Quel tacito accordo tra lo Stato e la Chiesa che garantisce l’impunita dal carcere ai sacerdoti Cattolici

Ginevra 7 febbraio 2019; “Il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana”.

di Francesco Zanardi

Queste non sono parole nostre ma dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, più precisamente quelle contenute nelle raccomandazioni del 7 febbraio scorso (punto 21 del report) che il Comitato per i diritti del fanciullo contesta all’Italia – in questo caso – nei confronti della Giustizia italiana, ma che proseguono, nello stesso documento, anche nei confronti del Governo italiano inadempiente e connivente, a danno di cittadini minorenni italiani “sacrificati al clero” per mero rapporto diplomatico, con uno stato estero, leader nel mondo per la pedofilia: il Vaticano.

Quanto vi racconterò è stato ampiamente documentato e confermato anche da due giornalisti d’inchiesta, Emanuela Provera e Federico Tulli, che ne hanno fatto persino un libro “Giustizia divina” (editore-Chiarelettere)

Tutto ha inizio nell’anno 2014, quando, dopo quattro anni di attività dell’allora neonata Associazione Rete L’ABUSO, iniziano ad arrivare i documenti dei vari casi penali che l’associazione stava seguendo in tutta Italia.

Iniziai a notare, in diversi  provvedimenti cautelari delle varie Procure della Repubblica della nostra penisola, che sacerdoti indagati, e costretti ai domiciliari, all’epoca molti di loro finivano in cinque strutture, sparse da nord a sud dell’Italia.  Malgrado avessi notato questa cosa, allora non arrivai a nulla di preciso.

Ma nel novembre  del 2016, in piena notte e preso dall’euforia, mi chiama il collega dell’associazione veronese degli ex allievi sordi, abusati nell’istituto cattolico Antonio Provolo di Verona. Mi comunica che don Nicola Corradi (un prete pedofilo fuggito da Verona nel 1970) è stato arrestato a Mendoza (Argentina). Con lui altre tre persone.

Il collega mi chiede aiuto, hanno trenta anni di carte delle presunte vittime (un centinaio di bambini sordi, oggi adulti, che non hanno mai ottenuto giustizia), dei 27 tra sacerdoti e fratelli laici accusati di abusi nel Provolo di Verona, un infinito carteggio tra loro e la diocesi… ma in quella marea di documenti prodotti, non sapevano da dove partire.

Il faldone era effettivamente enorme e per me incomprensibile, non conoscevo neppure bene i fatti, né i personaggi. Decisi allora di fare una prima cernita, eliminando tutta la documentazione relativa a sacerdoti deceduti, e altri dati in quel momento non rilevati o incomprensibili, che poi rividi successivamente in un contesto più chiaro.

Fu proprio durante quella selezione che ad un certo punto arrivai a don Giuseppe Pernigotti. Mi cadde l’occhio su di lui perché l’Istituto Provolo è una Congregazione di Diritto Pontificio e le congregazionei, in genere, anche quando li trasferiscono, mantengono sempre i sacerdoti al loro interno. Don Pernigotti invece no. Era, a mio avviso stranamente, a Fabrica (VI). Ritenni di dover approfondire.

Cercai su internet e… tombola, al primo colpo scopro che don Pernigotti è il Presidente della FIAS (Federazione italiana assistenza sacerdoti) e mentre navigo nel sito, capito sulle strutture di assistenza FIAS. Mi venne un colpo, erano le stesse strutture che mi ritornavano nei documenti delle varie Procure italiane, le stesse alle quali venivano affidati ai domiciliari i sacerdoti indagati. (Dato confermato dai responsabili delle strutture e contenuto nel libro-inchiesta Giustizia divina)

Decido che la questione debba essere approfondita, ma non so come: un’indagine simile è molto dispendiosa, la Rete L’ABUSO non ha i mezzi.

Passo qualche settimana, incrociando i dati che acquisivo, erano tutti collegati, ma non capivo, finchè non mi chiama il giornalista de LA7 Luca Bertazzoni chiedendomi se avevo qualche caso. Colgo la palla al balzo introducendo don Pernigotti come uno degli accusati dagli ex allievi del Provolo. Dico a Bertazzoni che lo ho trovato a Fabrica, dove, nel frattempo, avevo mandato un nostro associato per verificare che fosse lo stesso Pernigotti del Provolo. Luca Bertazzoni fa il servizio, eccolo

Emerge che don Giuseppe Pernigotti gestisce o, almeno, è a capo di una struttura che da quanto appare assiste sì i sacerdoti, ma favoreggiandoli con una serie di professionisti e di soluzioni che li aiutano a evitare la giustizia civile. Nel proseguo della mia indagine scoprirò che la FIAS è presente in tutta Italia, quella gestita da Pernigotti era solo la sede centrale, il cui sito web scomparì subito dopo il servizio de LA7.

