Malasanità e minacce agli operatori che denunciano carenze sanitarie

Spett. Rete L’ABUSO Human Rights Connect

Leggendo l’articolo “I danni collaterali del lockdown: ora l’impennata è di morti per tumori e infarti” non posso fare a meno di pensare ad alcune situazioni che conosco direttamente.

Lavoro nella sanità pubblica, ma ho il divieto, da parte della Amministrazione per la quale lavoro, di rilasciare interviste alla stampa in merito alla gestione della emergenza di questo periodo. Ho quindi scelto di inviare uno scritto a voi Associazione, chiedendo di rispettare per me l’anonimato per non incorrere in sanzioni disciplinari.

Non descriverò la gestione dei malati covid perché non mi sono occupata direttamente di questa realtà, pur avendo contatti con colleghi che, svolgendo turni in pronto soccorso, descrivevano una realtà surreale.

Vorrei invece riflettere, prendendo spunto dall’articolo apparso su Globalist.it, su “tutti gli altri”. Il lockdown che ha costretto tutto un paese a fermarsi, non ha considerato che questo “blocco” non ha congelato le altre patologie, i pazienti già in cura per altri disturbi non sono improvvisamente guariti! Tutte le altre visite sono state spostate “a data da destinarsi”, i medici di medicina generale non hanno più visitato praticamente nessuno se non telefonicamente (incorrendo, per i pazienti, nel difficilissimo compito di prendere la linea), così come sono state “congelate” tutte le indagini diagnostiche, necessarie anche per impostare terapie corrette. E il tempo passava.

Dire “state tutti a casa” non ha impedito, a chi invece si occupava di malati “non covid”, di dover prestare assistenza in condizioni davvero complicate, nella più completa solitudine e senza quei supporti di una normale attività medico/infermieristica.

Per alcuni mesi si è parlato solo di reparti covid e di Dpi (dispositivi di protezione individuale), peraltro arrivati inizialmente in quantitativi scarsissimi proprio per gli operatori sanitari. Era drammaticamente divertente vedere gente comune al supermercato indossare mascherine FFP3 e non avere nemmeno la mascherina chirurgica per gli operatori al lavoro in ospedale da cambiare ogni giorno. Inizialmente.

Poi si è passati all’opposto. Anche nei reparti, o soprattutto nelle strutture esterne, strutture in cui non si è verificato nemmeno un caso di infezione covid sia tra i pazienti, che tra gli operatori e tra i parenti degli operatori, e pur essendo l’Italia intera nella fase 3, permane una chiusura assoluta con il mondo esterno, quasi una sorta di sequestro di persona: non sono ancora possibili le visite dei parenti e nemmeno i permessi a casa.

E gli esami diagnostici? Gli ospedali stanno tentando di “smaltire” tutte le visite e gli esami disdetti in questi tre mesi. Per fare una tac encefalo (magari indispensabile per fare diagnosi)? Richiesta in aprile e appuntamento per settembre! Così come una visita neurologica ha un tempo di attesa di 5 mesi. Tutto rimandato e tutto senza certezze.

E le biopsie per mappare un certo tipo di tumore (raro) , che sono normalmente fatte solo in tre Centri in Italia? Come si fa se tutti e tre i centri non accettano tutt’ora prenotazioni? E quando la mappatura deve essere fatta ogni sei mesi? Quanti ne abbiamo già persi?

Occuparsi per tre mesi solo di una patologia ha “lasciato indietro” tutta una serie di pazienti già in carico, così come ha impedito di effettuare le indagini diagnostiche sia per quanto riguarda la prevenzione, sia per accertamenti di nuove patologie. Tutto “covid”.

È questa l’unica sanità possibile quando vi è una emergenza? E quali saranno i risvolti psicologici dovuti al lockdown? Riuscirà la sanità a farsene carico o sarà un lusso? Forse qualche riflessione andrebbe fatta.

Lettera firmata