SAVONA: Non hanno minimamente intenzione di risarcire, nessun accordo tra la diocesi e le cinque vittime di don Giraudo

Persino un orologio fermo segna l’ora esatta due volte al giorno, a meno che non sia quello del duomo di Savona che, malgrado i proclami di papa Francesco, sembra incapace di restituire dignità a questa diocesi e alle vittime dei suoi preti pedofili e dei vescovi che li hanno favoriti.

Di Francesco Zanardi

Nel giugno scorso, dopo un tentativo di conciliazione avanzato da cinque vittime di pedofilia e concluso con una proposta indecente del vescovo di Savona Caloggero Marino – avrebbe voluto indennizzarle, per le violenze subite, con l’istituzione di un numero verde gestito dalla diocesi, e non avrebbe neppure dato l’opportunità alle vittime di avere un’occupazione – gli avvocati della Rete L’ABUSO, Elena Peruzzini e Francesca Rosso, hanno citato in giudizio la diocesi savonese.

La citazione si riferisce al caso del sacerdote Nello Giraudo e agli abusi da lui commessi con il favoreggiamento dei vescovi, dal 1980 al 2000 circa, anche se l’ultimo abuso commesso da Giraudo risale al 2005. In quest’ultimo caso la vittima sarebbe già stata risarcita nel 2012, dopo che Giraudo patteggiò una condanna a un anno e sei mesi, per le molestie inflitte al giovane scout, all’epoca dei fatti quindicenne.

Dall’indagine della procura di Savona condotta dal pubblico ministero Giovanni Battista Ferro, emerse che le coperture della chiesa a tutela del sacerdote iniziavano nel 1980, lo stesso anno in cui don Giraudo prende i voti e quando una mamma di Valleggia denuncia, all’allora vescovo di Savona Giulio Sanguineti, molestie sessuali sul proprio figlio.

In un batter d’occhio Giraudo viene spostato, a soli 15 km da Valleggia a Spotorno, in una parrocchia ancor più gremita di minori, dove produrrà altre vittime.

Negli anni novanta, oltre che in diocesi, anche a Spotorno, le tendenze pedofile del Giraudo erano diventate di dominio pubblico, al punto tale che la stessa parrocchia e il nuovo vescovo, Dante Lafranconi, visti i precedenti del prete, ben catalogati negli archivi diocesani, ritenne di doverlo trasferire in un’altra parrocchia. Lo nominò parroco di un piccolo paesino sulle alture di Finale Ligure (SV), Orco Feglino, lontano da occhi indiscreti, dove con la benedizione dello stesso vescovo che lo aveva trasferito, aprì una comunità per minorenni in difficoltà nella quale per circa un decennio proseguì indisturbato la sua missione pastorale in alternanza con le sue perversioni.

L’atteggiamento criminale dell’allora vescovo di Savona, Dante Lafranconi, non passò inosservato agli inquirenti, che nel 2012 ne chiesero il rinvio a giudizio. Lafranconi si salvò grazie alla prescrizione, alla quale, per suo diritto e soprattutto volendo chiarire la propria posizione, avrebbe potuto rinunciare. Ma non lo fece.

Il Giudice del tribunale di Savona Fiorenza Giorgi, sulla base della documentazione emersa dalle indagini della procura, se pur costretta ad archiviare in quanto il reato era estinto, lo fece con parole durissime nei confronti dell’allora vescovo;  “la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere  di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

Dopo la citazione in giudizio depositata dai legali della Rete L’ABUSO, passati i tempi tecnici durante i quali, soprattutto sulla base dei proclami del pontefice, ci si aspettava una concreta ed onesta presa di posizione delle diocesi proprio a consolidamento dei proclami, arriva la conferma che almeno a Savona, la linea resta quella negazionista ed irresponsabile, già consolidata dai predecessori del vescovo Caloggero Marino.

Per il difensore del sacerdote Nello Giraudo (l’avvocato Marco Russo) verrebbero messi in dubbio gli abusi perpetrati dal suo assistito e sosterrebbe che quanto affermato dal gip Fiorenza Giorgi nel decreto di archiviazione per il favoreggiamento alla pedofilia dell’ex vescovo Lafranconi,  nello specifico caso non siano supportate da alcun elemento di prova.

Ancor più incredibile la posizione della diocesi, che non solo non ha alcuna intenzione di risarcire il dovuto alle cinque vittime, ma il vescovo Caloggero Marino, quasi non rendendosi conto, o forse facendo finta, lamenta di non essere stato lui vescovo all’epoca, ignorando di essere nominato in quella citazione non come responsabile dell’accaduto, ma semplicemente in quanto Ordinario in carica, della diocesi savonese.

Ad irritare ulteriormente è la farsa, il colpo gobbo che la diocesi ha messo in atto per manipolare i fedeli, nel tentativo di voltare questa lunga e tanto vergognosa pagina di chiesa savonese. Apprendiamo infatti (vedi volantino) che il 19 prossimo, naturalmente a Savona, la diocesi ha organizzato un incontro nel quale, nel tentativo di rassicurare chi ancora manda i propri figli incoscientemente in parrocchia, verrà illustrato come la CEI abbia messo in atto delle linee guida a tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

Linee guida con le quali la chiesa da ad intendere che PREVEDE una tutela per i minori. In realtà non è rivolta a loro, ma semplicemente ad auto tutelarsi da eventuali “incidenti”, a fronte dei quali, però – come nel caso savonese e non solo – non PROVVEDE ad assumersi alcuna responsabilità o sostegno per le eventuali vittime, rinnegandole come in questo caso.

La linea criminale ed omissiva della chiesa cattolica emerge già dal pesantissimo report delle Nazioni Unite del 31 gennaio 2014, report al quale il Vaticano avrebbe dovuto rispondere entro il 1 settembre 2017, ma non lo ha ancora fatto oggi.

Lo stesso Motu proprio VOS ESTIS LUX MUNDI, recentemente emanato dal pontefice, come si può notare leggendolo, non prevede più alcuna indicazione o facoltà per i vescovi, di denunciare i crimini all’autorità giudiziaria, rendendo così ufficialmente la linea della chiesa, totalmente omissiva delle leggi civili.

Zanardi

SAVONA: Rete L’ABUSO cita in giudizio la diocesi

Gli avvocati della Rete L’ABUSO, Elena Peruzzini (del Foro di Genova) e Francesca Rosso (del foro di Savona) , hanno depositato, pochi giorni fa, due delle cinque citazioni che chiamano in giudizio direttamente la diocesi di Savona, la cui omissività ha permesso che don Nello Giraudo (denunciato all’allora vescovo di Savona Giulio Sanguineti già lo stesso anno dell’ordinazione sacerdotale) continuasse per quasi 30 anni ad abusare dei minori a lui affidati.

I fatti emersero schiaccianti dall’indagine della Procura, e anche dal provvedimento di archiviazione per intervenuti termini di prescrizione emesso nel 2012 dal Gip di Savona, Fiorenza Giorgi, nei confronti dell’allora vescovo Dante Lafranconi, accusato di omissione.

Malgrado fosse nella facoltà del Lafranconi chiedere di ignorare la prescrizione e procedere, chiarendo la sua posizione di sostenuta innocenza,  preferì rinunciare a questo suo diritto.

Le parole del Gip nell’archiviazione furono durissime “la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere  di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

Nel giugno del 2017, insidiato a Savona il nuovo vescovo Calogero Marino – L’associazione Rete L’ABUSO che tutela le cinque vittime e che, eccezionalmente in questo processo, vede tra queste anche il suo Presidente e fondatore Francesco Zanardi – essendo in procinto di avviare un’azione legale, ritenne opportuno, per correttezza, tentare un accordo tra le parti con il neo vescovo di Savona.

Apparentemente i presupposti potevano anche esserci, ma la proposta della diocesi era  al limite della decenza: come indennizzo alle vittime proposero un numero verde per le segnalazioni, gestito però dalla chiesa e dove le vittime indennizzate non avrebbero neppure potuto lavorare.

Vista la mancanza di presupposti, l’onerosa decisione dell’Associazione, fu quella di avviare un processo civile.

La diocesi savonese, per le cinque vittime è citata in giudizio per un totale di quasi 5 milioni di euro, una cifra non decisa dall’Associazione né dalle vittime, ma dalle tabelle (in Italia quella del Lazio o della Lombardia) che sulla base del danno biologico diagnosticato da un esame peritale, ne regolano l’indennizzo.

Nello specifico caso il danno biologico è, purtroppo, per alcuni elevatissimo. Parliamo di ragazzini (3 dei 5) che all’epoca furono sottratti alle famiglie dai servizi sociali, poi affidati al Giraudo, che dedicò loro le sue “particolari” attenzioni sessuali.

