre i centri non accettano tutt’ora prenotazioni? E quando la mappatura deve essere fatta ogni sei mesi? Quanti ne abbiamo già persi?

Occuparsi per tre mesi solo di una patologia ha “lasciato indietro” tutta una serie di pazienti già in carico, così come ha impedito di effettuare le indagini diagnostiche sia per quanto riguarda la prevenzione, sia per accertamenti di nuove patologie. Tutto “covid”.

È questa l’unica sanità possibile quando vi è una emergenza? E quali saranno i risvolti psicologici dovuti al lockdown? Riuscirà la sanità a farsene carico o sarà un lusso? Forse qualche riflessione andrebbe fatta.

Lettera firmata

PERCHE’ PER LE VITTIME DI VIOLENZA DOMESTICA DURANTE LA QUARANTENA E’ PIU’ DIFFICILE TUTELARSI?

Deve subito chiarirsi che la diffusione di questa conversazione intercorsa – in forma di intervista – tra Francesco Zanardi, presidente di Rete l’Abuso H. R. C., ed uno dei legali consulenti dell’Associazione, l’avv. Mario Caligiuri del Foro di Roma, trae spunto da alcune segnalazioni giunte in questa difficilissima congiuntura di emergenza sanitaria da parte di donne vittime di violenza domestica, o di loro familiari e amici, alla ricerca di informazioni, se non di risposte protettive pure per i figli ancora piccoli.  

Si osserva che, in realtà, le richieste indirizzate dalle donne ai servizi territoriali, ai centri anti-violenza ed alle forze dell’ordine risultano decisamente più ridotte, se rapportate al periodo precedente la dichiarata emergenza sanitaria. Tale discrepanza deve farci riflettere.

Con questo intervento, a cui ne seguiranno altri, l’intendimento della Rete l’Abuso non è, nel modo più assoluto, quello di sostituirsi a quei presidi attivi sul territorio, tra cui i centri anti-violenza, che già hanno maturato qualificata esperienza a riguardo, bensì di contribuire sinergicamente con queste importanti realtà fornendo alle vittime, in modo esemplificato, alcune indicazioni essenziali, nei casi di maggiore criticità ed urgenza.   

Quanto viene riportato è frutto del confronto avvenuto spontaneamente da remoto, il cui scopo è di rafforzare quel processo di empowerment avviato da tempo da altre associazioni che hanno a tema il contrasto della violenza di genere, favorendo la decisione delle donne di voler uscire definitivamente da una relazione di intimità resasi intollerabile ed essere perciò sostenute, tutelate e protette unitamente ai propri figli, spesso in tenera età, senza tuttavia escludere le medesime problematiche che si registrano nelle relazioni omosessuali .

Seguita ad essere divulgato dai media, l’invito a chiamare il 1522, tuttavia non ci risulta che vi sia stata da parte del governo una risposta in tal senso adeguata, neppure con l’ultimo decreto, che ha omesso di considerare il prezioso contributo profuso dalle organizzazioni del terzo settore e dei centri antiviolenza, nonostante le presenti difficoltà e le scarsissime risorse finanziarie di cui dispongono.

Poco dopo il riconoscimento della pandemia provengono da ogni parte del mondo dati che dimostrano l’aumento esponenziale degli episodi di violenza domestica, fino alla perdita della vita della vittima e dei figli, alimentati sia dalla prossimità coabitativa imposta dai provvedimenti governativi che dall’imperversare della crisi economica. Questa preoccupante emersione ha indotto le Nazioni Unite a richiedere ai governi nazionali di intervenire per contrastare il drammatico aumento delle aggressioni realizzate all’interno delle pareti domestiche da uomini sulle proprie compagne e/o mogli in alcuni casi fino a provocarne la morte.  

D: La prima domanda che ti faccio è: come si spiega che a partire dalla prima decade dello scorso marzo, nonostante si registri l’aumento dei fatti di violenza intra familiare confrontati con il periodo precedente, corrisponda la consistente riduzione delle richieste di intervento delle donne che si rivolgono sia ai centri anti violenza che alle forze dell’ordine.

