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Leone XIV in Spagna, cronaca di un disastro

Come e perché il cattolicissimo re Felipe ha dovuto spiegare al Papa che la cattolicissima Spagna ne ha le scatole piene dei preti pedofili e della Chiesa che li protegge

Federica Tourn by Federica Tourn
15 Giugno 2026
in World
Reading Time: 11 mins read
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Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa. Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.

Giorgio Meletti con Federica Tourn

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Come un altro grande americano, Buster Keaton, Papa Leone XIV sembra nascondere dietro un volto perennemente inespressivo il suo genio comico. Non c’è altra possibile spiegazione per l’incredibile frase che ha pronunciato sabato 6 giugno 2026 sul volo papale per Madrid che ha segnato l’inizio del viaggio apostolico in Spagna.

Incalzato (come nessun giornalista italiano ha mai osato fare) sul tema degli abusi sessuali dei preti cattolici dal vaticanista del País Inigo Domìnguez, che gli ha ricordato quante vittime spagnole di violenza sessuale avrebbero voluto incontrarlo, Robert Prevost se n’è uscito con questa risposta: “Come è stato annunciato incontrerò alcune vittime, purtroppo mi è impossibile ricevere tutte quelle che lo chiedono”.

Anni di duro lavoro di papi, cardinali e vescovi – tesi a nascondere o minimizzare il fatto che l’abuso sessuale sui ragazzini e sulle ragazzine a loro affidati è una delle attività principali di alcuni sacerdoti – sono stati vanificati da tre secondi di folgorante verità pontificia.

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Il disastro spagnolo

El País è il più importante quotidiano spagnolo. Da otto anni conduce una serrata inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa e ha accumulato uno spaventoso archivio con fatti, date, nomi di vittime e carnefici e soprattutto una accurata documentazione del certosino lavoro con cui da anni i vescovi spagnoli cercano di occultare i crimini dei loro sacerdoti.

E in questi giorni ha documentato come per Leone XIV il viaggio in Spagna sia stato un disastro, proprio per colpa degli abusi sessuali.

Papa Francesco è stato un affidabile complice dei confratelli spagnoli: in dodici anni di pontificato non ha mai speso una parola sul problema.

Il Papa argentino aveva una sua particolare abilità nella comunicazione: alternava le sparate alzo zero contro i preti pedofili in generale ai silenzi (talvolta anche spudorate menzogne) su casi specifici, soprattutto se riguardanti suoi amici, come per esempio l’abusatore seriale Marko Rupnik o il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, che resta tuttora al suo posto, intoccabile, benché imputato in un processo per falsa testimonianza commessa, secondo l’accusa, per proteggere il suo parroco Giuseppe Rugolo, condannato in Cassazione per violenza sessuale su ragazzi a lui affidati eppure ancora presente nelle liste dei sacerdoti a cui la Cei paga regolarmente lo stipendio.

Fatto sta che Jorge Bergoglio, grazie alla formula vacua della “tolleranza zero”, ha lasciato dietro di sé la convinzione diffusa di essere stato un inflessibile giustiziere.

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Robert Prevost è invece un pessimo comunicatore e i vaticanisti italiani sono costretti ad acrobazie logiche a volte addirittura umilianti per sostenere il contrario.

La Spagna lo aspettava al varco per parlare di abusi sessuali e lui ha arringato il parlamento su eutanasia e aborto. Credendo che un Papa che tuona contro l’aborto faccia ancora paura a qualcuno, Il Foglio ha scritto che El País, dedicando il suo titolo d’apertura al tema della pedofilia, “ha parlato d’altro”, come se davvero la questione critica fosse l’aborto.

Ma qual era il tema di questa visita chiunque può capirlo, basta che non legga i giornali italiani. I quali credono di avere ancora il potere di tenere nascoste le cose, mentre i loro lettori a decine di migliaia al mese li abbandonano perché sanno le lingue e vanno su internet, dove apprendono che cosa accade nel mondo.

Solo così hanno potuto sapere che nell’ultimo viaggio apostolico di Francesco, nel cattolicissimo Belgio a settembre del 2024, la rituale intemerata contro l’aborto finì con il nunzio apostolico convocato dal governo belga per trasmettere al Papa l’intimazione di non permettersi mai più di parlare male delle leggi belghe sull’aborto e di chiamare sicari i medici belgi che praticavano gli aborti e le loro pazienti.