A aumentare notevolmente il danno, questa volta su tutte e cinque le vittime, il mancato soccorso da parte della chiesa, che già all’epoca era ben consapevole delle tendenze pedolfile del prete e che intervenendo repentinamentre, avrebbe potuto quanto meno limitare il danno psicofisico.

Pochi giorni fa, terminate le sedute peritali e ottenuta l’entità del danno biologico, gli avvocati Elena Peruzzini, vice Presidente della Rete L’ABUSO e la collega Francesca Rosso, hanno notificato la citazione in giudizio, la cui prima udienza, è fissata per il 15 novembre 2019.

L’Ufficio di Presidenza

Rete L’ABUSO (sezione vittime)

Quel tacito accordo tra lo Stato e la Chiesa che garantisce l’impunita dal carcere ai sacerdoti Cattolici

Ginevra 7 febbraio 2019; “Il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana”.

di Francesco Zanardi

Queste non sono parole nostre ma dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, più precisamente quelle contenute nelle raccomandazioni del 7 febbraio scorso (punto 21 del report) che il Comitato per i diritti del fanciullo contesta all’Italia – in questo caso – nei confronti della Giustizia italiana, ma che proseguono, nello stesso documento, anche nei confronti del Governo italiano inadempiente e connivente, a danno di cittadini minorenni italiani “sacrificati al clero” per mero rapporto diplomatico, con uno stato estero, leader nel mondo per la pedofilia: il Vaticano.

Quanto vi racconterò è stato ampiamente documentato e confermato anche da due giornalisti d’inchiesta, Emanuela Provera e Federico Tulli, che ne hanno fatto persino un libro “Giustizia divina” (editore-Chiarelettere)

Tutto ha inizio nell’anno 2014, quando, dopo quattro anni di attività dell’allora neonata Associazione Rete L’ABUSO, iniziano ad arrivare i documenti dei vari casi penali che l’associazione stava seguendo in tutta Italia.

Iniziai a notare, in diversi  provvedimenti cautelari delle varie Procure della Repubblica della nostra penisola, che sacerdoti indagati, e costretti ai domiciliari, all’epoca molti di loro finivano in cinque strutture, sparse da nord a sud dell’Italia.  Malgrado avessi notato questa cosa, allora non arrivai a nulla di preciso.

Ma nel novembre  del 2016, in piena notte e preso dall’euforia, mi chiama il collega dell’associazione veronese degli ex allievi sordi, abusati nell’istituto cattolico Antonio Provolo di Verona. Mi comunica che don Nicola Corradi (un prete pedofilo fuggito da Verona nel 1970) è stato arrestato a Mendoza (Argentina). Con lui altre tre persone.

Il collega mi chiede aiuto, hanno trenta anni di carte delle presunte vittime (un centinaio di bambini sordi, oggi adulti, che non hanno mai ottenuto giustizia), dei 27 tra sacerdoti e fratelli laici accusati di abusi nel Provolo di Verona, un infinito carteggio tra loro e la diocesi… ma in quella marea di documenti prodotti, non sapevano da dove partire.

Il faldone era effettivamente enorme e per me incomprensibile, non conoscevo neppure bene i fatti, né i personaggi. Decisi allora di fare una prima cernita, eliminando tutta la documentazione relativa a sacerdoti deceduti, e altri dati in quel momento non rilevati o incomprensibili, che poi rividi successivamente in un contesto più chiaro.

Fu proprio durante quella selezione che ad un certo punto arrivai a don Giuseppe Pernigotti. Mi cadde l’occhio su di lui perché l’Istituto Provolo è una Congregazione di Diritto Pontificio e le congregazionei, in genere, anche quando li trasferiscono, mantengono sempre i sacerdoti al loro interno. Don Pernigotti invece no. Era, a mio avviso stranamente, a Fabrica (VI). Ritenni di dover approfondire.

Cercai su internet e… tombola, al primo colpo scopro che don Pernigotti è il Presidente della FIAS (Federazione italiana assistenza sacerdoti) e mentre navigo nel sito, capito sulle strutture di assistenza FIAS. Mi venne un colpo, erano le stesse strutture che mi ritornavano nei documenti delle varie Procure italiane, le stesse alle quali venivano affidati ai domiciliari i sacerdoti indagati. (Dato confermato dai responsabili delle strutture e contenuto nel libro-inchiesta Giustizia divina)

Decido che la questione debba essere approfondita, ma non so come: un’indagine simile è molto dispendiosa, la Rete L’ABUSO non ha i mezzi.

Passo qualche settimana, incrociando i dati che acquisivo, erano tutti collegati, ma non capivo, finchè non mi chiama il giornalista de LA7 Luca Bertazzoni chiedendomi se avevo qualche caso. Colgo la palla al balzo introducendo don Pernigotti come uno degli accusati dagli ex allievi del Provolo. Dico a Bertazzoni che lo ho trovato a Fabrica, dove, nel frattempo, avevo mandato un nostro associato per verificare che fosse lo stesso Pernigotti del Provolo. Luca Bertazzoni fa il servizio, eccolo

Emerge che don Giuseppe Pernigotti gestisce o, almeno, è a capo di una struttura che da quanto appare assiste sì i sacerdoti, ma favoreggiandoli con una serie di professionisti e di soluzioni che li aiutano a evitare la giustizia civile. Nel proseguo della mia indagine scoprirò che la FIAS è presente in tutta Italia, quella gestita da Pernigotti era solo la sede centrale, il cui sito web scomparì subito dopo il servizio de LA7.

Finalmente, nella mia mente, molti cerchi si erano chiusi e quello che prima era fumoso, adesso era chiarissimo, fin troppo. Ma a chi lo andavo a dire? Sapevo anche che era la stessa Giustizia ad affidare a quelle strutture gli indagati con restrizioni o i condannati.

Grazie però a quel servizio di Bertazzoni, che si era finto un prete pedofilo e al quale don Giuseppe Pernigotti diede un “pizzino” con le indicazioni, nomi e numeri di telefono ai quali rivolgersi, feci un controllo più approfondito. Nel “pizzino” era indicata la Comunità Agape che già conoscevo, ma approfondendo scoprirò qualcosa che mi inquieta. La Comunità ha sede in via Forte Bravetta 338 (nella mappa a lato è indicata dal quadrato viola) e confina con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il Sindacato Nazionale Autonomo di Polizia e una sede dislocata dei Ministeri di Grazia e Giustizia. Certo che da li, ad avanzare e sostenere che ci fosse una rete di “insabbiamento” gestita dalla chiesa e tollerata dallo Stato italiano, quello che avevo non bastava.

Mentre approfondivo tutto ciò, mi ero più volte confrontato con uno dei due autori del libro, Federico Tulli, una persona che conosco dal 2010, di cui ho stima e fiducia e con il quale mi confronto spesso in quanto è anche molto esperto nella materia, già autore di due libri: “Chiesa e pedofilia” e “Chiesa e pedofilia il caso italiano”.

Federico ed Emanuela già dall’inizio del 2015 avevano iniziato a indagare avviando un’inchiesta giornalistica che durerà quasi TRE anni, visitando di persona queste strutture, intervistando chi le dirige e documentando. Durante la loro inchiesta, il numero delle strutture sale a 18, oggi ne abbiamo individuate 21. (quadrati viola sulla mappa)

Cosa sono queste strutture e in quale modo forniscono al clero l’impunità dal carcere?

(come scoprirete nel libro “Giustizia divina” non solo ai preti pedofili)

Come confermano anche Provera e Tulli, che in quelle strutture ci sono entrati, appaiono come normali pensionati, con le camere da letto, aree comuni, tv ecc. Non vi è nessun controllo delle forze dell’ordine, come normalmente accade a chi è ai domiciliari. Si possono ricevere visite, o almeno nulla lo impedisce.

Si entra e si esce con estrema facilità, come ci conferma anche un gruppo di sacerdoti che, in questo caso, preoccupati del viavai di volti noti alle cronache giudiziarie, nel 2016 ci segnalò la struttura Villa Sacro Cuore (PG).

Ma il caso più clamoroso, che ancora una volta riconferma la criticità nonché la leggerezza delle “detenzioni domiciliari” di cui gode il clero, è il caso di don Ruggero Conti, condannato in via definitiva a 14 anni con l’accusa di aver abusato di 7 bimbi tra i 10 e i 12 anni. Non ha mai fatto un giorno di carcere (motivi di salute), affidato anche lui ad una struttura (che poi scopriremo adibita alla cura degli adolescenti) dalla quale, senza difficoltà, nel settembre 2017 è evaso, con a sua disposizione tanto denaro da permettersi un taxi da Roma a Milano.