R: In effetti sembra un incredibile paradosso. Ma, invece, una risposta plausibile c’è e va ricercata nel maggior controllo che viene esercitato dal partner sulla donna maltrattata, favorito dalla condizione coabitativa imposta dalle attuali restrizioni; il che rende difficoltosa la possibilità sia di poter richiedere un supporto psicologico che rivolgersi ad un difensore per ottenere l’emanazione di misure protettive pure per i figli. Ho recentemente verificato che questo schiacciante contenimento di contatti esterni al perimetro della casa familiare risulti per la vittima ancor più afflittivo perché impedisce di potersi confidare o confrontare, per assumere non facili decisioni, costringendola a sommergere nella propria solitudine ogni sofferenza. Questi sono gravi pregiudizi che possono segnare permanentemente la vita delle donne e dei figli e costituiscono voce di danno risarcibile. Ed è in questa cornice che andrebbe ricentralizza la prevalente necessità di spezzare il circuito della violenza ed impedire che i bambini continuino ad assistere ai maltrattamenti agiti dal padre sulla madre divenendo essi stessi vittime.

D: In un recente nostro colloquio lamentavi della mancanza di risposte da parte dell’autorità giudiziaria in una vicenda, mi pare, sovrapponibile a quanto hai appena detto, dove però, se non sbaglio, la vittima era riuscita a contattarti.

R: Si, la richiesta di assistenza legale in realtà è giunta grazie all’interposizione di una amica della donna. In questo caso, che definirei peculiare, la critica vada indirizzata alla procura territoriale, la quale nonostante la compresenza di significativi indicatori di pericolosità del partner – estensibile anche ai figli – messi in luce dal racconto della donna e dagli elementi di prova allegati, non ha emesso alcun provvedimento di allontanamento verso l’assalitore. Va fatto notare che le vittime di violenza domestica, in maggioranza, manifestano disturbi legati alla cosiddetta sindrome postraumatica, i quali si verificano sul piano fisico, psichico e psicosomatico.

D: Come lo spieghi?

R: Posso fare solo delle supposizioni, perché in base all’attuale fase delle indagini, stante il segreto investigativo imposto, non è consentito l’accesso al fascicolo per cui si è potuto conoscere solo sia il nominativo del P.M. titolare che i reati attribuiti ipoteticamente al maltrattante. Penso che al P.M. sia sfuggita la particolare pericolosità dell’uomo indagato, nonostante gli siano stati forniti importanti elementi per identificarla. Accade, anche nei casi di conclamata responsabilità, che l’uomo con la sua autodifesa tenti, suggestivamente, di negare o offuscare la violenza agita stravolgendo la realtà e riconduca la sua condotta criminosa e reiterata ad effetti reattivi di gelosia, o di senso di perdita frutto di un’altra relazione, tra la convivente ed il nuovo partner, che molto spesso è del tutto immaginaria, o ininfluente, sull’indisponibilità della donna a voler portare avanti la relazione.Ma ripeto è un  ipotesi.

Questo si coniuga con l’atteggiamento minimizzante esternalizzato dal maschile. L’uomo manifesta da subito, a partire dal proprio difensore, un impulso al contempo negazionista e manipolatorio, attraverso un richiamo compassionevole, come accade in chi ha consolidate difficoltà a controllare la rabbia, che si traduce nel ritenere che i propri scatti d’ira, sino all’aggressione fisica, oggetto del procedimento, dipendano esclusivamente dagli altri.

Ma, al di là del caso specifico, basando il ragionamento sulla prevenzione, si tratta di comprendere che la violenza sulle donne è prima di tutto un problema degli uomini, Questo significa spostare l’attenzione dalle vittime agli autori, a quella «questione maschile» che tutta la violenza di genere sottende. Ed è, infatti, acquisizione sempre più diffusa che la violenza di genere non possa essere rubricata semplicemente come un problema delle donne e chiami in causa gli uomini.