Finalmente, nella mia mente, molti cerchi si erano chiusi e quello che prima era fumoso, adesso era chiarissimo, fin troppo. Ma a chi lo andavo a dire? Sapevo anche che era la stessa Giustizia ad affidare a quelle strutture gli indagati con restrizioni o i condannati.

Grazie però a quel servizio di Bertazzoni, che si era finto un prete pedofilo e al quale don Giuseppe Pernigotti diede un “pizzino” con le indicazioni, nomi e numeri di telefono ai quali rivolgersi, feci un controllo più approfondito. Nel “pizzino” era indicata la Comunità Agape che già conoscevo, ma approfondendo scoprirò qualcosa che mi inquieta. La Comunità ha sede in via Forte Bravetta 338 (nella mappa a lato è indicata dal quadrato viola) e confina con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il Sindacato Nazionale Autonomo di Polizia e una sede dislocata dei Ministeri di Grazia e Giustizia. Certo che da li, ad avanzare e sostenere che ci fosse una rete di “insabbiamento” gestita dalla chiesa e tollerata dallo Stato italiano, quello che avevo non bastava.

Mentre approfondivo tutto ciò, mi ero più volte confrontato con uno dei due autori del libro, Federico Tulli, una persona che conosco dal 2010, di cui ho stima e fiducia e con il quale mi confronto spesso in quanto è anche molto esperto nella materia, già autore di due libri: “Chiesa e pedofilia” e “Chiesa e pedofilia il caso italiano”.

Federico ed Emanuela già dall’inizio del 2015 avevano iniziato a indagare avviando un’inchiesta giornalistica che durerà quasi TRE anni, visitando di persona queste strutture, intervistando chi le dirige e documentando. Durante la loro inchiesta, il numero delle strutture sale a 18, oggi ne abbiamo individuate 21. (quadrati viola sulla mappa)

Cosa sono queste strutture e in quale modo forniscono al clero l’impunità dal carcere?

(come scoprirete nel libro “Giustizia divina” non solo ai preti pedofili)

Come confermano anche Provera e Tulli, che in quelle strutture ci sono entrati, appaiono come normali pensionati, con le camere da letto, aree comuni, tv ecc. Non vi è nessun controllo delle forze dell’ordine, come normalmente accade a chi è ai domiciliari. Si possono ricevere visite, o almeno nulla lo impedisce.

Si entra e si esce con estrema facilità, come ci conferma anche un gruppo di sacerdoti che, in questo caso, preoccupati del viavai di volti noti alle cronache giudiziarie, nel 2016 ci segnalò la struttura Villa Sacro Cuore (PG).

Ma il caso più clamoroso, che ancora una volta riconferma la criticità nonché la leggerezza delle “detenzioni domiciliari” di cui gode il clero, è il caso di don Ruggero Conti, condannato in via definitiva a 14 anni con l’accusa di aver abusato di 7 bimbi tra i 10 e i 12 anni. Non ha mai fatto un giorno di carcere (motivi di salute), affidato anche lui ad una struttura (che poi scopriremo adibita alla cura degli adolescenti) dalla quale, senza difficoltà, nel settembre 2017 è evaso, con a sua disposizione tanto denaro da permettersi un taxi da Roma a Milano.

Questi sono solo alcuni casi e non sono affatto il motivo per il quale la Rete L’ABUSO è fermamente convinta – a questo punto, come vedremo, fino a prova contraria – che esista tra lo Stato italiano e la Chiesa, un tacito accordo che garantisce al clero l’impunità dal carcere.

Forniamo qualche numero e qualche altro dato

Da come si evince sulla nostra mappa, tolti i sacerdoti ancora in attesa di giudizio, contiamo negli ultimi 15 anni, in Italia, almeno 143 condanne in via definitiva, ignoriamo quale sia il reale sommerso.

Gli autori del libro “Giustizia divina” si sono presi la briga, non solo di verificare quanto sostenevo riguardo alle strutture ma, tolti i carceri minorili e femminili, hanno chiesto alle altre 191 strutture carcerarie italiane, quanti sacerdoti hanno in carico.