Questi sono solo alcuni casi e non sono affatto il motivo per il quale la Rete L’ABUSO è fermamente convinta – a questo punto, come vedremo, fino a prova contraria – che esista tra lo Stato italiano e la Chiesa, un tacito accordo che garantisce al clero l’impunità dal carcere.

Forniamo qualche numero e qualche altro dato

Da come si evince sulla nostra mappa, tolti i sacerdoti ancora in attesa di giudizio, contiamo negli ultimi 15 anni, in Italia, almeno 143 condanne in via definitiva, ignoriamo quale sia il reale sommerso.

Gli autori del libro “Giustizia divina” si sono presi la briga, non solo di verificare quanto sostenevo riguardo alle strutture ma, tolti i carceri minorili e femminili, hanno chiesto alle altre 191 strutture carcerarie italiane, quanti sacerdoti hanno in carico.

Hanno risposto 125 carceri; solo cinque sacerdoti di cui uno solo condannato per pedofilia.

E tutti gli altri, che fine hanno fatto ?

La percezione per l’opinione pubblica è che la giustizia faccia il suo corso e condanni, mentre invece la maggior parte spesso non fa un solo giorno di carcere, anzi, l’anomalia a questo punto sorge su quei 4 più il 5° pedofilo, che hanno avuto in confronto agli altri colleghi, una simile disparità di trattamento.

Ma i “santi” privilegi e le immunità “divine” che lo Stato italiano fornisce al clero, purtroppo non si limitano a questo e i danni alla società, a questo giro, risultano ancora peggiori.

Parlo del c.d. certificato anti pedofilia, dal quale per gentile concessione del legislatore, il clero è esente. Ed è qui che la connivenza tra Stato e chiesa, raschia davvero il fondo del barile perché sulle basi costituzionali è già anomalo che una categoria venga privilegiata con questa esenzione: privilegiare solo i preti sarebbe stato davvero troppo vistoso e così, il nostro legislatore, non ha esentato i preti, ma appunto l’intera categoria alla quale appartengono, il volontariato. Paradossalmente la categoria da sempre più a rischio.

Grazie a questa luminare scelta del legislatore – che giuridicamente si trasforma in responsabile civile – oggi i pedofili, non solo i preti, sanno che lo Stato italiano ha riservato loro, come fertile terreno di caccia, il volontariato.

Continua…

Uno dei nostri consulenti legali, l’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma (titolare del fascicolo in oggetto) spiega, riguardo al rito canonico, che «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante»

«Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote».

«Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali.

La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire, prima dell’eventuale processo italiano, la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano».

L’Italia ha ratificato nel 2012 questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali. Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto.

Tuttavia, i processi canonici si svolgono nelle diocesi, in terra italiana, e questa è di fatto una violazione da parte della chiesa che, grazie alla complicità delle istituzioni italiane, che fingono di non vedere, trova disattese non solo le garanzie costituzionali dei cittadini, ma anche diversi trattati e convenzioni internazionali alle quali l’Italia ha aderito.

Ma c’è altro a sostegno delle nostre accuse contro lo Stato. Il silenzio complice delle Istituzioni

“Importante estratto tratto dal film Spotlight, al termine cita quelli che nel 2000, come oggi in Italia, erano i centri che la Rete L’ABUSO e il libro Giustizia divina, denunciamo oggi in Italia”. Si cita già all’ora Richard Sipe, che ha lavorato nei centri di cura e che in questo articolo citiamo per il suo rapporto, parte delle “Proiezioni” sul fenomeno in Italia.

Tra i paesi più industrializzati, l’Italia è l’unica che non ha mai ritenuto – malgrado i dati impressionanti che emergono dagli altri paesi – di dover quantificare l’entità del fenomeno.

Il collega irlandese Mark Vincent Healy, esperto di statistiche, sulla base dei dati emersi dalle commissioni governative di inchiesta effettuate in tutto il mondo ha prodotto una proiezione del dato italiano, la portata degli abusi in Italia ha il potenziale per essere il più grande di qualsiasi paese.

Eppure non sono mancati da parte nostra gli stimoli e i solleciti al Governo ad affrontare il problema.

Il 27 settembre 2017, grazie al Deputato Matteo Mantero, la Rete L’ABUSO riesce a depositare in Italia la prima interrogazione parlamentare indirizzata a PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, MINISTERO DELL’INTERNO, MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE. Ad oggi, nessuna risposta, l’interrogazione giace ancora sul sito della Camera dei Deputati.

Il 19 febbraio 2018, tramite l’avvocato Mario Caligiuri, la Rete L’ABUSO invia una diffida alle seguenti istituzioni; PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA , PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI , CENTRO REGIONALE DI INFORMAZIONE DELLE NAZIONI UNITE – COMITATO ONU PER I DIRITTI DEL FANCIULLO, PRESIDENZA DELLA 12ª COMMISSIONE AFFARI SOCIALI.

Anche in questo caso non vi sarà alcuna risposta da parte delle Istituzioni italiane.

Il 18 ottobre 2018, sempre l’Avvocato Mario Caligiuri, per conto della Rete L’ABUSO, denuncia all’Autorità Giudiziaria il Governo, sulla base della mancata risposta e per le conseguenti gravi inadempienze dello Stato ai danni di cittadini minorenni, già note dalle precedenti comunicazioni.

Pochi giorni dopo, sarà archiviato anche questo fascicolo. Malgrado contenesse notizia di reato, la Procura si limitata, nelle motivazioni, ad archiviare per incompetenza territoriale.

L’intera vicenda è stata reportata dall’Associazione Rete L’ABUSO, all’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, tra i documenti dell’80° sezione che si è tenuta a Ginevra lo scorso 22 e 23 gennaio.

Il 7 febbraio 2019, il Comitato per i diritti del fanciullo della Nazioni Unite, ci ha dato ragione, contestando allo Stato Italiano i punti che riportiamo di seguito, che riguardano unicamente la materia che Rete l’ABUSO, per Statuto, persegue. (qui il testo integrale in italiano)

Riportiamo in video anche l’intervento del Membro del Comitato Onu Jorge Cardona che ha sollevato il tema durante i 2 giorni di seduta. L’intervento è molto breve, lo Stato italiano, anche in quella sede non ha dato risposte, ma si è limitato ad esporre, come provvedimenti, gli stessi punti oggetto della contestazione.

Di seguito, al punto 21 delle raccomandazioni del Comitato per i diritti del fanciullo, quanto contestato all’Italia dalle Nazioni Unite. Qui i punti sollevati nel nostro “Report Giustizia sul caso Italia” relatore per Rete L’ABUSO Francesco Zanardi.


Sfruttamento e abuso sessuale

  1. 21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

(a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

(b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

(c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

(d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

(e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

(f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

(g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

(h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.


Con il Motu Proprio, papa Francesco conferma l’impunità dal giudizio penale per i sacerdoti che abuseranno di minori al di fuori dello Stato del Vaticano e delle ambasciate.

Sarebbe opportuno, oltre che dovere di cronaca, per dovere costituzionale, che la stampa chiedesse conto allo Stato di questa grave situazione. Ma tranne il settimanale Left che in questi anni ha dato visibilità al caso, tutto tace, malgrado le nostre denunce.

Francesco Zanardi

Presidente della Rete L’ABUSO (Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero)

tra i membri fondatori dell’internazionale ECA Global

e Presidente della costituenda Rete L’ABUSO Human Rights Connect 

Se i minori avranno l’accortezza di farsi abusare nello Stato della Città del Vaticano, vedranno tutelati i loro diritti; al di fuori, non possiamo agire.

8 marzo, Mattarella: “La condizione delle donne attesta il grado di civiltà di un Paese” Lettera aperta del Presidente della Rete L’ABUSO al Presidente della Repubblica Italiana.

Signor Presidente, nell’apprezzare il Suo lodevole impegno Istituzionale nella ricorrenza dell’8 marzo, in qualità di cittadino italiano vittima del clero, oggi Presidente della Rete L’ABUSO, l’unica realtà che in Italia documenta, denuncia e sostiene le vittime della pedofilia clericale, sulla base della non negoziabilità dei diritti, mi rivolgo a Lei.

Da anni portiamo avanti una battaglia per il riconoscimento, su basi Costituzionali, dei diritti delle vittime italiane.

Mi rivolgo a Lei, signor Presidente, proprio in quanto garante della Costituzione Italiana, oltre che Presidente di questa Repubblica, il cui Parlamento, il 27-11-2017, attraverso un’interrogazione parlamentare a risposta scritta indirizzata al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, informava le Istituzioni competenti, di gravi e peculiari problematiche a danno di cittadini italiani, nella particolare specie minori abusati da membri del clero cattolico.