Soffermandosi ancora sull’impatto sociale della prevenzione, sia primaria (attività di carattere culturale e formativo mirate ad evitare che si producano episodi di violenza) che secondaria (sostegno psicologico e legale alle vittime per evitare che si reiterino episodi di violenza di genere e/o assistita), credo che la questione debba essere ricentralizzata riguardo agli interventi sugli uomini – così detti – maltrattanti dando continuità ai progetti o avviandone di nuovi, il che risulta ingiustificatamente arenato da parte delle istituzioni sul versante dell’ investimento economico.

Si promulgano le leggi, che contemplano espressamente che per rendere efficiente la prevenzione occorre intervenire sugli uomini autori di violenza, senza, tuttavia, predisporne le necessarie condizioni, soprattutto quelle degli stanziamenti, del tutto disattese dalle istituzioni. Deve farsi notare che il c.d. Codice Rosso,   interviene sul codice di procedura penale al fine di velocizzare l’instaurazione del procedimento penale e, conseguentemente, accelerare l’eventuale adozione di provvedimenti di protezione delle vittime i quali però, senza voler assolutizzare,  spesso non vengono emessi. Questa posizione, in buona sostanza, come nel caso accennato, equivale a dover accettare l’esposizione della donna ad un rischio molto elevato soprattutto in questa difficile congiuntura.

D: Cosa si può fare.

Le attuali misure, fortemente restrittive della libertà di movimento a tutela della salute pubblica, non devono scoraggiare le donne dal comunicare all’esterno della casa familiare quanto loro accade. Va, pertanto, diffusa la consapevolezza che lo stato di necessità permette loro, anche a tutela dei figli che ne sono coinvolti, oltre che richiedere l’intervento delle forze dell’ordine, potersi allontanare dalla propria abitazione per recarsi presso una struttura ospedaliera per farsi refertare, oppure presso il centro antiviolenza, ovvero il commissariato o la stazione dei carabinieri più vicini, oppure da un legale per sporgere querela.

Conferma quanto appena detto la lettura dell’art. 54 del codice penale, ove risulta che “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”.

Sempre sul crinale della tutela, va fatto rientrare il diritto della vittima di far constatare al personale medico operante la condizione stressogena conseguente agli abusi subiti come: stati d’ansia, di confusione, attacchi di panico, i quali devono essere refertati e ricondotti all’assalitore. Non va trascurato che i maltrattamenti contro familiari e conviventi sono procedibili d’ufficio e ledono i diritti fondamentali costituzionalmente riconosciuti a qualunque persona e sono annoverati tra quelli per cui il sanitario ha obbligo di riferire all’autorità giudiziaria entro 48 h, presupponendo un collegamento funzionale fra il comportamento dell’aguzzino perseguibile d’ufficio e l’intervento del medico, bastando a tal fine il solo sospetto che il delitto in questione sia stato commesso.

Ai fini dimostrativi della responsabilità penale dell’abusante, data l’importanza del referto, non solo per i casi di violenza fisica, ma anche per quelli di violenza psicologica, per la chiarezza della norma, è utile leggerla così come dispone l’art. 334 c.p.p : “1.Chi ha l’obbligo del referto deve farlo pervenire entro quarantotto ore o, se vi è pericolo nel ritardo, immediatamente al pubblico ministero o a qualsiasi ufficiale di polizia giudiziaria del luogo in cui ha prestato la propria opera o assistenza ovvero, in loro mancanza, all’ufficiale di polizia giudiziaria più vicino. 2.Il referto indica la persona alla quale è stata prestata assistenza e, se è possibile, le sue generalità, il luogo dove si trova attualmente e quanto altro valga a identificarla nonché il luogo, il tempo e le altre circostanze dell’intervento; dà inoltre le notizie che servono a stabilire le circostanze del fatto, i mezzi con i quali è stato commesso e gli effetti che ha causato o può causare. 3.Se più persone hanno prestato la loro assistenza nella medesima occasione, sono tutte obbligate al referto, con facoltà di redigere e sottoscrivere un unico atto”. 

