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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Abusi in Italia: una voce “altra”

L’autrice, Alessandra Pozzo, è ricercatrice in scienze del linguaggio al CNRS-PSL di Parigi al Laboratorio di studi sui monoteismi. Ha condiviso le sue competenze in qualità di esperta in strategie della dissimulazione con la Commissione indipendente francese sugli abusi, presieduta da Jean-Marc Sauvé (CIASE). A partire da questa esperienza esprime la sua reazione al primo rapporto CEI sulla rete territoriale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili (Roma, 17 novembre) e alle discussioni che l’hanno accompagnato (ndr).

Redazione WebNews by Redazione WebNews
1 Dicembre 2022
in Cronaca e News
Reading Time: 8 mins read
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Coloro che si sono cimentati nell’ardua prova di seguire la totalità del rapporto sulle attività inerenti agli abusi sessuali perpetrati nell’ambito della Chiesa cattolica italiana sui minori, presentato a metà novembre da alcuni vescovi e dagli esperti convocati dalla Conferenza Episcopale Italiana per studiare il fenomeno, nonché a organizzare delle operazioni per arginarlo, hanno sicuramente messo a dura prova la loro pazienza.

Infatti, ci troviamo di fronte a un evento che merita di essere analizzato dal punto di vista semiotico per via dei numerosi messaggi (mal) dissimulati che esso invia più o meno intenzionalmente e che generano un reale disagio nello spettatore.

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A testimoniare di questo stato di fatto, diversi giornalisti referenti di alcune testate hanno ampiamente reagito rispetto ai contenuti del rapporto citando statistiche, cifre, ambiti di indagine, definizione del corpus e così via, nonché manifestando il loro disaccordo in merito ai metodi impiegati e agli obiettivi raggiunti.

Una polemica è in corso tra esponenti dell’ambito ecclesiastico e i rappresentanti dei gruppi schierati in difesa delle vittime. Questa si concretizza con botte e risposte inviate con malcelata violenza su pagine più o meno virtuali oppure nel corso di conferenze successive al rapporto che vertono sui temi scottanti dell’abuso.

Contrariamente agli articoli pubblicati nei giorni scorsi in relazione a questi eventi, noi ci occuperemo di analizzare brevemente la forma con cui si sono espressi questi contenuti, per vedere se qualche informazione importante ci viene trasmessa anche da essa.

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La messa in scena

Per cominciare esaminiamo lo spazio scelto per la conferenza stampa. Personalmente ho visionato il video dell’evento. Una telecamera fissa inquadra un tavolo che non riesce ad accogliere agevolmente l’insieme dei relatori, sicché un paio di essi vi si accomoda in posizione periferica appoggiando sui bordi il proprio materiale. I due vescovi, invece, sono collocati in una comoda posizione centrale, così come il moderatore della conferenza, formando un nucleo da cui emana la parola di chi detiene il potere.

Se qualcuno avesse dimenticato da quale fonte proviene l’informazione che viene diffusa, dietro al tavolo e ai relatori si trova, in guisa di fondale, un quadro in cui sono rappresentati tutti i papi del XX e del XXI secolo, con papa Francesco che troneggia in proporzione e in posizione dominanti.

Ora, una messinscena del genere non può passare inosservata ed è particolarmente sovraccarica di senso. Essa indica di proposito la fonte da cui l’intero evento scaturisce e riceve la sua coerenza. Infatti, il susseguirsi degli interventi conferma l’impressione che risulta dalla messinscena, poiché tutti i relatori hanno un legame con la Chiesa.

Chi è vescovo, chi lavora all’Università Cattolica, chi è direttore didattico in una scuola cristiana, chi ha collaborato con i centri d’ascolto diocesani investiti della responsabilità di ricevere le vittime e così via. Sembra quindi di trovarsi ad un evento pubblico organizzato da un regime che non ha altro riferimento se non sé stesso, in cui tutto quel che si dice deve rispondere ad esigenze interne di propaganda.

Passiamo ora a qualche considerazione stilistica riguardante l’articolazione del discorso dei diversi relatori. Le impressioni tratte dalle diverse prese di parola sono multiformi: dalla favella timida ed esitante, all’affermazione lenta, sicura e intrisa di sufficienza, intesa a manipolare l’uditorio facendolo aderire a un argomento di autorità, per finire con il discorso ambivalente di chi cerca di accontentare tutti.