Il 19 febbraio 2018, per conto della Rete L’ABUSO, l’avvocato Mario Caligiuri, con una Diffida ad adempiere, diffidava: la Presidenza della Repubblica, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Centro Regionale di informazione delle Nazioni Unite, la Presidenza della 12° Commissione affari sociali.

Il 18 ottobre 2018, sempre per conto della rete l’ABUSO, l’avvocato Mario Caligiuri denunciava, all’attenzione del Procuratore capo della Procura della Repubblica di Savona, il Governo, con l’accusa di essere inadempiente: le Istituzioni italiane non hanno mai dato doverosa risposta alle precedenti istanze dell’associazione. Inoltre, a diverse notizie di reato, si aggiungevano fondate motivazioni su un favoreggiamento, da parte dello Stato italiano, in favore del clero e in danno ai propri cittadini. In tempi rapidissimi (26-10-2018) il fascicolo, sottoscritto tra le altre cose dai membri fondatori dell’associazione internazionale ECA Global, veniva archiviato. La stessa Procura della Repubblica non si è fatta onere di trasferire per competenza almeno le notizie di reato procedibili d’ufficio, malgrado queste fossero anche sottoscritte dalle parti.

Il 7 febbraio 2019, anche l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra, si pronunciava sul problema italiano dei preti pedofili, individuando nell’Autorità Giudiziaria e anche nelle Istituzioni, gravi inadempienze e chiedeva immediati interventi.

Signor Presidente, mi chiedo se anche la condizione dei minori attesti il grado di civiltà di un Paese, non potendo non notare che la Sua ultima pronuncia in materia risale al 2016 e, in questo caso, mi domando come sia possibile che un Paese come il nostro, pieno di diritti per tutti, ma che non garantisce neppure a coloro che, in quanto fanciulli, sono i cittadini più deboli, che grado di civiltà possa avere.

Fanciulle e fanciulli che un domani saranno la forza di questo paese, ma che vedo privi di reali garanzie, a loro danno e in favore di uno Stato estero.

Signor Presidente, mi chiedo ancora se il nostro è davvero un Paese civile, o se lo è solo sulla carta.

Con ossequio.

Francesco Zanardi

Presidente Rete L’ABUSO

Tutela del fanciullo; cosa ha chiesto l’ONU all’Italia e perché. La soddisfazione della Rete L’ABUSO

Di Francesco Zanardi

Malgrado il nostro paese sia tra i più industrializzati del pianeta, non è certamente tra i più all’avanguardia per quanto concerne la tutela dei minori.

A dirlo questa volta non siamo più solo noi della Rete L’ABUSO ma lo certifica, e lo mette nero su bianco,  anche il Comitato per la tutela del fanciullo delle Nazioni Unite di Ginevra che, il 7 febbraio 2019, ha reso note le conclusioni finali (CRC/C/ITA/CO/5-6) dell’esamina che si è tenuta a Ginevra il 22 e 23 gennaio scorsi. Nei due giorni di seduta con la delegazione italiana, il Comitato ha esaminato a 360 gradi la situazione dei minori in Italia, analizzando l’accoglienza, l’istruzione, la sanità e anche gli abusi sessuali, in particolare modo quelli commessi dai membri del clero che, da quanto la nostra ONG ha documentato nei mesi scorsi all’Ufficio di Ginevra, non solo troppo spesso non vengono perseguiti dalla Giustizia in modo adeguato, ma, da quanto possiamo documentare, grazie a una rete ben strutturata sul territorio italiano, sostanzialmente possiamo sostenere che godono dell’impunità, con lo Stato che si limita a non intervenire.

Potremmo definirla una sorta di tacito accordo tra lo Stato e la Chiesa, accordo naturalmente che non ha nulla a che fare con il Concordato, che in Italia meglio conosciamo con il nome di Patti Lateranensi.

Cominciammo a maturare la tesi che esistesse una sorta di escamotage in tutela delle gerarchie cattoliche di cui lo Stato italiano era tacitamente complice, o quanto meno molto tollerante. Un meccanismo che, nella sostanza, anche in caso di condanna, sembra permettere ai sacerdoti non solo di non finire in carcere, ma di poter scontare una pena quasi “simbolica” in modo agiato e senza particolari restrizioni.

Don Ruggero Conti in una foto d’archivio. E’ stato condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione Don Ruggero Conti, un ex parroco di Roma accusato di aver abusato tra il 1998 e il maggio del 2008 di sette bambini. Lo ha deciso la VI sezione del Tribunale penale di Roma. ANSA +++NO SALES – EDITORIAL USE ONLY+++

Emblematico il caso di don Ruggero Conti: condannato a 14 anni per aver abusato di 7 bambini di età compresa tra i 10 e i 12 anni e affidato, proprio dal Tribunale, ad una struttura che poi scopriremo essere adibita al trattamento degli adolescenti. Ebbene, don Conti, nel settembre del 2017, in tutta tranquillità è “evaso”, e con una notevole disponibilità economica, al punto di potersi permettere un taxi che lo portasse da Roma a Milano.

Un sistema strutturato in modo tale che, visto da un occhio esterno, dà l’impressione che vi sia stata una reale condanna, ma sfugge il fatto che il condannato, in realtà, non sconterà alcuna pena: non viene costretto ad un regime carcerario, ma viene affidato direttamente dai Tribunali o dalla Magistratura, a strutture della chiesa adibite proprio a questo scopo. Una sorta di “carcere privato” e gestito dal clero anziché dall’Autorità Carceraria.

A dimostrare questa nostra apparentemente bizzarra teoria, nata all’epoca soprattutto dietro le assegnazioni dei domiciliari, che notavamo essere sempre negli stessi posti, è stato il libro inchiesta di Emanuela Provera e Federico Tulli, “Giustizia Divina”. Un libro che parte dalla scoperta di 5 di queste strutture che, intorno al 2012 – 2013, avevamo individuato sul territorio italiano, siamo oggi arrivati a documentarne più di 20.

Ma Giustizia Divina fa molto di più perché conferma quello che, per anni, era solo un nostro sospetto che, a raccontarlo, non valeva più di una illazione. I due autori fanno la “prova del nove” per vedere se quel sospetto è fondato: esclusi i carceri minorili e femminili, interrogano le 191 case circondariali maschili presenti in Italia. Di queste, 125 rispondono alla domanda dei due autori “quanti sacerdoti avete in questa struttura?”. La risposta si commenta da se: in tutto i sacerdoti reclusi sono cinque, di cui uno solo condannato per pedofilia.

Questo dato appare un po’ strano ai nostri occhi perché la Rete L’ABUSO ha contato, solo negli ultimi 15, anni la bellezza di 142 sacerdoti condannati in 3° solo in Italia. La domanda è molto semplice: dove sono?

È anche vero che agli autori di Giustizia Divina, su 191 carceri interrogati, hanno avuto risposta da 125, ma sembra impossibile credere che, casualmente, quei sacerdoti sono proprio tutti in quelle strutture che non hanno risposto.

Anche perché potremmo in parte smentire questa eventuale affermazione, in quanto sappiamo che molti di loro sono in affido alla stessa chiesa e alle sue strutture.

… C’è poi il servizio di Luca Bertazzoni, prodotto dietro nostra segnalazione da LA7. Dietro l’indagine che la Rete L’ABUSO ha condotto sugli abusi all’Istituto cattolico veronese Antonio Provolo, scopriamo che uno di quei sacerdoti accusati dagli ex allievi sordi dell’istituto, don Giuseppe Pernigotti che dopo la nostra denuncia da Fabrica è ritornato a Verona, è il presidente della FIAS e guardate cosa risponde al giornalista de LA7 che si finge un sacerdote pedofilo e confessa  un abuso su un minore.

Giustizia Divina e il documento di Bertazzoni, sono stati integrati nei passaggi essenziali e portati all’attenzione del Comitato ONU nei vari report che la Rete L’ABUSO ha inviato dal giugno scorso, in realtà proprio negli ultimi il libro, in quanto il libro è uscito solo lo scorso novembre.

Tra il materiale inviato a Ginevra, oltre all’importante inchiesta di Provera e Tulli, sono state documentate diverse situazioni che preoccupano molto l’Associazione, come le sistematiche negligenze e omissioni dei vescovi, che abbiamo rappresentato con uno dei casi a nostro avviso più eclatanti: quello dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che coprì il sacerdote Mauro Galli e, malgrado ciò, in barba alle sue stesse dichiarazioni, Bergoglio lo ha comunque nominato, nel luglio 2017, arcivescovo di Milano.