Per completare questo colloquio mi pare sia utile considerare la previsione dell’art. 13 del Codice Deontologico degli Psicologi che permette di bilanciare la funzione di cura del terapeuta e gli obblighi informativi nei confronti dei terzi, che vorrei leggere : “Nel caso di obbligo di referto o di obbligo di denuncia, lo psicologo limita allo stretto necessario il riferimento di quanto appreso in ragione del proprio rapporto professionale, ai fini della tutela psicologica del soggetto. Negli altri casi, valuta con attenzione la necessità di derogare totalmente o parzialmente alla propria doverosa riservatezza, qualora si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi”.  

Bisogna fornire all’ autorità giudiziaria tutti gli elementi utili – i quali vanno accuratamente pesati più che contati –  che diano fondamento alla notizia di reato e pretendere l’urgente emissione di misure in grado di proteggere effettivamente  la vittima, prima, durante e dopo l’avvio del  procedimento. A tal fine è indispensabile predisporre e rafforzare attentamente ogni aspetto dimostrativo della pericolosità dell’assalitore, ma prima, sottolineo prima, che i comportamenti giungano alla violenza fisica o a ben più tragiche conseguenze.

Per queste ragioni mi sono soffermato sull’importanza, spesso decisiva, del referto e dell’apporto che il medico e lo psicologo sono tenuti a dare, ma, insisto, sempre prima che i reati oggetto di querela possano giungere ad esiti drammatici, come spesso purtroppo accade. Si registra, purtroppo con una certa frequenza, che le violenze perpetrate riferite alle forze dell’ordine non sono adeguatamente  interpretate per allontanare con la dovuta urgenza l’autore delle condotte illecite. Ed è proprio questa chiave di lettura che costituisce una pericolosa barriera alla realizzazione della prevenzione.

Il sistema normativo vigente dispone di tutte le misure di prevenzione attuabili tempestivamente. In sede penale con l’art. 384 bis c.p.p. che prevede: l’arresto in flagranza, l’ordine di allontanamento urgente dalla casa familiare, anche per minacce gravi e/o lesioni volontarie, anche lievissime, rispetto alle quali è necessario sporgere querela, e misure cautelari specifiche. In sede civile con l’art. 342 bis c.p.c. ove sono previsti: gli ordini di protezione contro gli abusi sopra menzionati , consentendo un’adeguata tutela,   sia dell’ incolumità della donna che quella  dei figli minorenni che eviterebbero di dover fuggire dalla propria abitazione per mettersi al riparo dall’uomo. Peraltro, i provvedimenti a tutela dei figli possono essere emessi, in caso in cui l’urgenza sia tale da non ammettere eventuali dilazioni di tempo e vi sia il rischio di eventuali ripercussioni lesive nei confronti degli stessi, anche senza il preventivo intervento della controparte.

   Avv. Mario Caligiuri

COMUNICATO STAMPA – Covid19 la denuncia della sezione Human Rights Connect alle Regioni italiane

È stato notificato questa mattina dall’ufficio di Presidenza dell’avvocatura – sezione Human Rights della Rete L’ABUSO – un esposto denunzia indirizzato a tutte le Procure della Repubblica dei capoluoghi di provincia italiani, eccezionalmente alla sola Procura di Savona, per competenza territoriale dei fatti, di cui si chiede alle restanti Procure di verificarne le documentate omissioni emerse nel savonese.

Nella sintesi, secondo le accuse formulate, a fronte della circolare del Ministero della Salute “OGGETTO; Polmonite da nuovo coronavirus (2019 – nCoV) in Cina” emessa in data 22 gennaio 2020, nulla sarebbe stato attuato in primis per tutelare operatori sanitari e medici, da parte delle amministrazioni locali, che pur emettendo decreti regionali, nulla avrebbero fatto al fine di impedire lo spostamento di cittadini, verificare l’infettività degli stessi, favorendo deliberatamente la pandemia, attraverso i c. d. positivi asintomatici e, non sarebbe intervenuta per fornire strumenti di tutela, sia agli operatori (tra i quali si contano centinaia di decessi) che alla cittadinanza.