Hanno risposto 125 carceri; solo cinque sacerdoti di cui uno solo condannato per pedofilia.

E tutti gli altri, che fine hanno fatto ?

La percezione per l’opinione pubblica è che la giustizia faccia il suo corso e condanni, mentre invece la maggior parte spesso non fa un solo giorno di carcere, anzi, l’anomalia a questo punto sorge su quei 4 più il 5° pedofilo, che hanno avuto in confronto agli altri colleghi, una simile disparità di trattamento.

Ma i “santi” privilegi e le immunità “divine” che lo Stato italiano fornisce al clero, purtroppo non si limitano a questo e i danni alla società, a questo giro, risultano ancora peggiori.

Parlo del c.d. certificato anti pedofilia, dal quale per gentile concessione del legislatore, il clero è esente. Ed è qui che la connivenza tra Stato e chiesa, raschia davvero il fondo del barile perché sulle basi costituzionali è già anomalo che una categoria venga privilegiata con questa esenzione: privilegiare solo i preti sarebbe stato davvero troppo vistoso e così, il nostro legislatore, non ha esentato i preti, ma appunto l’intera categoria alla quale appartengono, il volontariato. Paradossalmente la categoria da sempre più a rischio.

Grazie a questa luminare scelta del legislatore – che giuridicamente si trasforma in responsabile civile – oggi i pedofili, non solo i preti, sanno che lo Stato italiano ha riservato loro, come fertile terreno di caccia, il volontariato.

Continua…

Uno dei nostri consulenti legali, l’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma (titolare del fascicolo in oggetto) spiega, riguardo al rito canonico, che «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante»

«Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote».

«Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali.

La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire, prima dell’eventuale processo italiano, la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano».

L’Italia ha ratificato nel 2012 questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali. Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto.

Tuttavia, i processi canonici si svolgono nelle diocesi, in terra italiana, e questa è di fatto una violazione da parte della chiesa che, grazie alla complicità delle istituzioni italiane, che fingono di non vedere, trova disattese non solo le garanzie costituzionali dei cittadini, ma anche diversi trattati e convenzioni internazionali alle quali l’Italia ha aderito.

Ma c’è altro a sostegno delle nostre accuse contro lo Stato. Il silenzio complice delle Istituzioni

“Importante estratto tratto dal film Spotlight, al termine cita quelli che nel 2000, come oggi in Italia, erano i centri che la Rete L’ABUSO e il libro Giustizia divina, denunciamo oggi in Italia”. Si cita già all’ora Richard Sipe, che ha lavorato nei centri di cura e che in questo articolo citiamo per il suo rapporto, parte delle “Proiezioni” sul fenomeno in Italia.

Tra i paesi più industrializzati, l’Italia è l’unica che non ha mai ritenuto – malgrado i dati impressionanti che emergono dagli altri paesi – di dover quantificare l’entità del fenomeno.

Il collega irlandese Mark Vincent Healy, esperto di statistiche, sulla base dei dati emersi dalle commissioni governative di inchiesta effettuate in tutto il mondo ha prodotto una proiezione del dato italiano, la portata degli abusi in Italia ha il potenziale per essere il più grande di qualsiasi paese.

Eppure non sono mancati da parte nostra gli stimoli e i solleciti al Governo ad affrontare il problema.

Il 27 settembre 2017, grazie al Deputato Matteo Mantero, la Rete L’ABUSO riesce a depositare in Italia la prima interrogazione parlamentare indirizzata a PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, MINISTERO DELL’INTERNO, MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE. Ad oggi, nessuna risposta, l’interrogazione giace ancora sul sito della Camera dei Deputati.

Il 19 febbraio 2018, tramite l’avvocato Mario Caligiuri, la Rete L’ABUSO invia una diffida alle seguenti istituzioni; PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA , PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI , CENTRO REGIONALE DI INFORMAZIONE DELLE NAZIONI UNITE – COMITATO ONU PER I DIRITTI DEL FANCIULLO, PRESIDENZA DELLA 12ª COMMISSIONE AFFARI SOCIALI.

Anche in questo caso non vi sarà alcuna risposta da parte delle Istituzioni italiane.

Il 18 ottobre 2018, sempre l’Avvocato Mario Caligiuri, per conto della Rete L’ABUSO, denuncia all’Autorità Giudiziaria il Governo, sulla base della mancata risposta e per le conseguenti gravi inadempienze dello Stato ai danni di cittadini minorenni, già note dalle precedenti comunicazioni.

