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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Emanuela Orlandi, le dichiarazioni in esclusiva del fratello Pietro dopo l’audizione: “C’è chi rema contro, abbiamo chiesto di consultare i diari di Carlo Azelio Ciampi”

Due ore e mezzo in cui il fratello della cittadina vaticana scomparsa, per la seconda volta, ha condensato 42 anni di ricerche, angoscia e depistaggi

Redazione WebNews by Redazione WebNews
8 Ottobre 2025
in Città del Vaticano
Reading Time: 4 mins read
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Oltre due ore è durata l’audizione di Pietro Orlandi, ascoltato dalla commissione di inchiesta che indaga sulle scomparse della sorella Emanuela e di Mirella Gregori, le due 15enne scomparse nel cuore di Roma nell’estate del 1983. Due ore e mezzo in cui il fratello della cittadina vaticana scomparsa, per la seconda volta, ha condensato 42 anni di ricerche, angoscia e depistaggi.

L’audizione

“La Commissione risolverà sicuramente il caso di Mirella, è una mia convinzione – ha detto Orlandi all’uscita da Palazzo San Macuto – lì non c’è il Vaticano di mezzo, qui c’è’, sono due storie completamente diverse. Sulla nostra loro mi dimostrano sempre la volontà come è stato oggi ma so che è una strada difficile perché per arrivare, purtroppo devi andarti a scontrare con l’ambiente vaticano, io sono convinto che in Vaticano ci sono persone a conoscenza di tutto”. Davanti alla Commissione presieduta dal senatore Andrea De Priamo, Orlandi ha lanciato anche un messaggio a Papa Leone: “Questo è il quarto Papa, vorrei incontrarlo, ho parlato con delle persone vicine a lui, mi hanno detto adesso vedremo come si può fare ma il fatto che non abbia detto una parola di vicinanza per mia madre nell’anniversario della scomparsa di Emanuela è un brutto segnale, vedo la volontà di non parlare di questa storia”. Rispondendo quindi a una domanda del presidente De Priamo, Orlandi ha detto che a suo parere “Raffaella Monzi è una delle persone più importanti in quel momento, quello della scomparsa, ma purtroppo lei è un’altra vittima di questa storia, si sente perseguitata, è dovuta addirittura all’epoca andare via”. Raffaella Monzi, lo ricordiamo, era un’amica di Emanuela Orlandi e forse l’ultima persona ad averla vista in vita. Frequentava la stessa scuola di musica da cui si persero per sempre le tracce della cittadina vaticana. In quel mercoledì di inizio estate, le due ragazze uscirono insieme dall’Istituto Ludovico da Victoria, di fianco alla Basilica di Sant’Apollinare. Mentre camminano verso la fermata del bus, in corso Rinascimento, davanti al Senato, Emanuela le confidò di aver ricevuto un’offerta di lavoro per conto di una ditta di cosmetici. Avrebbe dovuto dare risposta quella stessa sera. Le chiese un consiglio. Raffaella le disse che quell’offerta era strana, troppo ben pagata. Poi la Monzi salì sul bus, non la rivide mai più.