Nell’atto si cita come unico esempio positivo, quello del Governatore del Veneto Luca Zaia, che a fronte della pandemia ed in violazione alle linee guida – utilizzando il semplice buonsenso – è intervenuto facendo con macchinari acquistati autonomamente, tamponi a tutta la popolazione censendo gli infetti, limitando così la propagazione del virus.

Nel caso documentale della Regione Liguria (portato come esempio e di cui si chiede la verifica nelle altre Regioni della penisola) documentiamo casi di positività a fronte dei quali è stata imposta la quarantena al paziente, soltanto 10 – 15 giorni dopo l’accertata diagnosi, a fronte della quale non sarebbero stati forniti sollecitamente i c. d. kit per gli infettivi, permettendo così che questi non potessero isolare la propria immondizia, da quella comune.

Operatori sanitari delle R.S.A. ai quali non sarebbe stato effettuato il tampone, neppure a fronte della positività di colleghi e pazienti, con il conseguente risultato di produrre un numero di decessi (solo nelle R.S.A) quasi pari a quello della popolazione ordinaria.

Stessa cosa per chi tra la popolazione lamentava sintomi verosimilmente riferibili al covid19, ai quali molto spesso non è stato prestato alcun soccorso (malgrado alcuni fossero immunodepressi) o che dopo essere stati ricoverati con sintomi sospetti, sono stati dimessi senza mai effettuare il tampone, con diagnosi di semplice bronchite.

In data odierna – a tre mesi dall’inizio della pandemia – solo una minima parte della popolazione è stata sottoposta preventivamente al tampone e malgrado ciò, con un rischio altissimo per l’intera popolazione, nell’incapacità dell’esecutivo e delle amministrazioni locali di sostenere anche economicamente cittadini e aziende e, che come unica disastrosa soluzione hanno messo l’intero paese in quarantena senza poi intervenire, si parla di riapertura delle attività.

Un gesto incosciente, soprattutto alla luce del fatto che i c.d. positivi asintomatici mai censiti, finiscano per infettare a loro insaputa, quella parte di popolazione attualmente sfuggita al virus.

L’Ufficio di Presidenza

Coronavirus, la testimonianza di Veronica: “Ecco perché a Milano crescono i positivi”

Positiva al Covid, senza mai aver ricevuto un tampone. Veronica Rebricca ha lasciato questa testimonianza forte su YouTube il 9 aprile, per denunciare la cattiva gestione dell’emergenza in Lombardia. Oltre a non aver mai ricevuto un tampone, ma solo la diagnosi tramite sintomi, dopo 10 giorni dall’ultima telefonata in cui le era stata imposta la quarantena fino all’8 aprile, Veronica non ha più sentito nessuno. Il 5 aprile intanto le è tornata la febbre e oggi, a scopo cautelativo, ha scelto spontaneamente di restare ancora in isolamento, per altri 28 giorni, che scadranno il 9 maggio.

Sapevano tutto un mese prima: la circolare del Ministero che inchioda le Regioni

Era il 22 gennaio 2020, quando il Ministero della Salute diramava il comunicato stampa: “Questa mattina al Ministero della Salute si è riunita, presso l’Ufficio di Gabinetto, la task-force con compito di coordinare ogni iniziativa relativa al fenomeno coronavirus 2019-nCoV.

[…]Nella prima riunione è stato verificato che le strutture sanitarie competenti sono adeguatamente allertate a fronteggiare la situazione in strettissimo contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie.

È già attivo uno specifico canale sanitario per tutti i viaggiatori provenienti dalla città cinese di Wuhan. Si è convenuto, inoltre, di diramare ad istituzioni, enti e organizzazioni professionali interessati, una circolare predisposta dalla Direzione generale della prevenzione contenente indicazioni operative.

A conclusione dei lavori il ministro Speranza ha dichiarato: “Il Servizio Sanitario Nazionale è dotato di professionalità, competenze ed esperienze adeguate ad affrontare ogni evenienza. Stiamo seguendo con la massima attenzione, in stretto raccordo con le istituzioni internazionali, l’evolversi della situazione”.”