Tra i casi segnalati anche quello di Giada Vitale che, secondo il Tribunale di Larino, alla scadenza tecnica del compimento del 14° anno di età, da vittima si è trasformata in consenziente. Quello del sacerdote Silverio Mura, protetto dal cardinale Crescenzio Sepe, sparito da Napoli per materializzarsi sotto falso nome a Montù Beccaria (PV).

Sia Sepe che Delpini, malgrado le evidenze, restano tra i 5 insabbiatori membri del Consiglio Episcopale permanente della CEI.

Francesco Zanardi e l’avvocato Mario Caligiuri durante le sedute del 22 e 23 gennaio 2019 presso le Nazioni Unite di Ginevra

Oltre al “Report Giustizia sul Caso Italia” prodotto dalla Rete L’ABUSO e disponibile sul sito delle Nazioni Unite, c’è anche tutta la parte giuridica prodotta dal titolare dei fascicoli depositati presso l’autorità Giudiziaria italiana e, per conoscenza, inviati anche al Comitato. L’avvocato Caligiuri ha articolato alcune problematiche riferite ai Patti Lateranensi, che limitano l’autonomia e l’efficacia dell’Autorità Giudiziaria. L’avvocato spiega che “il comma 4 dell’art. 4 dell’accordo Laterano del 1984 (Patti Lateranensi) il cui testo ripresenta integralmente il medesimo contenuto dell’art. 7 del primigenio Concordato, dove si stabilisce che: “Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero”.

Il  Protocollo Addizionale, in relazione all’art. 4 – punto b) dell’Accordo si stabilisce che: “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”.

La disparità di trattamento, insita nella disposizione, confrontata  con il comma 4 dell’art. 4 del ridetto Accordo del 1984, determina  la sovrapposizione di modelli culturali e procedurali incompatibili, a discapito della necessaria segretezza dell’attività investigativa da svolgere da parte della Procura della Repubblica competente che, al contrario, deve essere mantenuta insindacabile ad esclusiva valutazione discrezionale del P.M. designato, soprattutto nei casi in cui si presentano specifici elementi indizianti da verificare, o approfondire, come avviene nelle ipotesi concorsuali, o di favoreggiamento personale, nell’attuazione dei depistaggi”.

Qui va fatta una riflessione sul fatto che si concedano dei privilegi unici alle gerarchie cattoliche, sulla base della funzione di responsabilità e di controllo che costoro hanno sui loro sottoposti, ma al tempo stesso sono esentati da responsabilità che in una situazione normale, lo stesso potere di controllo sui sottoposti imporrebbe.

Sempre nel “Report Giustizia sul Caso Italia” la Rete L’ABUSO – come già fatto in precedenza, sia nell’interrogazione parlamentare, sia nella diffida, sia nella denuncia al Governo italiano – solleva la grave lacuna del c.d. certificato anti pedofilia, che vede esentata dall’esibirlo l’intera categoria del volontariato, alla quale appartengono anche i sacerdoti. Altro punto importante segnalato, è l’obbligo di denuncia anche per i membri del clero, soprattutto per i vescovi che, di fatto, sono localmente coloro ai quali giungono le denunce fatte all’interno della diocesi e ne decidono la sorte: per il momento quella di insabbiare in quanto, ad oggi, non si ha notizia di un solo membro del clero che abbia mai denunciato all’autorità civile un collega pedofilo.

Queste erano le nostre principali preoccupazioni che sono state raccolte dal Comitato e portate in seduta dal membro del Comitato Jorge Cardona che le aveva esposte nelle sedute del 22 e 23 gennaio scorso.

Ieri l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra, ha reso pubbliche le Raccomandazioni all’Italia e, con nostra enorme soddisfazione, abbiamo visto riconosciute punto per punto tutte le carenze e i vuoti legislativi che in questi mesi la Rete L’ABUSO ha segnalato sulla specifica materia al Comitato.

Di seguito, i principali passaggi delle osservazioni conclusive del Comitato e le Raccomandazioni al Governo italiano in materia specifica di pedofilia nel clero cattolico. Documento integrale 

19. (e) Garantire che i bambini vittime di violenza ricevano cure specializzate, sostegno e riparazione appropriata.

20. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa cattolica nel territorio dello Stato italiano e per il basso numero di indagini e criminali azioni penali da parte della magistratura italiana.

Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’obiettivo 16.2 dello sviluppo sostenibile degli obiettivi, il Comitato raccomanda all’Italia di:

(a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

(b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale da esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa cattolica;

(c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della chiesa cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la “riabilitazione” psichica delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

(d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

(e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

(f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità per tali atti;

(g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato italiano;

(h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire

che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.

In merito alla violenza di genere.

22. Il Comitato attira l’attenzione dello Stato italiano sull’obiettivo 5.2 degli Obiettivi di sviluppo e lo sollecita a:

(a) Garantire che le accuse di crimini legati alla violenza di genere, compresa la tratta di bambini stranieri, in particolare le ragazze, siano accuratamente indagate e che i responsabili siano consegnati alla giustizia;

(b) Fornire regolari corsi di formazione per giudici, avvocati, procuratori, i polizia e altri gruppi professionali pertinenti su procedure standardizzate, di genere e di allerta per i minori per quanto riguarda le vittime e su come gli stereotipi di genere da parte il sistema giudiziario influisca negativamente sulla rigorosa applicazione della legge;

Coordinazione

(6) Il Comitato esorta lo Stato membro a definire un mandato chiaro e sufficiente autorità all’interno della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento per la famiglia Politiche) per coordinare tutte le attività connesse all’attuazione della Convenzione a livello intersettoriale, nazionale, regionale e locale e rafforzare il ruolo del cittadino Osservatorio sull’infanzia e sugli adolescenti nell’ambito di tale interministeriale corpo coordinatore. Lo Stato Parte dovrebbe assicurare che l’Osservatorio Nazionale su Infanzia e adolescenti sono forniti con le necessarie risorse umane, tecniche e risorse finanziarie per il suo effettivo funzionamento.

Disseminazione, sensibilizzazione e formazione

(11) Riconoscendo gli sforzi dello Stato membro, anche facendo alcuni ufficiali documenti accessibili in ETR (facile da leggere), il Comitato raccomanda che lo Stato parte:

(a) Intensificare i suoi sforzi per diffondere informazioni sulla Convenzione e sui suoi Protocolli opzionali, anche attraverso programmi di sensibilizzazione, ai genitori, i più ampio pubblico e bambini in un modo a misura di bambino, alle organizzazioni basate sulla fede, e ai legislatori e ai giudici per assicurare la loro applicazione in ambito legislativo e giudiziario processi;

(b) Rafforzare i suoi programmi di formazione per tutti i professionisti che lavorano con e per i bambini, anche implementando un programma per i diritti dei bambini e formatore approccio.

Documento integrale 

SAVONA; denunciato il Governo italiano per omissioni e favoreggiamento alla pedofilia. Sono cinque le procure interessate

SAVONA – A seguito dell’interrogazione parlamentare del novembre scorso, dopo la diffida dello scorso febbraio, è stato depositato questa mattina presso la Procura della Repubblica di Savona, il fascicolo prodotto dalla Rete L’ABUSO di cui è titolare l’avvocato Mario Caligiuri, nel quale si contestano al Governo italiano gravi inadempienze; preventive, legislative e esecutive, in materia di pedofilia.

Rome, Italy. 2nd October, 2018. Lieve Halsberghe from Belgium, member of ECA Global, lawyer Mario Caligiuri, Francesco Zanardi from Italy, president of Rete L’ABUSO, Matthias Katsch from Germany, member of ECA Global, and Marek Lisinski from Poland, member of ECA Global pose during the press conference of Rete L’ABUSO and ECA Global about the Italian situation of sexual abuse by clergy at the headquarter of the foreign press on 2 October 2018, in Rome, Italy. © Simone Padovani / Awakening / Alamy Live News

Una denuncia molto circostanziata e sottoscritta unitamente al Presidente della Rete L’ABUSO, da decine di vittime e dai Funzionari e dai fondatori di ECA Global – l’associazione internazionale di cui la Rete L’ABUSO fa parte.

Un documento di 29 pagine, e più di 250 allegati, nel quale si chiede alla magistratura di verificare la fondatezza delle accuse di omissione, favoreggiamento e inadempienze attribuibili allo Stato italiano. Partendo proprio dalla mancata risposta delle istituzioni competenti alla diffida del 19 febbraio scorso, un silenzio che, sulla base delle priorità e della formulazione giuridica di quella diffida, già di per sè configurerebbe il reato di omissione di atti d’ufficio.