Pochi giorni dopo, sarà archiviato anche questo fascicolo. Malgrado contenesse notizia di reato, la Procura si limitata, nelle motivazioni, ad archiviare per incompetenza territoriale.

L’intera vicenda è stata reportata dall’Associazione Rete L’ABUSO, all’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, tra i documenti dell’80° sezione che si è tenuta a Ginevra lo scorso 22 e 23 gennaio.

Il 7 febbraio 2019, il Comitato per i diritti del fanciullo della Nazioni Unite, ci ha dato ragione, contestando allo Stato Italiano i punti che riportiamo di seguito, che riguardano unicamente la materia che Rete l’ABUSO, per Statuto, persegue. (qui il testo integrale in italiano)

Riportiamo in video anche l’intervento del Membro del Comitato Onu Jorge Cardona che ha sollevato il tema durante i 2 giorni di seduta. L’intervento è molto breve, lo Stato italiano, anche in quella sede non ha dato risposte, ma si è limitato ad esporre, come provvedimenti, gli stessi punti oggetto della contestazione.

Di seguito, al punto 21 delle raccomandazioni del Comitato per i diritti del fanciullo, quanto contestato all’Italia dalle Nazioni Unite. Qui i punti sollevati nel nostro “Report Giustizia sul caso Italia” relatore per Rete L’ABUSO Francesco Zanardi.


Sfruttamento e abuso sessuale

  1. 21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

(a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

(b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

(c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

(d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

(e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

(f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

(g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

(h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.


Con il Motu Proprio, papa Francesco conferma l’impunità dal giudizio penale per i sacerdoti che abuseranno di minori al di fuori dello Stato del Vaticano e delle ambasciate.

Sarebbe opportuno, oltre che dovere di cronaca, per dovere costituzionale, che la stampa chiedesse conto allo Stato di questa grave situazione. Ma tranne il settimanale Left che in questi anni ha dato visibilità al caso, tutto tace, malgrado le nostre denunce.

Francesco Zanardi

Presidente della Rete L’ABUSO (Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero)

tra i membri fondatori dell’internazionale ECA Global

e Presidente della costituenda Rete L’ABUSO Human Rights Connect 

Se i minori avranno l’accortezza di farsi abusare nello Stato della Città del Vaticano, vedranno tutelati i loro diritti; al di fuori, non possiamo agire.

Tutela del fanciullo; cosa ha chiesto l’ONU all’Italia e perché. La soddisfazione della Rete L’ABUSO

Di Francesco Zanardi

Malgrado il nostro paese sia tra i più industrializzati del pianeta, non è certamente tra i più all’avanguardia per quanto concerne la tutela dei minori.

A dirlo questa volta non siamo più solo noi della Rete L’ABUSO ma lo certifica, e lo mette nero su bianco,  anche il Comitato per la tutela del fanciullo delle Nazioni Unite di Ginevra che, il 7 febbraio 2019, ha reso note le conclusioni finali (CRC/C/ITA/CO/5-6) dell’esamina che si è tenuta a Ginevra il 22 e 23 gennaio scorsi. Nei due giorni di seduta con la delegazione italiana, il Comitato ha esaminato a 360 gradi la situazione dei minori in Italia, analizzando l’accoglienza, l’istruzione, la sanità e anche gli abusi sessuali, in particolare modo quelli commessi dai membri del clero che, da quanto la nostra ONG ha documentato nei mesi scorsi all’Ufficio di Ginevra, non solo troppo spesso non vengono perseguiti dalla Giustizia in modo adeguato, ma, da quanto possiamo documentare, grazie a una rete ben strutturata sul territorio italiano, sostanzialmente possiamo sostenere che godono dell’impunità, con lo Stato che si limita a non intervenire.

Potremmo definirla una sorta di tacito accordo tra lo Stato e la Chiesa, accordo naturalmente che non ha nulla a che fare con il Concordato, che in Italia meglio conosciamo con il nome di Patti Lateranensi.

Cominciammo a maturare la tesi che esistesse una sorta di escamotage in tutela delle gerarchie cattoliche di cui lo Stato italiano era tacitamente complice, o quanto meno molto tollerante. Un meccanismo che, nella sostanza, anche in caso di condanna, sembra permettere ai sacerdoti non solo di non finire in carcere, ma di poter scontare una pena quasi “simbolica” in modo agiato e senza particolari restrizioni.