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Neutrali?

Nessuna di esse però si offre con la neutralità del discorso obiettivo, scientifico, che dichiara esplicitamente lo stato dell’arte, lo stato di avanzamento dei lavori, l’obiettivo finale da perseguire e le ragioni funzionali che hanno ispirato le scelte metodologiche.

Qualcuno afferma che si tratta di un primo tentativo di approccio eventualmente perfettibile in futuro. Se vogliamo fare un paragone eloquente attenendoci al contesto ecclesiale, sarebbe come dire che un giovane sacerdote che sta celebrando messa dicesse appena dopo la consacrazione dell’ostia: “Scusate, non so davvero se ce l’ho fatta a pervenire alla transustanziazione: è il mio primo tentativo, forse in futuro andrà meglio. Vi terrò informati”.

La situazione è grave: un atteggiamento del genere è inaccettabile ed è indizio certo di incompetenza.

Ora, questo genere di dichiarazioni intrise di superficialità sono fatte da vescovi nel contesto degli abusi sessuali perpetrati da chierici o simili all’interno della Chiesa: fatti criminali che hanno distrutto la vita di centinaia di vittime. Come si può pensare che affermazioni di questo tipo garantiscano che si sta facendo un buon lavoro?

Le premesse delle opzioni metodologiche, è stato detto dal responsabile del Servizio tutela minori della Conferenza Episcopale Italiana qualche giorno dopo il rapporto[1], derivano dal fatto che “non si vuole fare come le commissioni indipendenti” che hanno preceduto il mandato della CEI (per non fare nomi, come la Commission Indépendante sur les Abus Sexuels dans l’Eglise, la CIASE francese) semplicemente perché adesso la Chiesa francese sta pagando un caro prezzo per l’intransigenza dei lavori di tale commissione. Ritorneremo più tardi su questo punto.

Quando ho iniziato il mio lavoro di ricerca, mi è stato insegnato che, per poter osservare, analizzare e studiare adeguatamente un fenomeno, se ne deve scegliere uno con cui non si è coinvolti emotivamente. È necessario avere una distanza emotiva ed effettiva da ciò che si studia, altrimenti non si sarebbe obiettivi e una parte del lavoro sarebbe inficiata dalla nostra compromissione.

Denunce e Centri di ascolto

Questa norma elementare è stata spazzata via dal programma della CEI contro gli abusi sessuali in favore dell’implicazione nei lavori di coloro “che sanno come funziona la Chiesa”[2]. Risultato: prima si coprivano i reati sessuali commessi da chierici con il segreto e con lo spostamento del criminale in altra sede. Ora si continua a “lavare i panni sporchi in famiglia”, aprendo dei centri d’ascolto delle vittime gestiti dalle diocesi e affidati per lo più a credenti di buona volontà che hanno seguito delle formazioni rapide.

Lo scopo di questi centri d’ascolto non è quello di studiare il fenomeno per sradicarlo ma di consolare la vittima perché assuma il dolore causato dal trauma. Invece di organizzare il lavoro intorno alla restituzione della dignità all’essere umano calpestato dal crimine sessuale, si anestetizza il suo dolore, sperando che la vittima non faccia troppo danno. L’atteggiamento complessivo verso le vittime di abusi è intriso di condiscendenza.

Infatti, non si promuove la denuncia del reato all’autorità civile da parte della vittima o chi per essa, compresa l’autorità ecclesiastica, appena si viene a conoscenza del crimine sessuale. Seguendo le norme attuali, la responsabilità della denuncia alle autorità civili spetta solo alla vittima. Ma le vittime di abusi sessuali, spirituali e di autorità, sono travolte da traumi che talvolta sono rimossi dalla loro coscienza e riemergono venti o trent’anni dopo i fatti che risultano quindi prescritti. Sono sconvolte e indebolite da dolorosi stress post traumatici che minano la loro esistenza e le spingono talvolta al suicidio.

Raramente hanno le risorse psicofisiche necessarie ad affrontare un processo. Pare impietoso, quindi, il criterio che ordina di lasciar esclusivamente a loro la responsabilità della denuncia, con l’effetto di eliminare una grossa percentuale di fastidi provenienti dalle persone più fragili. Quanto a coloro che cercano giustizia presso vescovadi e parrocchie, finora non hanno trovano alcun interlocutore disponibile ad ascoltare le loro richieste, salvo la recente organizzazione dei centri d’ascolto tenuti da persone che non hanno alcuna proposta concreta da offrire a parte la loro disponibilità ad ascoltare le proteste.

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Solo dopo aver stabilito le modalità del ricorso alla giustizia civile e penale, e non solo al tribunale ecclesiastico, sarà possibile tracciare un quadro delle retribuzioni da offrire alle vittime per il danno subìto, anche se non sarà il denaro a colmare il baratro di dolore che le ha devastate.

Annuncio e pratiche criminali

Contrariamente a dei criteri dettati da un elementare buon senso, il tipo di organizzazione dei lavori ordinata dalla Conferenza Episcopale Italiana corrisponde ai dettami di un sistema settario in cui si fa appello esclusivamente a risorse interne al clan. Il criterio principale che ordina gli interventi proposti per arginare il problema è la salvaguardia dell’ordine costituito.

Invece di sondare il retroterra culturale che ha consentito tali crimini e di chiamare in causa le responsabilità e le eventuali anomalie interne alla Chiesa che hanno suscitato o favorito la disfunzione, si rivolge l’attenzione esclusivamente al singolo evento criminale, al predatore e alla vittima come se si trattasse di rare eccezioni in un contesto sociale protetto.

Infatti, per sminuire le responsabilità, nei recenti rapporti sugli abusi si fa riferimento agli altri ambienti altrettanto colpiti da questa tragedia, come per esempio, l’ambito sportivo, il contesto familiare ecc… Solo che ci si dimentica, en passant, che, benché costituita da peccatori pentiti e diversamente dal contesto sportivo che non promuove principi etici o spirituali, la Chiesa pretende manifestare al mondo la rivelazione divina offerta da Gesù Cristo e i valori evangelici di amore, rispetto, compassione… da lui promossi. Il fatto di scoprire che, al suo interno, si dissimulino delle pratiche criminali e che i responsabili della Chiesa italiana non abbiano nessuna fretta di portarle alla luce del sole rappresenta quindi una grave controtestimonianza.

Cambiamo scenario

In Francia, vent’anni fa, si era allo stesso stadio della Chiesa italiana odierna. La Conférence des Evêques de France non ne voleva sapere di sondare il problema dei diversi tipi di abusi e desiderava mantenere i privilegi dei suoi membri senza occuparsi troppo delle pecore nere rappresentate dai predatori sessuali al suo interno.

Poi, grazie a una serie di scandali mediatici e altre simpatiche operazioni, le cose sono cambiate: volenti o nolenti, i vescovi francesi si sono trovati con le spalle al muro e hanno acconsentito all’organizzazione di una commissione indipendente, vale a dire costituita da esperti esterni alla Chiesa in ogni campo relativo agli abusi sessuali, con i risultati che sappiamo. La responsabilità di allestire questa commissione è stata affidata a una persona onesta, al di sopra di ogni sospetto, competente e intelligente.

Al di là di quello che qualunque avversario abbia potuto affermare, e si è verificato anche questo, i risultati di questo lavoro che è durato quasi tre anni ma che ha assorbito una ventina di esperti in un’occupazione a tempo pieno e molti altri collaboratori con contratti di ricerca, ha dato risultati sconvolgenti.

Il giorno in cui il rapporto della CIASE è stato reso pubblico, davanti ad un fondale neutro dove si trovavano Jean-Marc Sauvé, il responsabile della commissione indipendente, mons. de Moulins-Beaufort, il presidente della CEF, e Veronique Margron, la presidente della CORREF, l’associazione dei religiosi francesi corrispondente all’USMI e alla CISM italiane, François Devaux, vittima di aggressione sessuale da parte di un prete quando era ragazzino, ha preso la parola per primo. È salito al microfono e, davanti a un pubblico sgomento e in diretta televisiva con milioni di persone, ha detto ai vescovi francesi:

“Vous devez payer ! Vous devez payer pour tous ces crimes!”

“Dovete pagarla! Dovete pagarla per tutti questi crimini!”

Ed è precisamente quello che sta succedendo un anno dopo questi fatti ai vescovi francesi che hanno dolorosamente accettato di andare fino in fondo alla questione degli abusi.

Di questo hanno paura alla Conferenza Episcopale Italiana.

http://www.settimananews.it/chiesa/abusi-in-italia-una-voce-altra/

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