La circolare in questione, scaricabile (Circolare-MinSal-22-gennaio-2020-1), e inviata agli Assessorati alla Sanità delle Regioni (che disgraziatamente alla sanità son delegate) parlava chiaro:

“I casi sospetti di nCoV vanno visitati in un’area separata dagli altri pazienti e ospedalizzati in isolamento in un reparto di malattie infettive, possibilmente in una stanza singola, facendo loro indossare una mascherina chirurgica, se riescono a tollerarla. Il numero di operatori sanitari, di familiari e di visitatori ad un caso sospetto deve essere ridotto, e deve essere registrato. Il personale sanitario che accudisce tali casi dovrebbe, ove possibile, essere dedicato esclusivamente a questi pazienti per ridurre il rischio di trasmissione.

Per motivi precauzionali, si raccomanda che il personale sanitario, oltre ad adottare le misure standard di biosicurezza, applichi le precauzioni per prevenire la trasmissione per via aerea e per contatto. In particolare, dovrebbe indossare: mascherina e protezione facciale, camice impermeabile a maniche lunghe non sterile e guanti. Qualora siano necessarie procedure che possono generare aerosol, la mascherina dovrebbe essere di tipo FFP2. Dovrebbero essere utilizzati strumenti mono-uso e strumentazioni portatili (es. raggi X) per evitare di muovere il paziente. Se è necessario trasportare il paziente fuori dalla stanza di isolamento, usare percorsi predeterminati per minimizzare la possibile esposizione di personale sanitario, altri pazienti e visitatori. Qualora il paziente venga posto in isolamento domiciliare, sia il paziente che i familiari devono essere istruiti per applicare le precauzioni standard di biosicurezza, quelle per prevenire la trasmissione per aerosol e per contatto.”

Era il 22 gennaio. Un mese prima che, a Codogno, iniziasse l’incubo che stiamo ancora vivendo e che ci costa centinaia di morti al giorno – solo per considerare quelli ufficialmente censiti.

Non è davvero possibile non chiedersi cosa abbiano fatto le Regioni di quella circolare.

L’hanno letta e l’han riposta in un cassetto come una qualsiasi scartoffia burocratica?

Non l’hanno neppure letta?

L’hanno letta ma hanno deciso che si trattava di preoccupazioni eccessive del Ministero?

Forse per questo stanno chiedendo a gran voce lo scudo penale “per la classe dirigente che ha gestito l’emergenza”, come il nostro Toti qualche giorno fa?

https://www.lanuovasavona.it/2020/04/18/leggi-notizia/argomenti/news-1/articolo/sapevano-tutto-un-mese-prima-la-circolare-del-ministero-che-inchioda-le-regioni.html?fbclid=IwAR1MEkWKsK5SNcKFT5EWM4cVhikY8wNoWMI3umqqTFF80dG9q_fudiuYB38

Diffida al Sindaco di Savona Ilaria Caprioglio

In riferimento all’ordinanza emessa dal Sindaco di Savona Ilaria Caprioglio, la diffida ad adempiere inviata.

ATTO DI DIFFIDA AD ADEMPIERE

e

MESSA IN MORA

Il sottoscritto Francesco Zanardi, nato a Torino il 19 luglio 1970 e residente in Savona, via Giuria 3/28, in proprio ed in qualità di Presidente pro tempore dell’associazione Rete L’ABUSO Human Rights Connect, iscritta al registro nazionale “politiche sociali, terzo settore, immigrazione e pari opportunità” C.F. 92111440092, relativamente all’ordinanza firmata dal Sindaco di Savona Ilaria Caprioglio nella quale si vieta alla popolazione l’accesso a negozi, uffici, mezzi pubblici ecc. se non muniti di mascherine ecc.

DIFFIDA

Il Sindaco di SAVONA Ilaria Caprioglio affinché nell’immediato, massimo 12 ore dal ricevimento della presente, fornisca alla popolazione savonese – alla quale attualmente, a seguito dell’ordinanza, viene di fatto negato il diritto di accede ai più basilari servizi di prima necessità – tutti gli strumenti imposti nell’ordinanza N° 19 del 15/04/2020, affinché, la popolazione stessa non sia istigata e costretta per la sua stessa sopravvivenza, alla violazione delle norme in atto.