Ma la cosa più imbarazzante fu la vera e propria umiliazione subita da Bergoglio stesso.

Il Papa raccontò di aver incontrato delle vittime di abusi come se si fosse trattato di un abbraccio fraterno e solidale, ma la sera stessa il telegiornale belga principale intervistò le stesse persone, ed erano inferocite, dissero che Bergoglio li aveva presi in giro rifiutando ogni assunzione di responsabilità della Chiesa per le imprese erotiche dei suoi sacerdoti sui bambini belgi.

Uno di loro, Jean-Marc Turine, addirittura ha fatto il verso a Bergoglio, ritraendolo (in prima serata) come un imbroglione nemmeno tanto lucido. Intanto il premier belga Alexander De Croo diceva al Papa, a brutto muso, “le parole non bastano più, vogliamo fatti concreti, le vittime hanno bisogno di essere ascoltate e hanno diritto alla verità, non possiamo più accettare gli insabbiamenti e le coperture [dei preti pedofili]”.

Immaginate un capo di governo italiano o il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che solo immagina di parlare così al Papa. Eppure il dramma dei preti pedofili in Italia non è meno grave che in Belgio o in Spagna.

Bene, in Spagna non il premier Pedro Sánchez, che sarà un mangiapreti o addirittura un laicista, come si ama dire, ma il mite e cattolicissimo re Felipe ha detto al Papa, in estrema sintesi, che la cattolicissima Spagna ne ha le scatole piene.

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I fatti

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Ecco che cosa è esattamente accaduto in Spagna.

Il 5 giugno, il giorno prima della partenza di Leone XIV per la Spagna, El País scrive che, indagando su 1.622 (milleseicentoventidue) casi di abuso sessuale emersi finora in Spagna, ha scoperto che “negli ultimi decenni 94 alti prelati della Chiesa hanno insabbiato denunce, protetto il clero o messo a tacere le vittime. Di questi, 7 sono cardinali, 61 vescovi e 26 superiori di ordini religiosi”.

Gli abusi coinvolgono 70 diocesi e 141 ordini religiosi. I sette cardinali sotto accusa sono: Vicente Enrique y Tarancón, Antonio María Rouco, Narcís Jubany, Ricard Maria Carles, Lluís Martínez i Sistach, Carlos Osoro e Juan José Omella.

El País racconta che in Vaticano stanno addirittura beatificando “José María García Lahiguera, arcivescovo di Valencia negli anni Settanta, implicato nell’insabbiamento di uno dei più gravi casi di pedofilia nella Chiesa spagnola, tenuto nascosto durante il regime franchista: quello di padre José Prat, che nel 1971 violentò e uccise un bambino di nove anni, colpendolo 47 volte a Puerto de Sagunto. Il sacerdote fu condannato a 17 anni di carcere, che non scontò, e questo arcivescovo lo trasferì a Lleida, dove prestò servizio come vicario”.

Il benvenuto del País al Papa è, per così dire, impreziosito da una notizia che, il 4 giugno, due giorni prima dell’arrivo di Prevost a Madrid, gli fa capire che aria troverà in Spagna.

Negli anni Novanta una bambina è stata abusata sessualmente dai 6 ai 12 anni da padre Álvaro Martín Fuente, sacerdote agostiniano della scuola Buen Consejo di Madrid. Lei lo ha denunciato alla polizia nel 2010, appena compiuti 18 anni, e in quel momento il Priore generale degli agostiniani era Robert Prevost.

Fuente fu anche arrestato ma la prescrizione lo salvò. Per sedici anni gli agostiniani, che sapevano tutto, hanno coperto il sacerdote pedofilo, che ha potuto anche fare il direttore della scuola. Lo hanno allontanato solo due mesi fa, dopo l’ennesima denuncia della ragazza oggi poco più che trentenne.

Una fonte degli agostiniani ha detto al País che Prevost non fu mai informato di niente perché non era stata avviata ufficialmente un’inchiesta interna, “per negligenza”, ammette la stessa fonte, spiegando che “in quegli anni non esistevano i protocolli”.

Notate bene, stiamo parlando del 2010, non del 1810: un sacerdote violenta una bambina di sei anni e i suoi confratelli agostiniani fischiettano perché non hanno i protocolli. Viene arrestato con l’accusa di aver violentato una bambina di sei anni e il Priore generale degli agostiniani, che sono meno di tremila in tutto il mondo, non lo viene neppure a sapere.

Essendo gli agostiniani nel mondo meno degli abitanti di una media parrocchia italiana, come fa il Priore generale a non venire mai a sapere niente? Eppure Prevost è talmente rinomato per il suo acume che alla fine lo eleggono Papa.

Parlare d’altro

La Chiesa cattolica funziona così, stando ai racconti della gerarchia ecclesiastica. Secondo El País, gli agostiniani hanno solo in Spagna 30 sacerdoti accusati e 77 vittime, ma ne ammettono rispettivamente 20 e 34.

Quindi – per loro stessa ammissione – gli agostiniani colpevoli di violenza sessuale su minori sono in Spagna poco meno del 10 per cento del totale. Ma non risulta che Prevost ne abbia parlato durante l’incontro a Madrid con 220 agostiniani iberici.

Lo stile dell’uomo d’altra parte è questo. E dunque Leone XIV parte per la Spagna con l’idea di fare come Bergoglio, cioè niente. E di parlare come se niente fosse di guerra e pace, intelligenza artificiale, aborto ed eutanasia oltre che di quanta cattiveria c’è nel mondo (argomenti sui quali la sua capacità di incidere risulta trascurabile).

Le vittime degli abusi sessuali dei preti si infuriano. Giudicano una provocazione, per esempio, la decisione di andare in visita mercoledì 10 giugno all’abbazia di Montserrat, vicino a Barcellona.

Gli ultimi tre abati del monastero prima dell’attuale hanno insabbiato gli abusi per decenni. Le giovani vittime sono almeno 15, solo per una di loro risulta accordato un risarcimento, eppure l’abbazia stessa già nel 2019 si è scusata pubblicamente, ammettendo lo scempio che è avvenuto al suo interno per decenni.

Ovviamente l’attuale abate Manel Gasch Hurios non ha detto una parola nel suo discorso di benvenuto al Papa, il quale educatamente si è ben guardato dallo sfiorare il fastidioso argomento.

Leone XIV, anche per non irritare la suscettibilità dei vescovi spagnoli, che sulla piaga degli abusi sono irriducibili, è partito da Roma deciso a non fiatare sull’argomento abusi e a ignorare le associazioni delle vittime che chiedevano di incontrarlo.

Ma quando ha capito che l’onda della protesta stava diventando oceanica ha incaricato il portavoce Matteo Bruni, alle nove di sera del 5 giugno (undici ore prima del decollo dell’aereo papale per Madrid), di fare una dichiarazione meritevole di essere letta integralmente:

“In merito ad alcune notizie di stampa, posso confermare che durante il prossimo viaggio apostolico, il Santo Padre incontrerà alcune vittime di abusi da parte del clero in Spagna. L’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola. Ulteriori informazioni saranno fornite dopo l’incontro, nel rispetto delle vittime, dei loro desideri e della loro privacy”.

Che significa “l’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola”? Una presa di distanze? Certo è che la Chiesa spagnola, un sistema dominato dai 94 prelati accusati di aver insabbiato i casi di abuso sessuale, farà poi sapere di aver scelto, a sua discrezione, sei vittime che si sono incontrate con il Papa ma che nessuno ha visto e nessuno sa chi sono. C’è la privacy.

Quello che si sarebbero detti con il Papa lo ha fatto sapere la Santa Sede con una formula che suona beffarda: “Il Papa ha ascoltato con affetto e attenzione, assicurando loro la sua vicinanza e quella dell’intera comunità ecclesiale”.

L’inviato di Vatican News, cioè l’inviato del Papa al seguito del Papa, ci assicura che “le vittime hanno sentito che il Papa si è fatto carico del loro dolore”, senza però rivelarci come ne è venuto a conoscenza.

La cupola dell’omertà

Il vero capolavoro è stato l’incontro con la Conferenza episcopale spagnola, la cupola dell’omertà. Ecco come Prevost è riuscito a parlare ai vescovi spagnoli degli abusi sessuali senza nominare gli abusi sessuali:

“Il nostro cammino è fatto di incontri: uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione”.

Il presidente della Conferenza episcopale spagnola, Luis Javier Argüello García,è stato più netto: non ha detto una parola sugli abusi, limitandosi a ringraziare il Papa perché la sua visita in Spagna aiuterà la Chiesa spagnola “ad alzare lo sguardo verso Gesù Cristo e a rinnovare la gioia di essere discepoli amati e ferventi missionari della misericordia di Dio”.