Don Ruggero Conti in una foto d’archivio. E’ stato condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione Don Ruggero Conti, un ex parroco di Roma accusato di aver abusato tra il 1998 e il maggio del 2008 di sette bambini. Lo ha deciso la VI sezione del Tribunale penale di Roma. ANSA +++NO SALES – EDITORIAL USE ONLY+++

Emblematico il caso di don Ruggero Conti: condannato a 14 anni per aver abusato di 7 bambini di età compresa tra i 10 e i 12 anni e affidato, proprio dal Tribunale, ad una struttura che poi scopriremo essere adibita al trattamento degli adolescenti. Ebbene, don Conti, nel settembre del 2017, in tutta tranquillità è “evaso”, e con una notevole disponibilità economica, al punto di potersi permettere un taxi che lo portasse da Roma a Milano.

Un sistema strutturato in modo tale che, visto da un occhio esterno, dà l’impressione che vi sia stata una reale condanna, ma sfugge il fatto che il condannato, in realtà, non sconterà alcuna pena: non viene costretto ad un regime carcerario, ma viene affidato direttamente dai Tribunali o dalla Magistratura, a strutture della chiesa adibite proprio a questo scopo. Una sorta di “carcere privato” e gestito dal clero anziché dall’Autorità Carceraria.

A dimostrare questa nostra apparentemente bizzarra teoria, nata all’epoca soprattutto dietro le assegnazioni dei domiciliari, che notavamo essere sempre negli stessi posti, è stato il libro inchiesta di Emanuela Provera e Federico Tulli, “Giustizia Divina”. Un libro che parte dalla scoperta di 5 di queste strutture che, intorno al 2012 – 2013, avevamo individuato sul territorio italiano, siamo oggi arrivati a documentarne più di 20.

Ma Giustizia Divina fa molto di più perché conferma quello che, per anni, era solo un nostro sospetto che, a raccontarlo, non valeva più di una illazione. I due autori fanno la “prova del nove” per vedere se quel sospetto è fondato: esclusi i carceri minorili e femminili, interrogano le 191 case circondariali maschili presenti in Italia. Di queste, 125 rispondono alla domanda dei due autori “quanti sacerdoti avete in questa struttura?”. La risposta si commenta da se: in tutto i sacerdoti reclusi sono cinque, di cui uno solo condannato per pedofilia.

Questo dato appare un po’ strano ai nostri occhi perché la Rete L’ABUSO ha contato, solo negli ultimi 15, anni la bellezza di 142 sacerdoti condannati in 3° solo in Italia. La domanda è molto semplice: dove sono?

È anche vero che agli autori di Giustizia Divina, su 191 carceri interrogati, hanno avuto risposta da 125, ma sembra impossibile credere che, casualmente, quei sacerdoti sono proprio tutti in quelle strutture che non hanno risposto.

Anche perché potremmo in parte smentire questa eventuale affermazione, in quanto sappiamo che molti di loro sono in affido alla stessa chiesa e alle sue strutture.

… C’è poi il servizio di Luca Bertazzoni, prodotto dietro nostra segnalazione da LA7. Dietro l’indagine che la Rete L’ABUSO ha condotto sugli abusi all’Istituto cattolico veronese Antonio Provolo, scopriamo che uno di quei sacerdoti accusati dagli ex allievi sordi dell’istituto, don Giuseppe Pernigotti che dopo la nostra denuncia da Fabrica è ritornato a Verona, è il presidente della FIAS e guardate cosa risponde al giornalista de LA7 che si finge un sacerdote pedofilo e confessa  un abuso su un minore.

Giustizia Divina e il documento di Bertazzoni, sono stati integrati nei passaggi essenziali e portati all’attenzione del Comitato ONU nei vari report che la Rete L’ABUSO ha inviato dal giugno scorso, in realtà proprio negli ultimi il libro, in quanto il libro è uscito solo lo scorso novembre.

Tra il materiale inviato a Ginevra, oltre all’importante inchiesta di Provera e Tulli, sono state documentate diverse situazioni che preoccupano molto l’Associazione, come le sistematiche negligenze e omissioni dei vescovi, che abbiamo rappresentato con uno dei casi a nostro avviso più eclatanti: quello dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che coprì il sacerdote Mauro Galli e, malgrado ciò, in barba alle sue stesse dichiarazioni, Bergoglio lo ha comunque nominato, nel luglio 2017, arcivescovo di Milano.

Tra i casi segnalati anche quello di Giada Vitale che, secondo il Tribunale di Larino, alla scadenza tecnica del compimento del 14° anno di età, da vittima si è trasformata in consenziente. Quello del sacerdote Silverio Mura, protetto dal cardinale Crescenzio Sepe, sparito da Napoli per materializzarsi sotto falso nome a Montù Beccaria (PV).

Sia Sepe che Delpini, malgrado le evidenze, restano tra i 5 insabbiatori membri del Consiglio Episcopale permanente della CEI.

Francesco Zanardi e l’avvocato Mario Caligiuri durante le sedute del 22 e 23 gennaio 2019 presso le Nazioni Unite di Ginevra

Oltre al “Report Giustizia sul Caso Italia” prodotto dalla Rete L’ABUSO e disponibile sul sito delle Nazioni Unite, c’è anche tutta la parte giuridica prodotta dal titolare dei fascicoli depositati presso l’autorità Giudiziaria italiana e, per conoscenza, inviati anche al Comitato. L’avvocato Caligiuri ha articolato alcune problematiche riferite ai Patti Lateranensi, che limitano l’autonomia e l’efficacia dell’Autorità Giudiziaria. L’avvocato spiega che “il comma 4 dell’art. 4 dell’accordo Laterano del 1984 (Patti Lateranensi) il cui testo ripresenta integralmente il medesimo contenuto dell’art. 7 del primigenio Concordato, dove si stabilisce che: “Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero”.

Il  Protocollo Addizionale, in relazione all’art. 4 – punto b) dell’Accordo si stabilisce che: “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”.

La disparità di trattamento, insita nella disposizione, confrontata  con il comma 4 dell’art. 4 del ridetto Accordo del 1984, determina  la sovrapposizione di modelli culturali e procedurali incompatibili, a discapito della necessaria segretezza dell’attività investigativa da svolgere da parte della Procura della Repubblica competente che, al contrario, deve essere mantenuta insindacabile ad esclusiva valutazione discrezionale del P.M. designato, soprattutto nei casi in cui si presentano specifici elementi indizianti da verificare, o approfondire, come avviene nelle ipotesi concorsuali, o di favoreggiamento personale, nell’attuazione dei depistaggi”.

Qui va fatta una riflessione sul fatto che si concedano dei privilegi unici alle gerarchie cattoliche, sulla base della funzione di responsabilità e di controllo che costoro hanno sui loro sottoposti, ma al tempo stesso sono esentati da responsabilità che in una situazione normale, lo stesso potere di controllo sui sottoposti imporrebbe.

Sempre nel “Report Giustizia sul Caso Italia” la Rete L’ABUSO – come già fatto in precedenza, sia nell’interrogazione parlamentare, sia nella diffida, sia nella denuncia al Governo italiano – solleva la grave lacuna del c.d. certificato anti pedofilia, che vede esentata dall’esibirlo l’intera categoria del volontariato, alla quale appartengono anche i sacerdoti. Altro punto importante segnalato, è l’obbligo di denuncia anche per i membri del clero, soprattutto per i vescovi che, di fatto, sono localmente coloro ai quali giungono le denunce fatte all’interno della diocesi e ne decidono la sorte: per il momento quella di insabbiare in quanto, ad oggi, non si ha notizia di un solo membro del clero che abbia mai denunciato all’autorità civile un collega pedofilo.

Queste erano le nostre principali preoccupazioni che sono state raccolte dal Comitato e portate in seduta dal membro del Comitato Jorge Cardona che le aveva esposte nelle sedute del 22 e 23 gennaio scorso.

Ieri l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra, ha reso pubbliche le Raccomandazioni all’Italia e, con nostra enorme soddisfazione, abbiamo visto riconosciute punto per punto tutte le carenze e i vuoti legislativi che in questi mesi la Rete L’ABUSO ha segnalato sulla specifica materia al Comitato.

Di seguito, i principali passaggi delle osservazioni conclusive del Comitato e le Raccomandazioni al Governo italiano in materia specifica di pedofilia nel clero cattolico. Documento integrale 

19. (e) Garantire che i bambini vittime di violenza ricevano cure specializzate, sostegno e riparazione appropriata.

20. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa cattolica nel territorio dello Stato italiano e per il basso numero di indagini e criminali azioni penali da parte della magistratura italiana.

Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’obiettivo 16.2 dello sviluppo sostenibile degli obiettivi, il Comitato raccomanda all’Italia di:

(a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

(b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale da esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa cattolica;

(c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della chiesa cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la “riabilitazione” psichica delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

(d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

(e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

(f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità per tali atti;

(g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato italiano;

(h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire

che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.

In merito alla violenza di genere.

22. Il Comitato attira l’attenzione dello Stato italiano sull’obiettivo 5.2 degli Obiettivi di sviluppo e lo sollecita a:

(a) Garantire che le accuse di crimini legati alla violenza di genere, compresa la tratta di bambini stranieri, in particolare le ragazze, siano accuratamente indagate e che i responsabili siano consegnati alla giustizia;

(b) Fornire regolari corsi di formazione per giudici, avvocati, procuratori, i polizia e altri gruppi professionali pertinenti su procedure standardizzate, di genere e di allerta per i minori per quanto riguarda le vittime e su come gli stereotipi di genere da parte il sistema giudiziario influisca negativamente sulla rigorosa applicazione della legge;

Coordinazione

(6) Il Comitato esorta lo Stato membro a definire un mandato chiaro e sufficiente autorità all’interno della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento per la famiglia Politiche) per coordinare tutte le attività connesse all’attuazione della Convenzione a livello intersettoriale, nazionale, regionale e locale e rafforzare il ruolo del cittadino Osservatorio sull’infanzia e sugli adolescenti nell’ambito di tale interministeriale corpo coordinatore. Lo Stato Parte dovrebbe assicurare che l’Osservatorio Nazionale su Infanzia e adolescenti sono forniti con le necessarie risorse umane, tecniche e risorse finanziarie per il suo effettivo funzionamento.

Disseminazione, sensibilizzazione e formazione

(11) Riconoscendo gli sforzi dello Stato membro, anche facendo alcuni ufficiali documenti accessibili in ETR (facile da leggere), il Comitato raccomanda che lo Stato parte:

(a) Intensificare i suoi sforzi per diffondere informazioni sulla Convenzione e sui suoi Protocolli opzionali, anche attraverso programmi di sensibilizzazione, ai genitori, i più ampio pubblico e bambini in un modo a misura di bambino, alle organizzazioni basate sulla fede, e ai legislatori e ai giudici per assicurare la loro applicazione in ambito legislativo e giudiziario processi;

(b) Rafforzare i suoi programmi di formazione per tutti i professionisti che lavorano con e per i bambini, anche implementando un programma per i diritti dei bambini e formatore approccio.

Documento integrale 

SAVONA; denunciato il Governo italiano per omissioni e favoreggiamento alla pedofilia. Sono cinque le procure interessate

SAVONA – A seguito dell’interrogazione parlamentare del novembre scorso, dopo la diffida dello scorso febbraio, è stato depositato questa mattina presso la Procura della Repubblica di Savona, il fascicolo prodotto dalla Rete L’ABUSO di cui è titolare l’avvocato Mario Caligiuri, nel quale si contestano al Governo italiano gravi inadempienze; preventive, legislative e esecutive, in materia di pedofilia.

Rome, Italy. 2nd October, 2018. Lieve Halsberghe from Belgium, member of ECA Global, lawyer Mario Caligiuri, Francesco Zanardi from Italy, president of Rete L’ABUSO, Matthias Katsch from Germany, member of ECA Global, and Marek Lisinski from Poland, member of ECA Global pose during the press conference of Rete L’ABUSO and ECA Global about the Italian situation of sexual abuse by clergy at the headquarter of the foreign press on 2 October 2018, in Rome, Italy. © Simone Padovani / Awakening / Alamy Live News

Una denuncia molto circostanziata e sottoscritta unitamente al Presidente della Rete L’ABUSO, da decine di vittime e dai Funzionari e dai fondatori di ECA Global – l’associazione internazionale di cui la Rete L’ABUSO fa parte.

Un documento di 29 pagine, e più di 250 allegati, nel quale si chiede alla magistratura di verificare la fondatezza delle accuse di omissione, favoreggiamento e inadempienze attribuibili allo Stato italiano. Partendo proprio dalla mancata risposta delle istituzioni competenti alla diffida del 19 febbraio scorso, un silenzio che, sulla base delle priorità e della formulazione giuridica di quella diffida, già di per sè configurerebbe il reato di omissione di atti d’ufficio.

Tra le altre contestazioni, vi è la mancata applicazione di alcune leggi ratificate dal nostro paese, come il Trattato di Lanzarote: si contestano in modo particolare due punti, uno dei quali è il certificato anti pedofilia (già contestato nell’interrogazione parlamentare del 27 novembre scorso) che esenta dall’esibirlo la fascia da sempre più a rischio, il volontariato, alla quale anche i sacerdoti appartengono. Il secondo punto è rappresentato dall’audizione delle vittime nei processi canonici che, secondo il Lanzarote, risulterebbe irregolare, in quanto vengono meno non solo le garanzie costituzionali del cittadino/vittima, che in quella sede si vede negare sia il sostegno di psicologi qualificati che la supportino ma, addirittura, anche il diritto di avere al suo fianco il proprio difensore di fiducia, non ammesso nei processi canonici.

A livello di direttive europee e convenzioni che l’Italia ha ratificato, come per lo Stato del Vaticano, anche all’Italia si contesta la violazione della Convenzione ONU per la Tutela del Fanciullo, in quanto sta permettendo ad uno Stato estero (il Vaticano) di violarla anche sul suolo italiano rendendosi così complice. Contestazione che, anche dietro alla nostra diffida dello scorso febbraio, ha fatto si che le Nazioni Unite aprissero un’indagine sull’Italia. La mancanza del fondo per le vittime di reati gravi, ratificato ma inesistente, come i consultori per le vittime di abuso sessuale e il database dei c.d. predatori sessuali.

Altro punto importante, segnalato anche nel rapporto delle Nazioni Unite, è la revisione dei Patti Lateranensi che l’avvocato Mario Caligiuri tratta ampliamente nel documento, soprattutto la parte che solleva i vescovi dall’obbligo della denuncia. Sembra paradossale ma in Italia, nel 2018, il concordato prevede ancora che il clero possa tacere di fronte alla legge, semplicemente appellandosi al segreto del confessionale, obbliga invece la magistratura ad informare il clero qualora venga aperto un fascicolo su un sacerdote.

Il nostro paese, ad oggi, non solo risulta privo dei più basilari strumenti di prevenzione ma, addirittura, è privo di qualunque politica a contrasto del fenomeno e, malgrado le ratifiche, anche di qualunque politica di sostegno alle vittime. Praticamente un paese, c.d. civile, del terzo mondo.

A prova della fondatezza delle accuse, i casi che la Rete L’ABUSO ha ribattezzato “i 4 casi Viganò italiani”, tutti procedibili in quanto non sono ancora intervenuti i termini prescrittivi e, tutti passati per le mani di Bergoglio, un capo di Stato e un leader religioso, che di fatto risulta inattendibile.

Dei quattro casi, due vedono già aperti dei fascicoli e sono i casi dell’Istituto veronese Antonio Provolo, che vede stralciate le responsabilità del vescovo Zenti e le attribuiscono alla congregazione di diritto pontificio Compagnia di Maria per l’Educazione dei Sordi e quello  del sacerdote napoletano don Silverio Mura, che interessano rispettivamente le Procure di Verona e Pavia/Napoli.

C’è poi il caso dei chierichetti del papa, qui la competenza territoriale tecnicamente apparterrebbe al Vaticano, in quanto i presunti abusi sarebbero avvenuti li, ma sulla competenza territoriale ci riserviamo eventualmente il così detto “asso nella manica” che dovrebbe, senza troppi problemi, mantenere il procedimento penale in Italia, per la precisione a Como.

Infine il caso di don Mauro Galli, condannato poche settimane fa in primo grado a 6 anni e quattro mesi. In questo procedimento, anche grazie ad un accordo tra le parti che ha permesso alla diocesi di Milano di tirarsi fuori dal processo, è stata stralciata tutta la parte che vedrebbe le responsabilità dell’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e del collega Pierangelo Tremolada, parte che, a nostro avviso, vede gravi omissioni e leggerezza da parte di coloro che lo hanno gestito e di Bergoglio che, informato, in barba ai suoi stessi proclami, ha di fatto con la nomina, promosso i due.

Non mancano nella denuncia anche le false informazioni divulgate dalla Santa Sede e riportate per giorni dai giornali italiani, informazioni infondate che poi si sono tutte rivelate farlocche, oltre a mera pubblicità del Vaticano, squallidamente fatta sulla pelle dei bambini potenzialmente a rischio e delle vittime.

Con questo documento la Rete L’ABUSO vuole stimolare, come accaduto in altri paesi, la magistratura italiana a procedere, sulla base della propria autonomia, chiedendo che le varie Procure competenti facciano capo alla Procura Generale della Repubblica, che potrebbe gestire o assegnare a quella di Savona il fascicolo.

Tutta la documentazione sarà trasmessa in copia all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite di Ginevra che sta valutando la posizione dell’Italia.

L’Ufficio di Presidenza