Francesco Zanardi

Presidente della Sezione Human Rights Connect della Rete L’ABUSO

Emergenza Coronavirus; Conte metta anche la sanità privata al servizio della collettività

È notizia di oggi che il Governo spagnolo, con un atto di grande responsabilità, ha requisito la Sanità privata rendendola disponibile alla collettività, sanità che in Italia, da sempre è finanziata con i soldi dei cittadini, a discapito di quella pubblica, oggi carente.

Lo stesso Governo spagnolo, anziché lasciare che si commerciassero a prezzi inaccessibili mascherine e altri beni di estrema necessità per i cittadini, i quali, al di là delle norme, nei fatti oggi non hanno possibilità di tutelarsi, ha chiesto alle aziende produttrici, di rendicontare entro 48 ore,

Un gesto di responsabilità cristiana lo si chiede anche a Papa Francesco, che oltre alla riapertura del chiese e alle preghiere, concretizzi gli aiuti, chiedendo in prima persona alle centinaia di cliniche private cattoliche sul territorio, di offrire servizi per la collettività.

Il Presidente della sezione Human Rights Connect – Rete L’ABUSO

Firma la petizione su Change.org

COVID 19, i dati aggiornati in tempo reale dall’OMS, l’Italia la più colpita perché indisciplinata

11.700 casi in Europa di cui quasi 6.000 solo in Italia, perché abbiamo preso troppo alla leggera la crisi. L’appello è di limitare il più possibile gli spostamenti e stare in casa, fuggendo non si evita il contagio ma si rischia di contagiare altri o essere contagiati.

Di seguito i link di riferimento per restare aggiornati.

Qui potete trovare il link alla pagina dell’OMS aggiornata in tempo reale con dati riferiti alla Regione Europa.

Il gateway europeo di informazione sanitaria e il pdf dell’ultimo rapporto n° 48 aggiornato a ieri sera con i dati da tutto il globo.

Il coronavirus spiegato ai bambini dai bambini

“No, non è Halloween, non è più carnevale, e nemmeno una festa in maschera. E allora perché non siamo andati a scuola?” Si chiede un bambino, togliendosi una mascherina che tutti ormai abbiamo imparato a conoscere in questi giorni. Forse anche ai tuoi figli sarà sembrata una po’ una vacanza inaspettata. Almeno, la prima settimana. Ma poi lo stop alle lezioni è stato prolungato, niente sport o attività pomeridiane, mentre le strade della vostra città si svuotavano. E allora, magari, un po’ di paura hanno iniziato a provarla anche loro.

 

L’ONG Human Rights Connect nella crisi Coronavirus in supporto ai cittadini

Dalla data odierna 8 marzo 2020, l’Associazione Human Rights Connect rende noto che ha attivato un’unità di crisi al servizio dei cittadini, nell’intento di dare informazioni, al fine di evitare sia il panico che la troppa leggerezza riguardo l’infezione COVID 19, più comunemente conosciuta come Coronavirus.

La finalità sociale che ci siamo posti in questo momento, data sia la strumentalizzazione politica, sia la confusione che troppo spesso gli organi di stampa propongono, è quella di diventare un punto di riferimento dove poter attingere informazioni precise su come affrontare la crisi in corso.

L’associazione ha tra il suo staff persone sufficientemente competenti tra cui consulenti medici e legali che possono fare da filtro a notizie incorrette o imprecise spesso legate a strumentalizzazioni politiche o di vario genere, al fine di fornirvi una informazione attendibile e precisa.

Qui puoi DPCM_20200308.pdf.pdf in atto, per comprendere e rispettare l’attuale normativa.

Potete seguirci e restare aggiornati anche su Facebook 

L’Ufficio di Presidenza di Rete L’ABUSO HRC – ODV/ETS

Il Presidente

Di seguito le prime informazioni di base per tutelare se stessi e gli altri, fonte il MINISTERO DELLA SALUTE E DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ e il link dal quale poter attingere in tempo reale tutte le informazioni sanitarie disponibili al momento.

http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus