PERCHE’ PER LE VITTIME DI VIOLENZA DOMESTICA DURANTE LA QUARANTENA E’ PIU’ DIFFICILE TUTELARSI?

Deve subito chiarirsi che la diffusione di questa conversazione intercorsa – in forma di intervista – tra Francesco Zanardi, presidente di Rete l’Abuso H. R. C., ed uno dei legali consulenti dell’Associazione, l’avv. Mario Caligiuri del Foro di Roma, trae spunto da alcune segnalazioni giunte in questa difficilissima congiuntura di emergenza sanitaria da parte di donne vittime di violenza domestica, o di loro familiari e amici, alla ricerca di informazioni, se non di risposte protettive pure per i figli ancora piccoli.  

Si osserva che, in realtà, le richieste indirizzate dalle donne ai servizi territoriali, ai centri anti-violenza ed alle forze dell’ordine risultano decisamente più ridotte, se rapportate al periodo precedente la dichiarata emergenza sanitaria. Tale discrepanza deve farci riflettere.

Con questo intervento, a cui ne seguiranno altri, l’intendimento della Rete l’Abuso non è, nel modo più assoluto, quello di sostituirsi a quei presidi attivi sul territorio, tra cui i centri anti-violenza, che già hanno maturato qualificata esperienza a riguardo, bensì di contribuire sinergicamente con queste importanti realtà fornendo alle vittime, in modo esemplificato, alcune indicazioni essenziali, nei casi di maggiore criticità ed urgenza.   

Quanto viene riportato è frutto del confronto avvenuto spontaneamente da remoto, il cui scopo è di rafforzare quel processo di empowerment avviato da tempo da altre associazioni che hanno a tema il contrasto della violenza di genere, favorendo la decisione delle donne di voler uscire definitivamente da una relazione di intimità resasi intollerabile ed essere perciò sostenute, tutelate e protette unitamente ai propri figli, spesso in tenera età, senza tuttavia escludere le medesime problematiche che si registrano nelle relazioni omosessuali .

Seguita ad essere divulgato dai media, l’invito a chiamare il 1522, tuttavia non ci risulta che vi sia stata da parte del governo una risposta in tal senso adeguata, neppure con l’ultimo decreto, che ha omesso di considerare il prezioso contributo profuso dalle organizzazioni del terzo settore e dei centri antiviolenza, nonostante le presenti difficoltà e le scarsissime risorse finanziarie di cui dispongono.

Poco dopo il riconoscimento della pandemia provengono da ogni parte del mondo dati che dimostrano l’aumento esponenziale degli episodi di violenza domestica, fino alla perdita della vita della vittima e dei figli, alimentati sia dalla prossimità coabitativa imposta dai provvedimenti governativi che dall’imperversare della crisi economica. Questa preoccupante emersione ha indotto le Nazioni Unite a richiedere ai governi nazionali di intervenire per contrastare il drammatico aumento delle aggressioni realizzate all’interno delle pareti domestiche da uomini sulle proprie compagne e/o mogli in alcuni casi fino a provocarne la morte.  

D: La prima domanda che ti faccio è: come si spiega che a partire dalla prima decade dello scorso marzo, nonostante si registri l’aumento dei fatti di violenza intra familiare confrontati con il periodo precedente, corrisponda la consistente riduzione delle richieste di intervento delle donne che si rivolgono sia ai centri anti violenza che alle forze dell’ordine.

R: In effetti sembra un incredibile paradosso. Ma, invece, una risposta plausibile c’è e va ricercata nel maggior controllo che viene esercitato dal partner sulla donna maltrattata, favorito dalla condizione coabitativa imposta dalle attuali restrizioni; il che rende difficoltosa la possibilità sia di poter richiedere un supporto psicologico che rivolgersi ad un difensore per ottenere l’emanazione di misure protettive pure per i figli. Ho recentemente verificato che questo schiacciante contenimento di contatti esterni al perimetro della casa familiare risulti per la vittima ancor più afflittivo perché impedisce di potersi confidare o confrontare, per assumere non facili decisioni, costringendola a sommergere nella propria solitudine ogni sofferenza. Questi sono gravi pregiudizi che possono segnare permanentemente la vita delle donne e dei figli e costituiscono voce di danno risarcibile. Ed è in questa cornice che andrebbe ricentralizza la prevalente necessità di spezzare il circuito della violenza ed impedire che i bambini continuino ad assistere ai maltrattamenti agiti dal padre sulla madre divenendo essi stessi vittime.

D: In un recente nostro colloquio lamentavi della mancanza di risposte da parte dell’autorità giudiziaria in una vicenda, mi pare, sovrapponibile a quanto hai appena detto, dove però, se non sbaglio, la vittima era riuscita a contattarti.

R: Si, la richiesta di assistenza legale in realtà è giunta grazie all’interposizione di una amica della donna. In questo caso, che definirei peculiare, la critica vada indirizzata alla procura territoriale, la quale nonostante la compresenza di significativi indicatori di pericolosità del partner – estensibile anche ai figli – messi in luce dal racconto della donna e dagli elementi di prova allegati, non ha emesso alcun provvedimento di allontanamento verso l’assalitore. Va fatto notare che le vittime di violenza domestica, in maggioranza, manifestano disturbi legati alla cosiddetta sindrome postraumatica, i quali si verificano sul piano fisico, psichico e psicosomatico.

D: Come lo spieghi?

R: Posso fare solo delle supposizioni, perché in base all’attuale fase delle indagini, stante il segreto investigativo imposto, non è consentito l’accesso al fascicolo per cui si è potuto conoscere solo sia il nominativo del P.M. titolare che i reati attribuiti ipoteticamente al maltrattante. Penso che al P.M. sia sfuggita la particolare pericolosità dell’uomo indagato, nonostante gli siano stati forniti importanti elementi per identificarla. Accade, anche nei casi di conclamata responsabilità, che l’uomo con la sua autodifesa tenti, suggestivamente, di negare o offuscare la violenza agita stravolgendo la realtà e riconduca la sua condotta criminosa e reiterata ad effetti reattivi di gelosia, o di senso di perdita frutto di un’altra relazione, tra la convivente ed il nuovo partner, che molto spesso è del tutto immaginaria, o ininfluente, sull’indisponibilità della donna a voler portare avanti la relazione.Ma ripeto è un  ipotesi.

Questo si coniuga con l’atteggiamento minimizzante esternalizzato dal maschile. L’uomo manifesta da subito, a partire dal proprio difensore, un impulso al contempo negazionista e manipolatorio, attraverso un richiamo compassionevole, come accade in chi ha consolidate difficoltà a controllare la rabbia, che si traduce nel ritenere che i propri scatti d’ira, sino all’aggressione fisica, oggetto del procedimento, dipendano esclusivamente dagli altri.

Ma, al di là del caso specifico, basando il ragionamento sulla prevenzione, si tratta di comprendere che la violenza sulle donne è prima di tutto un problema degli uomini, Questo significa spostare l’attenzione dalle vittime agli autori, a quella «questione maschile» che tutta la violenza di genere sottende. Ed è, infatti, acquisizione sempre più diffusa che la violenza di genere non possa essere rubricata semplicemente come un problema delle donne e chiami in causa gli uomini.

Soffermandosi ancora sull’impatto sociale della prevenzione, sia primaria (attività di carattere culturale e formativo mirate ad evitare che si producano episodi di violenza) che secondaria (sostegno psicologico e legale alle vittime per evitare che si reiterino episodi di violenza di genere e/o assistita), credo che la questione debba essere ricentralizzata riguardo agli interventi sugli uomini – così detti – maltrattanti dando continuità ai progetti o avviandone di nuovi, il che risulta ingiustificatamente arenato da parte delle istituzioni sul versante dell’ investimento economico.

Si promulgano le leggi, che contemplano espressamente che per rendere efficiente la prevenzione occorre intervenire sugli uomini autori di violenza, senza, tuttavia, predisporne le necessarie condizioni, soprattutto quelle degli stanziamenti, del tutto disattese dalle istituzioni. Deve farsi notare che il c.d. Codice Rosso,   interviene sul codice di procedura penale al fine di velocizzare l’instaurazione del procedimento penale e, conseguentemente, accelerare l’eventuale adozione di provvedimenti di protezione delle vittime i quali però, senza voler assolutizzare,  spesso non vengono emessi. Questa posizione, in buona sostanza, come nel caso accennato, equivale a dover accettare l’esposizione della donna ad un rischio molto elevato soprattutto in questa difficile congiuntura.

D: Cosa si può fare.

Le attuali misure, fortemente restrittive della libertà di movimento a tutela della salute pubblica, non devono scoraggiare le donne dal comunicare all’esterno della casa familiare quanto loro accade. Va, pertanto, diffusa la consapevolezza che lo stato di necessità permette loro, anche a tutela dei figli che ne sono coinvolti, oltre che richiedere l’intervento delle forze dell’ordine, potersi allontanare dalla propria abitazione per recarsi presso una struttura ospedaliera per farsi refertare, oppure presso il centro antiviolenza, ovvero il commissariato o la stazione dei carabinieri più vicini, oppure da un legale per sporgere querela.

Conferma quanto appena detto la lettura dell’art. 54 del codice penale, ove risulta che “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”.

Sempre sul crinale della tutela, va fatto rientrare il diritto della vittima di far constatare al personale medico operante la condizione stressogena conseguente agli abusi subiti come: stati d’ansia, di confusione, attacchi di panico, i quali devono essere refertati e ricondotti all’assalitore. Non va trascurato che i maltrattamenti contro familiari e conviventi sono procedibili d’ufficio e ledono i diritti fondamentali costituzionalmente riconosciuti a qualunque persona e sono annoverati tra quelli per cui il sanitario ha obbligo di riferire all’autorità giudiziaria entro 48 h, presupponendo un collegamento funzionale fra il comportamento dell’aguzzino perseguibile d’ufficio e l’intervento del medico, bastando a tal fine il solo sospetto che il delitto in questione sia stato commesso.

Ai fini dimostrativi della responsabilità penale dell’abusante, data l’importanza del referto, non solo per i casi di violenza fisica, ma anche per quelli di violenza psicologica, per la chiarezza della norma, è utile leggerla così come dispone l’art. 334 c.p.p : “1.Chi ha l’obbligo del referto deve farlo pervenire entro quarantotto ore o, se vi è pericolo nel ritardo, immediatamente al pubblico ministero o a qualsiasi ufficiale di polizia giudiziaria del luogo in cui ha prestato la propria opera o assistenza ovvero, in loro mancanza, all’ufficiale di polizia giudiziaria più vicino. 2.Il referto indica la persona alla quale è stata prestata assistenza e, se è possibile, le sue generalità, il luogo dove si trova attualmente e quanto altro valga a identificarla nonché il luogo, il tempo e le altre circostanze dell’intervento; dà inoltre le notizie che servono a stabilire le circostanze del fatto, i mezzi con i quali è stato commesso e gli effetti che ha causato o può causare. 3.Se più persone hanno prestato la loro assistenza nella medesima occasione, sono tutte obbligate al referto, con facoltà di redigere e sottoscrivere un unico atto”. 

Per completare questo colloquio mi pare sia utile considerare la previsione dell’art. 13 del Codice Deontologico degli Psicologi che permette di bilanciare la funzione di cura del terapeuta e gli obblighi informativi nei confronti dei terzi, che vorrei leggere : “Nel caso di obbligo di referto o di obbligo di denuncia, lo psicologo limita allo stretto necessario il riferimento di quanto appreso in ragione del proprio rapporto professionale, ai fini della tutela psicologica del soggetto. Negli altri casi, valuta con attenzione la necessità di derogare totalmente o parzialmente alla propria doverosa riservatezza, qualora si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi”.  

Bisogna fornire all’ autorità giudiziaria tutti gli elementi utili – i quali vanno accuratamente pesati più che contati –  che diano fondamento alla notizia di reato e pretendere l’urgente emissione di misure in grado di proteggere effettivamente  la vittima, prima, durante e dopo l’avvio del  procedimento. A tal fine è indispensabile predisporre e rafforzare attentamente ogni aspetto dimostrativo della pericolosità dell’assalitore, ma prima, sottolineo prima, che i comportamenti giungano alla violenza fisica o a ben più tragiche conseguenze.

Per queste ragioni mi sono soffermato sull’importanza, spesso decisiva, del referto e dell’apporto che il medico e lo psicologo sono tenuti a dare, ma, insisto, sempre prima che i reati oggetto di querela possano giungere ad esiti drammatici, come spesso purtroppo accade. Si registra, purtroppo con una certa frequenza, che le violenze perpetrate riferite alle forze dell’ordine non sono adeguatamente  interpretate per allontanare con la dovuta urgenza l’autore delle condotte illecite. Ed è proprio questa chiave di lettura che costituisce una pericolosa barriera alla realizzazione della prevenzione.

Il sistema normativo vigente dispone di tutte le misure di prevenzione attuabili tempestivamente. In sede penale con l’art. 384 bis c.p.p. che prevede: l’arresto in flagranza, l’ordine di allontanamento urgente dalla casa familiare, anche per minacce gravi e/o lesioni volontarie, anche lievissime, rispetto alle quali è necessario sporgere querela, e misure cautelari specifiche. In sede civile con l’art. 342 bis c.p.c. ove sono previsti: gli ordini di protezione contro gli abusi sopra menzionati , consentendo un’adeguata tutela,   sia dell’ incolumità della donna che quella  dei figli minorenni che eviterebbero di dover fuggire dalla propria abitazione per mettersi al riparo dall’uomo. Peraltro, i provvedimenti a tutela dei figli possono essere emessi, in caso in cui l’urgenza sia tale da non ammettere eventuali dilazioni di tempo e vi sia il rischio di eventuali ripercussioni lesive nei confronti degli stessi, anche senza il preventivo intervento della controparte.

   Avv. Mario Caligiuri

Emergenza Coronavirus; Conte metta anche la sanità privata al servizio della collettività

È notizia di oggi che il Governo spagnolo, con un atto di grande responsabilità, ha requisito la Sanità privata rendendola disponibile alla collettività, sanità che in Italia, da sempre è finanziata con i soldi dei cittadini, a discapito di quella pubblica, oggi carente.

Lo stesso Governo spagnolo, anziché lasciare che si commerciassero a prezzi inaccessibili mascherine e altri beni di estrema necessità per i cittadini, i quali, al di là delle norme, nei fatti oggi non hanno possibilità di tutelarsi, ha chiesto alle aziende produttrici, di rendicontare entro 48 ore,

Un gesto di responsabilità cristiana lo si chiede anche a Papa Francesco, che oltre alla riapertura del chiese e alle preghiere, concretizzi gli aiuti, chiedendo in prima persona alle centinaia di cliniche private cattoliche sul territorio, di offrire servizi per la collettività.

Il Presidente della sezione Human Rights Connect – Rete L’ABUSO

Firma la petizione su Change.org

PRETI PEDOFILI; Depositata in Italia la prima Interrogazione Parlamentare

Un evento storico per il nostro paese che, a differenza di molti altri dell’UE, dopo lo scandalo dei preti pedofili iniziato anche in Europa nel 2009, non si era mai interessato al fenomeno, al punto che ancora oggi il Governo Italiano non è in grado di fornire dati sull’entità del problema.

Nel 2002 a sollevare per la prima volta la questione fu il Presidente degli eurodeputati Radicali Maurizio Turco che, però, non riuscì a stimolare l’interesse della politica italiana.

Anche la Rete L’ABUSO, in questi anni, ha cercato in più occasioni di sollecitare le forze politiche che, in ben tre occasioni, ci diedero udienza ma non si riuscì ad arrivare al deposito di un documento che desse il via quantomeno ad una presa di consapevolezza, da parte del Governo e delle Istituzioni, sull’inequivocabile fatto che, anche in Italia, esiste questo problema e da quanto è emerso dalla recente denuncia contenuta nel libro di Gianluigi Nuzzi, riproposta da LE IENE nei servizi di Gaetano Pecoraro, sembra tutt’altro che sotto controllo.

Perseverare certe volte è diabolico, ma non ci siamo arresi e finalmente abbiamo trovato non solo l’attenzione, ma anche la concretezza e la disponibilità del Deputato savonese Matteo Mantero (M5s), al quale, negli ultimi mesi, abbiamo argomentato le nostre preoccupazioni, non solo legate alla fallimentare gestione del problema da parte della Santa Sede, ma sopratutto all’assenza delle istituzioni su un problema così grave per la salute psicofisica di cittadini minorenni.

L’interrogazione a risposta scritta 4/18626 depositata lunedì 27 novembre che vede come destinatari: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, MINISTERO DELL’INTERNO, MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, si basa principalmente sulle raccomandazioni avanzate alla Santa Sede il 25 febbraio 2014 dal Comitato ONU per la tutela del fanciullo, raccomandazioni alle quali la Santa Sede avrebbe dovuto rispondere il primo settembre scorso, ma non lo ha fatto.

Anche per questo motivo è di fondamentale importanza che a mettere mano al problema siano le istituzioni, un problema che, è bene ricordare, non essere materia di fede o di libertà di religione, ma un crimine ai danni di cittadini in età minore, quindi particolarmente fragili ed indifesi.

Nel documento depositato lo scorso lunedì si interroga anche sull’efficacia del così detto “certificato antipedofilia” introdotto in Italia il 6 aprile del 2014 che, come abbiamo fatto più volte notare, presenta diverse lacune. Sono infatti esentati dall’esibire il documento i lavoratori autonomi, l’intera categoria del volontariato, scout, allenatori, sacerdoti ecc., paradossalmente le categorie che da sempre sono quelle più a rischio.

Nella conferenza stampa di questa mattina a Genova, oltre all’illustrazione dell’Interrogazione Parlamentare, si è discusso anche di alcune violazioni della Convenzione di Lanzarote e della responsabilità civile dello Stato Italiano che ha sottoscritto, come la Santa Sede, la Convenzione ONU per la tutela del fanciullo e che, di fatto, sta permettendo alla sola categoria dei sacerdoti cattolici di commettere le stesse violazioni che la Commissione ONU ha contestato alla Santa Sede, anche sul suolo italiano.

Il Presidente

Francesco Zanardi


TESTO INTEGRALE;

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-18626

presentato da

MANTERO Matteo

testo di

Lunedì 27 novembre 2017, seduta n. 891

   MANTERO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale.— Per sapere – premesso che:

   il comitato sui diritti del fanciullo dell’Onu ha esaminato il secondo rapporto periodico della Santa Sede e ha adottato, nella sua 1875a seduta, tenutasi il 31 gennaio 2014, le osservazioni conclusive di cui al punto 43: Il Comitato prende nota dell’impegno espresso dalla delegazione della Santa Sede di ritenere inviolabile la dignità e l’intera persona di ogni fanciullo. Il Comitato cionondimeno esprime la sua più profonda preoccupazione circa l’abuso sessuale sul bambino commesso dai membri degli ordini cattolici che operano sotto l’autorità della Santa Sede, con chierici che sono stati coinvolti nell’abuso sessuale di decine di migliaia di bambini in tutto il mondo. Il Comitato è gravemente preoccupato per il fatto che la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi. Il Comitato è particolarmente preoccupato del fatto che:

    «Ben noti autori di abusi sessuali su bambino sono stati trasferiti di parrocchia in parrocchia o in altri Paesi nel tentativo di tenere nascosti tali crimini, una pratica documentata da numerose commissioni nazionali d’inchiesta. La pratica della mobilità dei criminali, che ha permesso a molti preti di rimanere in contatto con i fanciulli e di continuare ad abusare di loro, tuttora pone i fanciulli di molti Paesi ad alto rischio di abuso sessuale, poiché dozzine di autori di abusi sessuali sul bambino sono segnalati essere tuttora in contatto con fanciulli; (…)

    i casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale sul bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari negli Stati dove gli abusi sono stati commessi;

    a causa del codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica, i casi di abuso sessuale su bambino non sono quasi mai stati denunciati alle autorità per l’applicazione della legge nei Paesi dove tali crimini sono stati commessi. Al contrario, casi di suore e preti ostracizzati, degradati e licenziati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio sono stati denunciati al Comitato così come casi di preti che hanno ricevuto congratulazioni per essersi rifiutati di denunciare gli autori di abuso su bambino, come dimostrato nella lettera indirizzata dal Cardinale Castrillon Hojos al Vescovo Pierre Pican nel 2001;

    denunciare alle autorità nazionali per l’applicazione della legge non è mai stato reso obbligatorio e ciò è stato esplicitamente rifiutato in una lettera ufficiale indirizzata ai membri della Conferenza episcopale Irlandese dal Vescovo Moreno e dal Nunzio Storero nel 1997. In molti casi, le autorità della Chiesa, incluso al più alto livello della Santa Sede hanno mostrato riluttanza e in alcuni casi, hanno rifiutato di cooperare con le autorità giudiziarie e le commissioni nazionali d’inchiesta.

    Limitati sforzi sono stati fatti per mettere in grado i fanciulli iscritti nelle scuole e istituzioni cattoliche di proteggere se stessi dall’abuso sessuale» –:

   quali iniziative il Governo abbia intenzione di mettere in atto al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali;

   se intenda assumere iniziative normative volte ad estendere l’obbligo di richiedere il cosiddetto certificato antipedofilia per tutte le categorie oggi esenti, che vengono a contatto con minori, anche per attività di volontariato o dove non è previsto un rapporto di lavoro subordinato;

   se e di quali elementi statistici disponga il Governo circa i procedimenti, definiti e ancora pendenti, nelle procure della Repubblica per reati sessuali contro minori, che vedono indagati o imputati ministri di culto;

   se e quali iniziative intenda assumere il Governo, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, al fine di valutare l’opportunità dell’istituzione di un fondo per i risarcimenti a favore delle vittime dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia;

   se e quali iniziative il Governo intenda assumere, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia.
(4-18626)