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La pista di Londra

Per Pietro Orlandi la vicenda di Emanuela potrebbe essere legata all’Inghilterra, come ha ribadito durante la sua audizione davanti alla Commissione parlamentare che lo ha convocato, per la seconda volta, anche per fare chiarezza sulle carte della pista di Londra, per capire quanto ci sia di vero in alcune lettere in possesso di Orlandi. Questo scambio epistolare, consegnato a Pietro Orlandi da un anonimo interlocutore, condurrebbero a uno scenario che vede la cittadina vaticana in uno stato di segregazione nella capitale del Regno Unito, almeno fino al 1997, in un edificio dei padri Scalabriniani. Si tratta di lettere datate 1993 e inviate sia dall’arcivescovo di Canterbury George Carey che dal sottosegretario britannico Frank Cooper, al cardinale Ugo Poletti a cui Carey chiese un incontro ha chiesto un incontro “per discutere personalmente la situazione di Emanuela Orlandi”. Tali lettere sono state bollate come false dalla grafologa Sara Cordella, anche lei convocata a Palazzo San Macuto nei mesi scorsi. “Questa vicenda va avanti da 42 anni. Io ritengo che qualunque tipo di indizio che emerge e che merita un approfondimento andrebbe approfondito. Siccome in quei cinque fogli ci sono elementi importanti, secondo me andrebbero approfonditi”, ha detto Orlandi. Perché anche i cosiddetti cinque fogli ritrovati e pubblicati nel 2017 su L’Espresso collocherebbero la cittadina vaticana in uno scenario londinese, elencando tutta una lista di spese sostenute dal Vaticano per la sua segregazione nel Regno Unito. Durante l’audizione, Pietro Orlandi ha raccontato di aver scoperto l’esistenza di questi fogli ai tempi del processo Vatileaks. “Sentii un’intervista a Francesca Chaouqui”, ha spiegato, dove faceva un riferimento alla vicenda Orlandi. La cercai, ci incontrammo e mi parlò per la prima volta di questi fogli. A quel punto anche il giornalista Emiliano Fittipaldi ne venne a conoscenza, e fu lui a renderli pubblici per la prima volta”. Secondo Pietro Orlandi, il documento è stato archiviato troppo in fretta come falso. “Ci sono tante particolarità in questi fogli, nomi di persone che la maggior parte del pubblico neanche sa chi sono, sono molto articolati e non sono tutte cose campate in aria. Non credo sia stato tutto costruito e se fosse stato tutto costruito per un depistaggio, andrebbe approfondito lo stesso”.

Le dichiarazioni “a caldo” a FqMagazine

“Nonostante la grafologa abbia bollato come falsa quella pista, oggi hanno capito che è da approfondire e che non ci si può limitare a cassarla, solo perché la firma del mittente non è autentica. E per dire se un documento sia vero oppure no deve essere originale (Orlandi ha solo le copie, ndr): solo da lì si può capire se effettivamente quelle lettere sono del ’93 e si può stabilire se le firme sono autentiche”, ha dichiarato Pietro Orlandi a FqMagazine a audizione conclusa. “Anche se si dovesse trattare di un depistaggio va approfondita, i depistaggi fanno parte di questa vicenda perché hanno sempre allontanato dalla verità. Ho visto che la commissione sta lavorando, ci sono persone che stanno provando a fare qualcosa di positivo, e c’è chi rema contro, purtroppo è così. Non so dove potrà portare ma apprezzo la volontà, a qualcosa si arriverà. Ho lasciato loro una lettera che avevamo scritto all’ambasciata inglese per chiedere una mano a Scotland Yard ma ci risposero che i cittadini non possono fare queste richieste, devono farlo le istituzioni. Poi ho dato loro anche una lettera in cui abbiamo chiesto di consultare i diari del presidente Carlo Azeglio Ciampi che era stato molto vicino a Papa Wojtyla e che aveva concesso anche la grazia ad Alì Agca, l’attentatore del Papa. Lui era molto meticoloso, riportava tutto nei suoi diari, ogni incontro. Abbiamo parlato di Paul Marcinkus, tutti puntano il dito contro di lui oggi, dicono che era un donnaiolo e che era legato ad ambienti criminali. Nessuno si scandalizza, nemmeno tra i commissari che mi hanno interrogato. E ho posto loro una riflessione: e se Marcinkus fosse diventato cardinale e poi Papa, avrebbero avuto lo stesso atteggiamento? O si sarebbero fermati? Tutti i Papi prima di diventare tali erano cardinali, vescovi, uomini laici: io spoglio tutte le persone dell’abito che indossano, nessuna divisa ci rende intoccabili, gli esseri umano sono tutti uguali”.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/08/emanuela-orlandi-audizione-pietro-vaticano-ciampi-notizie/8153058/

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