Tutto pur di non parlare del recente accordo con lo Stato spagnolo, subito dai vescovi, che dà alle vittime di abuso la possibilità di chiedere i danni anche attraverso lo Stato e fissa per la Chiesa l’obbligo di pagare per le malefatte dei suoi sacerdoti.

Una svolta che terrorizza i vescovi di altri Paesi, per esempio la Conferenza episcopale italiana, la più omertosa di tutte.

Ed è per questo che il Papa non ne parla: il rischio è che la Chiesa, che già non se la passa bene quanto a soldi, sia travolta finanziariamente dall’ondata dei risarcimenti.

Basti pensare che poche settimane fa negli Stati Uniti, dove lo Stato non ha paura dei preti, la diocesi di New York ha dovuto firmare l’accordo per pagare 800 milioni di dollari a 1300 vittime di abusi, mediamente circa 600 mila dollari a testa. Notizie che i vaticanisti italiani censurano sistematicamente.

Alla fine a chi è toccato l’ingrato compito di dire a Prevost, in sostanza, che non poteva pretendere di prendere in giro in modo così smaccato un’intera nazione, sia pure cattolicissima? All’unico che poteva e doveva, il re, Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos de Borbón y Grecia, in breve Filippo VI.

Soltanto il re osa

Conoscendo gli spagnoli meglio del Papa, il re gli ha fatto sapere che non poteva prestarsi alla farsa del fare finta di niente, e i rispettivi sherpa hanno concordato che – visto che Prevost non intendeva arretrare di un millimetro dalla linea del silenzio – sarebbe toccato al re mettere, come suol dirsi, i piedi nel piatto con un testo concordato dalle diplomazie.

Nel discorso di benvenuto al palazzo reale, Felipe ha prima espresso il plauso per “l’enorme opera sociale della Chiesa cattolica in Spagna” per poi dire l’indicibile:

“Non può esserci contrasto maggiore a tutto ciò del dolore causato dai casi di abuso, che non sono rappresentativi né possono essere rappresentativi della vasta comunità ecclesiale.

La vostra chiarezza e fermezza, che desidero anch’io riconoscere, sono essenziali nel processo di guarigione e nella riparazione del danno inflitto: sono essenziali per le vittime, per i fedeli, per la Chiesa e per la società nel suo complesso”.

Un saggio da scuola di retorica, accusare fingendo di elogiare.

Secondo El País si è trattato “di un paragrafo estremamente delicato e attentamente formulato, ma sufficiente a portare alla ribalta gli oltre tremila casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica [spagnola]”.

Insomma Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa.

Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.

Il maestro del coro è il Papa, l’uomo che potrebbe con un tratto di penna cacciare chi vuole in modo inappellabile, un potere assoluto che non può negare di avere perché, quando gli fa comodo, lo usa.

Solo in Italia c’è ancora qualcuno che pensa che il tema centrale della Chiesa sia l’aborto.

https://appunti.substack.com/p/leone-xiv-in-spagna-cronaca-di-un

 

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Federica Tourn

Federica Tourn

Federica Tourn è giornalista professionista; come freelance si è occupata soprattutto di migranti, religioni, diritti umani, mafie, femminismo. Ha scritto reportage da diversi paesi, dalla Siria al Libano, dalla Bosnia all’Ucraina; ha collaborato fra gli altri con Diario, D Repubblica, Il Manifesto, Left, Rolling Stone, Vanity Fair, Marie Claire, Famiglia Cristiana, Pagina99, Eastwest, FQ Millennium, Huffington Post UK, Geographical. Insieme ad altre donne, nel 2007 ha pubblicato per l’editrice Claudiana La Parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi e nel 2020 per le edizioni Aut Aut ha scritto Rovesciare il mondo. I movimenti delle donne e la politica. Su Jesus cura le rubriche “Ecumene” e “Le Straniere”. Per Domani dal 2022 si occupa dell’inchiesta sulla violenza nella Chiesa cattolica. Nel 2020 ha vinto la prima edizione del  “Piazza Grande Religion Journalism Award”, organizzato dall’Iarj, l’Associazione internazionale di giornalisti religiosi, e nel 2023 la seconda edizione del Premio Mimmo Cándito-Per un giornalismo a testa alta.

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