Tra le altre contestazioni, vi è la mancata applicazione di alcune leggi ratificate dal nostro paese, come il Trattato di Lanzarote: si contestano in modo particolare due punti, uno dei quali è il certificato anti pedofilia (già contestato nell’interrogazione parlamentare del 27 novembre scorso) che esenta dall’esibirlo la fascia da sempre più a rischio, il volontariato, alla quale anche i sacerdoti appartengono. Il secondo punto è rappresentato dall’audizione delle vittime nei processi canonici che, secondo il Lanzarote, risulterebbe irregolare, in quanto vengono meno non solo le garanzie costituzionali del cittadino/vittima, che in quella sede si vede negare sia il sostegno di psicologi qualificati che la supportino ma, addirittura, anche il diritto di avere al suo fianco il proprio difensore di fiducia, non ammesso nei processi canonici.

A livello di direttive europee e convenzioni che l’Italia ha ratificato, come per lo Stato del Vaticano, anche all’Italia si contesta la violazione della Convenzione ONU per la Tutela del Fanciullo, in quanto sta permettendo ad uno Stato estero (il Vaticano) di violarla anche sul suolo italiano rendendosi così complice. Contestazione che, anche dietro alla nostra diffida dello scorso febbraio, ha fatto si che le Nazioni Unite aprissero un’indagine sull’Italia. La mancanza del fondo per le vittime di reati gravi, ratificato ma inesistente, come i consultori per le vittime di abuso sessuale e il database dei c.d. predatori sessuali.

Altro punto importante, segnalato anche nel rapporto delle Nazioni Unite, è la revisione dei Patti Lateranensi che l’avvocato Mario Caligiuri tratta ampliamente nel documento, soprattutto la parte che solleva i vescovi dall’obbligo della denuncia. Sembra paradossale ma in Italia, nel 2018, il concordato prevede ancora che il clero possa tacere di fronte alla legge, semplicemente appellandosi al segreto del confessionale, obbliga invece la magistratura ad informare il clero qualora venga aperto un fascicolo su un sacerdote.

Il nostro paese, ad oggi, non solo risulta privo dei più basilari strumenti di prevenzione ma, addirittura, è privo di qualunque politica a contrasto del fenomeno e, malgrado le ratifiche, anche di qualunque politica di sostegno alle vittime. Praticamente un paese, c.d. civile, del terzo mondo.

A prova della fondatezza delle accuse, i casi che la Rete L’ABUSO ha ribattezzato “i 4 casi Viganò italiani”, tutti procedibili in quanto non sono ancora intervenuti i termini prescrittivi e, tutti passati per le mani di Bergoglio, un capo di Stato e un leader religioso, che di fatto risulta inattendibile.

Dei quattro casi, due vedono già aperti dei fascicoli e sono i casi dell’Istituto veronese Antonio Provolo, che vede stralciate le responsabilità del vescovo Zenti e le attribuiscono alla congregazione di diritto pontificio Compagnia di Maria per l’Educazione dei Sordi e quello  del sacerdote napoletano don Silverio Mura, che interessano rispettivamente le Procure di Verona e Pavia/Napoli.

C’è poi il caso dei chierichetti del papa, qui la competenza territoriale tecnicamente apparterrebbe al Vaticano, in quanto i presunti abusi sarebbero avvenuti li, ma sulla competenza territoriale ci riserviamo eventualmente il così detto “asso nella manica” che dovrebbe, senza troppi problemi, mantenere il procedimento penale in Italia, per la precisione a Como.

Infine il caso di don Mauro Galli, condannato poche settimane fa in primo grado a 6 anni e quattro mesi. In questo procedimento, anche grazie ad un accordo tra le parti che ha permesso alla diocesi di Milano di tirarsi fuori dal processo, è stata stralciata tutta la parte che vedrebbe le responsabilità dell’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e del collega Pierangelo Tremolada, parte che, a nostro avviso, vede gravi omissioni e leggerezza da parte di coloro che lo hanno gestito e di Bergoglio che, informato, in barba ai suoi stessi proclami, ha di fatto con la nomina, promosso i due.

Non mancano nella denuncia anche le false informazioni divulgate dalla Santa Sede e riportate per giorni dai giornali italiani, informazioni infondate che poi si sono tutte rivelate farlocche, oltre a mera pubblicità del Vaticano, squallidamente fatta sulla pelle dei bambini potenzialmente a rischio e delle vittime.

Con questo documento la Rete L’ABUSO vuole stimolare, come accaduto in altri paesi, la magistratura italiana a procedere, sulla base della propria autonomia, chiedendo che le varie Procure competenti facciano capo alla Procura Generale della Repubblica, che potrebbe gestire o assegnare a quella di Savona il fascicolo.

Tutta la documentazione sarà trasmessa in copia all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite di Ginevra che sta valutando la posizione dell’Italia.

L’Ufficio di Presidenza

Chiesa e pedofilia, attualmente l’Italia non ha speranza di risolvere il problema.

Nello speciale di LEFT del 30 agosto 2018 il giornalista Federico Tulli inizia affermando che Tra i Paesi più sviluppati, l’Italia è l’unico in cui non c’è mai stata un’indagine governativa sulla pedofilia clericale. Eppure, a livello numerico è molto più diffusa che altrove. Un’inerzia che, oltre ai rischi per i bambini, è valsa una denuncia all’Onu per complicità con la Chiesa

Di Francesco Zanardi

Un’affermazione che purtroppo condividiamo al punto di esserci più volte domandati in questi anni che senso ha continuare il lavoro di denuncia della Rete L’ABUSO, che malgrado gli enormi sforzi, in Italia  sembra una lotta contro i mulini a vento. Pensando poi alle vittime e ai benefici che il progetto Rete L’ABUSO porta loro ci siamo rincuorati trovando la forza e il coraggio per andare avanti.

Una riflessione che non deriva da un momento di depressione ma da qualcosa di più concreto ovvero una serie di fattori che insieme creano una miscela micidiale che impedisce non solo la risoluzione del problema, ma anche qualunque tipo di forma preventiva per poter tutelare le potenziali vittime.

IL CONCETTO

Partiamo dal problema; i preti pedofili, che a differenza dei pedocriminali laici hanno il vantaggio di poter godere della protezione di un’organizzazione, che con metodi criminali li tutela e grazie alla cultura del silenzio permette loro di reiterare decine e decine di volte il numero degli abusi. Altro problema di carattere culturale, la visione della pedofilia, che per la chiesa è un delitto contro la morale e non un crimine contro la persona, concetto che come rimarca anche l’ONU nel report del 2014, finchè resterà tale non permetterà alla chiesa la consapevolezza del crimine commesso e di conseguenza neppure interventi civili nei confronti delle vittime, che in un simile concetto sono parte del peccato che vede come unica vittima Dio.

LA CORTE DI BERGOGLIO

Parlando di pedofilia clericale è giusto partire dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (l’organo Vaticano che ha il compito di trattare questi casi) e dal suo Prefetto in carica, Luis Francisco Ladaria Ferrer, già segretario della C.D.F ai tempi in cui il Prefetto era il cardinale Joseph Ratzinger, anch’esso indagato in Texas nel 2004 per insabbiamenti, salvato dall’immunità. Ladaria non è di certo la persona più indicata a quella carica infatti vanta negli anni una notevole recidività nell’insabbiare e proteggere i preti pedofili. Uno dei casi che ha fatto più clamore è quello di don Giovanni Trotta che nel 2012 fu ridotto allo sto laicale e Ladaria, in un decreto ordinò il silenzio «per evitare scandalo tra i fedeli». Così l’orco violentò indisturbato altri bambini.

Alla C.D.F. Ladaria trattò decine di altri casi, tutti irrisolti o almeno, per quanto riguarda la giustizia per le vittime.

Dopo la nuova nomina che risale al 3 luglio 2017, vediamo da subito Ladaria al lavoro con l’insabbiamento dei presunti abusi sui chierichetti del papa. Anche qui nessuna soluzione anzi, il presunto molestatore, don Gabriele Martinelli, non solo non è stato neppure sospeso, ma nel 2018 raccoglieva addirittura prenotazioni per gli esercizi spirituali dell’Opera don Folci, ai quali partecipava lo stesso Ladaria.

Di pochi giorni fa la notizia passata in sordina in Italia, che sempre Ladaria, è stato citato in giudizio a Lione insieme al cardinale Philippe Barbarin e altre cinque persone. Processo che potrebbe saltare in quanto Ladaria si nega alla giustizia francese e il Vaticano al momento non ha ancora dato alcuna risposta sulla sua partecipazione al processo che si terra il prossimo gennaio.

Ma nella corte di Bergoglio non troviamo solo Ladaria, ma anche i suoi colleghi come il cardinale George Pell, accusato di insabbiamenti e abusi in Australia, il cardinale Domenico Calcagno, protettore del prete pedofilo Nello Giraudo, i neoeletti malgrado le accuse e proprio da Bergoglio, l’arcivescovo Mario Delpini e il collega Pierantonio Tremolada che cercarono di insabbiare il caso di don Mauro Galli e ancora, il vescovo Diego Coletti e il collega Angelo Comastri, insabbiatori dei presunti abusi sui chierichetti del papa, il cardinale Crescenzio Sepe, denunciato per insabbiamenti dalla presunta vittima sulla base del Motu Proprio di Bergoglio, che però non è mai intervenuto. La lista è ancora lunga e qui potete consultare quella degli insabbiatori italiani.

Lo stesso Bergoglio incassa accuse da un polo all’altro del pianeta, anche se i giornali italiani non ne parlano lui stesso non intervenne nel caso del prete veronese don Nicola Corradi e adesso “il papa della trasparenza si rinchiude nel silenzio” sfatando finalmente il mito prettamente mediatico della tanto acclamata tolleranza zero, che non c’è mai stata.

I COMPLICI

Complice di ciò che non sta accadendo in Italia, a differenza degli altri paesi, la stampa italiana che proprio in queste settimane si è limitata a riportare l’incensurabile, ovvero le notizie che arrivano dalla stampa estera, ma non ha detto una sola parola sui casi italiani, e ce ne sarebbero tanti oltre a quelli che abbiamo citato sopra.

In Italia non vedremo mai un “Caso Spotlight” in quanto gli organi di informazione televisivi non accennano minimamente al fenomeno. La carta stampata si limita timidamente a riportare qualche caso, spesso solo a livello locale, senza mai produrre inchieste giornalistiche che documentino la reale portata nazionale del fenomeno.

I FAVOREGGIATORI

Nei vari stati, vedi l’Australia, il Cile, gli Stati Uniti, l’Irlanda e via dicendo notiamo una presa di posizione forte dei governi e delle istituzioni e di conseguenza dell’opinione pubblica di fronte agli scandali. In Italia invece possiamo raccontare il triste primato di come le massime cariche pubbliche abbiano negli anni tradito i cittadini per favorire la chiesa e tutelare i preti pedofili. Ricordiamo infatti un tristissimo Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel 2010, quando lo scandalo arrivò in Europa, anziché chiedere al Governo interventi in favore dei cittadini, appoggiato dalle più alte cariche istituzionali, consolava Joseph Ratzinger per quello che a suo dire era un’inqualificabile attacco alla chiesa e al papa. Non da meno l’allora ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano, che a seguito di un’intervista rilasciata dall’allora procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno, nella quale sulla base dell’esperienza e alla luce di quello che stava accadendo in tutto il pianeta, accusò anche la chiesa italiana, di attuare coperture sistematiche per insabbiare gli abusi. Dopo l’intervista, il Ministro Alfano non avviò come normalmente vediamo accadere negli altri paesi un’indagine, mandò invece gli ispettori nell’ufficio del procuratore Forno.

Oggi, nel 2018 la situazione è ben peggiorata. Vediamo infatti latitanti alle richieste di legalità la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’interno, il Ministro della Giustizia, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, informati delle gravi problematiche in materia di pedofilia clericale, da una interrogazione parlamentare voluta dalla Rete L’ABUSO e depositata dal deputato Matteo Mantero il 27-11-2017, ad oggi ancora inevasa e censurata da tutti i giornali nazionali, tranne i soliti, il settimanale LEFT e qualche altra piccola testata.

Latitanti anche in questo secondo caso il Presidente della Repubblica, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Presidenza della 12° Commissione Affari Sociali, raggiunti da una diffida presentata dall’avvocato della Rete L’ABUSO, Mario Caligiuri, anche questa volta censurata dalla stampa italiana.

Tra i diffidati anche il Comitato ONU per la Tutela del Fanciullo, stimolato dalla Rete L’ABUSO a procedere in riferimento alle raccomandazioni del 2014, che però, nell’incontro del 5 giugno 2018 presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra, nell’intervento del Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, ha dato notizia di aver avviato in’indagine per favoreggiamento alla pedofilia nei confronti dell’Italia che di fatto sta permettendo sul suolo italiano che la Santa Sede commetta le stesse violazioni contestate. Notizia anche questa come le precedenti, taciuta dalla stampa italiana.

Le scelte criminali dei vari governi susseguiti in Italia hanno addirittura prodotto un ambiente ideale per i pedofili e non mi riferisco soltanto al clero. Tra queste l’introduzione farlocca del certificato anti pedofilia (contestazione contenuta nell’interrogazione parlamentare) che per sollevare il clero dall’esibizione del certificato stesso, paradossalmente indica ai pedofili il terreno di caccia, per esempio il volontariato, da sempre quello più a rischio, esentato in quanto il clero appartiene proprio a questa categoria.

Altre omissioni del Governo Italiano le troviamo nell’applicazione della Convenzione di Lanzarote che in Italia, anziché rafforzare le garanzie costituzionali, nel rito canonico ne permette la violazione a svantaggio della vittima e a vantaggio del sacerdote.

Ci sono altre gravi mancanze del Governo italiano, per esempio la realizzazione di consultori per le vittime di violenza sessuale introdotti dalle norme Europee. Questi consultori che avrebbero dovuto essere gestiti dalla sanità nazionale, in realtà non sono mai stati realizzati e il dubbio è che questo sia accaduto proprio per evitare che in Italia, si potesse quantificare il fenomeno. I consultori infatti avrebbero fornito dati molto precisi, per esempio quante sono le vittime di violenza sessuale, quante quelle di pedofilia e quante quelle abusate da sacerdoti. Purtroppo l’unico dato attendibile e perziale, nel nostro paese lo forniamo noi della Rete L’ABUSO e parla di quasi 300 preti coinvolti solo negli ultimi 15 anni.

Sempre le norme europee prevedevano che in Italia venisse creato un database utile non solo a fare prevenzione, ma anche a schedare gli abusatori seriali. Nel 2006, a seguito della ratifica, fu istituito un fondo per realizzare il database, ma ad oggi non c’è ancora e soprattutto nelle violenze a danno di minori, questa mancanza fa si che non esista nei loro confronti un minimo di tutela e di prevenzione.

L’unico organo istituito nel nostro paese è l’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile, istituito il 25 luglio 2007, ad oggi, più volte interpellato, non è stato in grado di fornire alcun dato utile.

L’osservatorio, rimasto senza nomine per un lungo periodo, venne ricomposto il 12 settembre del 2016 dall’allora ministro con delega alle pari opportunità Maria Elena Boschi che pochi giorni dopo, inosservante al D.M. che lo regolamenta, con un decreto integrativo, rimuove uno dei consiglieri, Michele Palma, facente capo alle pari opportunità e lo sostituisce inspiegabilmente e senza alcun pro, con un sacerdote, don Fortunato di Noto.

N.B. I link riferiti all’Osservatorio e la rispettiva documentazione non sono più reperibili sul sito del Ministero ai link originali.

LA MISCELA ESPLOSIVA

In uno Stato democratico la sovranità appartiene al popolo, ma come fa il popolo ad esercitarla?

Serve per prima cosa la consapevolezza del popolo riguardo ad un problema e questa consapevolezza il popolo la acquisisce attraverso la stampa che non a caso ha dei privilegi a propria tutela sanciti dalla Costituzione Italiana, come per esempio la riservatezza sulla fonte della notizia.

Per questo motivo siamo molto arrabbiati con la stampa italiana che censurando i problemi si rende responsabile di impedire ai cittadini la consapevolezza di un problema, quindi la possibilità di tutelarsi e pretendere che il Governo intervenga. Senza un allarme su un problema, quel problema non esiste e se un problema non esiste non si affronta.

Restando nel tema, i preti pedofili e la tutela dei minori, l’Italia si trova di fronte a un grave problema, da un lato la Santa Sede, che promette provvedimenti che concettualmente non potranno mai essere in favore delle vittime in quanto la chiesa non considera la pedofilia un crimine contro la persona ma un peccato contro la morale. Altro problema di base è la direttiva del 1962 nota come Crimen Sollicitationis, riconfermata nel 2002 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’allora segretario Tarcisio Bertone, direttiva tutt’ora in vigore che di fatto, al di la dei proclami di Bergoglio, impone sui casi di abuso la gestione interna.

E qui va fatta una riflessione importante che porta inevitabilmente a comprendere che la chiesa non vuole intervenire seriamente sul fenomeno ma cerca di aggirarlo dando all’opinione pubblica la falsa impressione di prendere provvedimenti, evitando di assumersi le proprie responsabilità di fronte alle vittime e ai tribunali.

Vi siete mai posti la domanda di chi è la competenza sugli abusi sessuali ?

Mi spiego meglio, se un avvocato abusa sessualmente di un minore, non è che l’ordine degli avvocati istituisce un apposito tribunale per processarlo, la competenza è della magistratura, della giustizia del paese in cui il crimine è stato commesso. Ma allora perché nel caso dei preti la competenza dovrebbe essere della Santa Sede? La Santa Sede ha, se lo ritiene opportuno, competenza tutt’al più sulla questione morale, il fatto che persista nel voler gestire internamente questi casi è riconducibile ad un solo motivo, quello di non rispondere del pregresso alle vittime e alla legge, con la promessa che “staremo più attenti”.

Pensate un pò se Bergoglio anziché pregare sempre più forte per non sentire le grida delle vittime,  ordinasse ai suoi vescovi, anzichè di gestire i casi internamente, di denunciarli anche alla magistratura. Nel giro di pochi mesi avrebbe risolto il problema garantendo anche la corretta prevenzione per i minori che frequentano le parrocchie di tutto il mondo.

Detonatore di questa miscela esplosiva, la criminale e complice inerzia dei governi, che alla salute psicofisica dei propri cittadini, hanno preferito tradendo lo Stato, una sottana da preti.

Di Francesco Zanardi

Presidente della Rete L’ABUSO

Nasce ECA, l’associazione internazionale di cui è partner anche la Rete L’ABUSO

Dal 4 all’8 di giugno si sono riuniti in un meeting a Bernex (Francia) i rappresentanti delle associazioni di tutto il mondo tra cui anche il Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi. Il meeting aveva l’obbiettivo di creare un’associazione globale che connettesse tra loro le diverse realtà associative nazionali per permettere una una maggiore incisività nel contraso alla pedofilia clericale.

Poche ore fa, in una conferenza stampa che si è tenuta a Ginevra i rappresentanti di 15 paesi in 4 continenti hanno annunciato la nascita di ECA Ending Clerical Abuse, un’istituzione a livello mondiale che pochi giorni fa, il 5 giugno si è presentata e accreditata anche alle Nazioni Unite.

Tra i fondatori e i partner di ECA troviamo Adalberto Méndez López e Alberto Athie – Mexico, Alexandre Hezez, Françoise Devaux, Aymeri Suarez-Pazos, Jacques Nuoffer, Nadia Debbache – France, Anne Barret Doyle,,George Mead, Peter Isely, Timothy Law- USA, Benjamin Kitobo – Congo, Catalina Venegas, Jaime Concha, José Andrés Murillo, Juan Carlos Claret Pool – Cile, Denise Buchanan – Jamaica, Evelyn Korkmaz – Canada, Francesco Zanardi – Italia, Jean-Marie Fürbringer – Switzerland, Lieve Halsberghe – Belgium, Marek Lisinki, Michal Czykmicha – Polonia, Matthias Katsch – Germani, Miguel Hutado – Spagna, Nadia Debbache – Francia, Peter Saunders – Inghilterra, Sara Oviedo – Equador.

Gli attivisti si sono presentati al mondo con questo video.

 

#ChurchToo – lo spot della campagna di sensibilizzazione al contrasto alla pedofilia clericale promossa della Rete L’ABUSO

Due bambine e due bambini, sono i protagonisti della campagna di sensibilizzazione chiamata #ChurchToo promossa dalla Rete L’ABUSO, l’Associazione italiana che raccoglie i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero.

Uno spot di 55” con un messaggio rivolto direttamente al Pontefice nel quale i bambini ripercorrono quella che definiremo la giostra della pedofilia clericale fatta di trasferimenti, omissioni, omertà che finiscono per tradursi col favorire la reiterazione del crimine.

L’invito al buonsenso è rivolto a papa Francesco al quale i quattro bambini chiedono nulla di più, che rendere obbligatoria per i vescovi, la denuncia all’autorità giudiziaria.

Nella seconda parte anche un messaggio del Presidente dell’Associazione, Francesco Zanardi che invita alla cautela.

Una campagna di sensibilizzazione che si è resa necessaria di fronte ai risultati della campagna di “tolleranza zero” avviata da papa Francesco, tanto acclamata ma che in cinque anni non ha portato ancora nulla di efficace e concreto nella prevenzione e nella tutela dei minori affidati alle cure del clero.

L’Ufficio di Presidenza

Diffidato il Governo Italiano per non essere intervenuto per contrastare la pedofilia ecclesiastica in Italia.

Condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione ONU per i diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote oltre alle inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione Italiana, queste alcune delle accuse che il Presidente della Rete L’ABUSO,  Francesco Zanardi, tramite il legale dell’Associazione,  Avv.  Mario Caligiuri del foro di Roma, ha raccolto in una diffida inviata oggi al Governo Italiano . 19 feb 2018 RETE L’ABUSO DIFFIDA L. 241 1990

Tra i destinatari in epigrafe diffidati – ed in base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini ed istituzioni obbligati a rispondere entro 30 gg – non c’è solo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma anche il Comitato Onu per i diritti del fanciullo, la 12° Commissione Affari Sociali, Il Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Presidenza del Parlamento Europeo e l’Unicef, Garante Nazionale per Infanzia e Adolescenza.

A conoscenza della diffida anche il Presidente della Repubblica Italiana (Garante della Costituzione), l’ISTITUTO INTERREGIONALE PER LA RICERCA ( UNICRI) SULLA CRIMINALITÀ E LA GIUSTIZIA DELLE NAZIONI UNITE,  il CENTRO DI RICERCA INNOCENTI.

Si tratta di gravi violazioni di legge nei fatti ben documentati in questi anni dall’Associazione Rete L’ABUSO, commessi dalla Santa Sede sul suolo italiano che vedrebbero anche sulla base del 2° comma dell’art. 40 c.p. decine di omissioni che hanno realizzato  le Istituzioni Italiane, con la propria inerzia, a consentire la perpetrazione di crimini a danno delle/dei  cittadine/i più deboli, i minori costringendo anche le vittime divenute adulte, a vedersi negati i più basilari diritti costituzionali, aggiungendo a questo anche la violazione dei diritti di quella che conosciamo come Carta dei Diritti Umani.

Tra le pesantissime accuse formulate nelle 20 pagine di diffida, troviamo anche le violazioni della Convenzione di Lanzarote , sulla base della quale il Governo Italiano dovrebbe vietare tassativamente e soprattutto prima dello svolgimento di un processo civile, quelli che conosciamo come processi canonici e che sono alla base della così detta campagna di “tolleranza zero” voluta proprio da papa Francesco.

L’avvocato Caligiuri spiega che «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante».

«Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote».

«Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali.

La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano».

A sconvolgere ancora di più il quadro generale dei processi canonici, il fatto che la vittima, spesso a sua insaputa, non è la parte lesa, ma oltre al sacerdote, è il secondo imputato perché la reale vittima, in un processo canonico, non è il fanciullo molestato, ma Dio.

Un aspetto che da anni l’Associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero Rete L’ABUSO, denuncia ma che invece, ancora oggi viene impropriamente pubblicizzata dai mezzi di informazione come fosse risolutiva per le vittime, le quali purtroppo, si rendono conto del contrario solo quando oramai è troppo tardi.

Tra gli altri punti importanti l’immobilità del Governo Italiano, che a differenza degli altri, in questi anni di consapevolezza del problema, non solo non ha ancora avviato come negli altri paesi una commissione di inchiesta che quantifichi l’entità del fenomeno, ma addirittura non ha ancora calendarizzato alcun provvedimento in proposito, assistendo passivamente a quella che dati i numeri, potremmo tranquillamente definire una mattanza di cittadini minori.

L’unica iniziativa avviata in Parlamento fino ad ora è quella tanto voluta dall’Associazione Rete L’abuso, che ha trovato l’appoggio del deputato Matteo Mantero, grazie al quale – anche se passata sotto il silenzio dei media – lo scorso 27 novembre, ha depositato la prima Interrogazione Parlamentare a risposta scritta specificatamente formulata sul pericolo dei preti pedofili, nella quale si contestano inoltre, le recenti normative introdotte dal così detto certificato anti pedofilia, che tragicamente esonera tutte le categorie da sempre più a rischio, il mondo del volontariato che vede non solo gli allenatori sportivi, scout ecc. ma anche l’intera categoria dei sacerdoti.

Attendiamo una risposta  esaustiva entro il termine previsto di 30 giorni, dopo di che, in difetto,  non escludiamo di richiedere alla Procura Generale della Repubblica una valutazione circa la sussistenza di eventuali ipotesi di reato desumibili sia  dalle condotte realizzate all’interno dell’amministrazione dello Stato, che da  ecclesiatici negli ambiti di vita sociale frequentati.

Francesco Zanardi

Presidente della Rete L’ABUSO