Papa Leone XIV ha rotto gli indugi e con la lettera inviata questa mattina (25 marzo 2026) alla Chiesa francese trasmette un messaggio chiaro e rassicurante a migliaia di preti pedofili e abusatori in genere: questi criminali per la Chiesa sono peccatori e perciò a loro è garantito il perdono.
In pratica, prendendo alla lettera le parole del Papa, si profila una sorta di amnistia generalizzata, sia pure sottobanco.
Viene così definitivamente accantonato il vaniloquio sulla “tolleranza zero” proclamata dal predecessore Francesco, peraltro praticata contro i nemici e dimenticata per gli amici. E si profila un atterraggio morbido per l’imputato più illustre, il mosaicista e teologo ex gesuita Marko Rupnik, amico e protetto di Jorge Mario Bergoglio.
Ecco la parole di Robert Prevost comunicate dal sito ufficiale Vatican News:
“Un punto della vostra riflessione riguarderà il proseguimento della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione che avete intrapreso con determinazione. È infatti opportuno perseverare nel lungo periodo nelle azioni di prevenzione avviate”, sottolinea Papa Leone. Invita a “continuare a manifestare l’attenzione della Chiesa verso le vittime e la misericordia di Dio verso tutti”. È bene – aggiunge – che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali”.
L’ex capo degli agostiniani rimane perfettamente fedele all’insegnamento di Sant’Agostino: la giustizia va esercitata per il bene della vittima e per il bene del peccatore (messi sullo stesso piano) e della Chiesa tutta.
E per il peccatore la Chiesa conosce solo la strada del perdono e della riabilitazione. Per cui ci si potrebbe chiedere a che cosa servano i tribunali (uno statale e uno ecclesiastico) se non a garantire agli abusatori di poter serenamente continuare nel sacerdozio, magari occupandosi di minori, dopo un percorso di riabilitazione.
La risposta si legge tra le righe del messaggio di Prevost alla Chiesa francese: rispetto all’era Bergoglio cambierà molto, anche se Prevost è ossessionato dal timore che gli si dica che sta rovesciando le impostazioni del predecessore.
Come da antica tradizione della Chiesa, il Papa dichiara sempre di essere in perfetta continuità con chi l’ha preceduto, ma bisogna essere ciechi per non vedere la svolta.
A meno che non ci venga spiegato che queste frasi sono solo ovvietà di quelle che infarciscono i discorsi di Leone XIV, spesso somiglianti alle esternazioni di Chance il giardiniere (Oltre il giardino , 1979).
L’impostazione di Francesco era di proclamare la “tolleranza zero” a favore di telecamera per tranquillizzare le vittime e le loro associazioni, salvo poi fingere di non vedere che le singole conferenze episcopali nazionali, quella italiana in particolare, continuavano a proteggere in vario modo i loro pedofili.
Naturalmente il copione prevedeva che ogni tanto qualche pedina venisse sacrificata e spretata (in genere solo dopo dura condanna della giustizia penale) proprio per celebrare il rito biblico del capro espiatorio su cui scaricare i peccati di tutti.
E qualche volta è stato scelto come capro espiatorio un innocente, come il sacerdote di Ragusa Nello Dell’Agli, spretato con decisione inappellabile del Papa in persona, senza neppure il diritto di sapere di che cosa è stato accusato.
Ciò che con tutta evidenza non è mai piaciuto a Prevost è proprio l’arbitrio con cui Bergoglio interveniva nei processi proteggendo gli amici e condannando quelli che non gli piacevano.
Ma come si è visto nei due casi più scottanti ereditati da Bergoglio, quello del cardinale Angelo Becciu e quello di Rupnik, Leone XIV finora si è ben guardato dal dire una parola chiara, paralizzato da una prudenza così profonda da far sospettare ai più critici la mancanza di coraggio.
Da oggi è tutto più chiaro, almeno per il caso di Rupnik, accusato di abusi psicologici e sessuali su una trentina di donne adulte vulnerabili, quasi tutte religiose, e nominalmente sotto processo. Nominalmente perché la parabola del predicatore sloveno è incomprensibile.
Prima è stato scomunicato per assoluzione del complice, dove la “complice” era una donna vittima di abusi, tanto che la Chiesa le ha versato un risarcimento.
La scomunica fu revocata nel giro di ore per ordine dello stesso Papa Francesco, un gesto arbitrario che la Chiesa da anni si rifiuta di commentare.
Poi i suoi reati sessuali con decine di vittime sono stati dichiarati prescritti, fino a quando lo stesso Bergoglio, non riuscendo a sostenere la pressione di alcuni cardinali, ha revocato la prescrizione.
Questo avveniva due anni e mezzo fa, e in questo periodo il prefetto per la Dottrina della Fede Victor “Tucho” Fernandez è riuscito a non far mai iniziare il processo, benché la fase istruttoria fosse completata da tempo.
Dopo la morte di Francesco, Fernandez ha detto dapprima di avere molte difficoltà a trovare cinque giudici disponibili a processare Rupnik, poi di averli trovati ma di non poterne rivelare il nome.
L’avvocata Laura Sgrò, che difende cinque delle vittime, ha chiesto al tribunale di costituirsi parte civile un paio d’anni fa e ancora attende una risposta.
Nel frattempo proprio giovedì 26 marzo a Bari sarà proiettato per la prima volta in Italia l’esplosivo documentario Nun vs. the Vatican, di Lorena Luciano e Filippo Piscopo, nel quale due reduci della comunità Loyola di Rupnik, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, raccontano in modo assai crudo le imprese erotiche dell’amico di Bergoglio e, soprattutto, il silenzioso lavorio della Chiesa per proteggerlo.VIDEO
Da tempo si era diffusa l’idea che Prevost, combattuto tra le richieste di giustizia e il timore di far apparire la Chiesa in balia degli umori dei papi che si succedono, avesse scelto la strada del rinvio sine die per non assumersi la responsabilità che il suo potere assoluto gli impone, sia per Rupnik, sia per Dell’Agli, sia per lo stesso Becciu.
Ma con il messaggio alla Chiesa francese il quadro si è chiarito.
Le vittime di abusi adesso sanno che non è la Chiesa ma un commissariato di polizia il posto dove chiedere giustizia. Perché il Papa ha fatto sapere oggi che per lui uno come Rupnik non è un criminale ma un peccatore. E che alle vittime la Chiesa riserva “attenzione”, agli abusatori “misericordia”. Cioè perdono senza giustizia.
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