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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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“Quel frate ha strappato via la mia innocenza”. Storia di un abuso

Redazione WebNews by Redazione WebNews
9 Aprile 2010
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Notizia del 09/04/2010 – 11:29
“Quel frate ha strappato via la mia innocenza”. Storia di un abuso

Una 60enne ticinese racconta la molestia, il dolore e le incomprensioni del passato e del presente

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INTERVISTA – Come fu per Pandora, i tempi oggi sono maturi ed aperto il vaso stanno emergendo tutti i mali del mondo. Persino da quelli che universalmente erano considerati gli ultimi baluardi di interezza, appigli di un’umanità sul baratro, tolto il velo di Maya, arrivano ignominie, crimini e meschinità.

La Chiesa Cattolica è oggi nell’occhio di un ciclone che indiscriminatamente sta mettendo a nudo una triste realtà, quella degli abusi sessuali sui minori da parte di ecclesiastici provenienti dalle più disparate zone del mondo. Il sondaggio proposto la scorsa settimana da Tio, seppur con nessun intento statistico, fotografa uno spaccato preoccupante anche nel suo bacino d’utenza, il Ticino, con una percentuale quasi del 20% di lettori che hanno subìto o conoscono qualcuno che ha subìto molestie da parte di un prete.

A., 60enne ticinese, una donna come tante.
“Sono figlia unica, padre impiegato in ferrovia, madre casalinga molto religiosa severissima e poco incline a manifestazioni d’affetto (e di questo ne ho sofferto molto). Eravamo una famiglia normale, con una piccola casa di proprietà e, pur non essendo ricchi, devo dire che non mi è mai mancato nulla. A quei tempi era un obbligo frequentare la chiesa, come lo era la confessione e presenziare alle messe. Ero una di quelle ragazze che, alla fine dei ‘50, portavano ancora le calze corte o al ginocchio e, per quanto concerne l’educazione sessuale, erano completamente digiune. Ricordo quando, avevo circa 11 anni, per aver avuto il mio primo ciclo, mi misi a piangere, non sapendo nemmeno cosa fosse. Quando, presa dalla paura, mi rivolsi a mia madre mi disse: “è una cosa che succede a tutte le donne”. A quel tempo si frequentava la chiesa assiduamente, specialmente le prime sere di maggio perché, con la scusa del rosario, si poteva stare in compagnia a giocare sul piazzale fino a tardi, senza venir rimproverati. Per queste ragioni i frati li conoscevamo tutti. Certe volte suonavamo il campanello per farci dare delle caramelle di mele che preparavano loro stessi. Ce n’era poi uno, barba lunga e fisico possente, ci veniva spesso incontro per scambiare due chiacchiere, chiederci della scuola e altro. Non ricordo quanti anni avesse, a 13 anni, i “grandi” li consideravo dei vecchi. Ora, ripensandoci, penso che potesse avere dai 40 ai 50 anni”.

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Il frate. L’abuso.
“Accadde un primo venerdì del mese, dopo la scuola. Era primavera, indossavo una giacca rosa, mia madre mi ordinò di andare a confessarmi, e fu ciò che feci. Arrivata in chiesa suonai la campanella per chiedere se ci fosse un frate a disposizione e si presentò lui. Andammo nel confessionale. Il frate volle quindi mettermi sulle sue ginocchia e cominciò a rivolgermi le domande di rito, cioè a quelle che ero abituata, sulla scuola, la famiglia, eccetera. Ad un certo punto mi chiese se mi toccavo. Non sapendo cosa intendesse chiesi spiegazioni – non avevo mai sentito nominare la masturbazione, non sapevo cosa fosse – e allora lui pensò bene di farmi vedere come funzionava e iniziò a togliermi le mutandine. Ero frastornata, impaurita. Il peggio arrivò poi, quando sollevò il saio e mi prese la mano mettendola sul suo pene. A quel punto mi misi a singhiozzare, mi divincolai con tutte le forze e scappai via, lasciando nel confessionale le mie mutandine”.

L’innocenza strappata.
“Non ritornai subito a casa, ma andai dai miei zii che abitavano nelle vicinanze della chiesa, dicendo loro che non mi sentivo bene, e, con una scusa, impedendogli di avvisare mia madre. Da allora quella chiesa io non l’ho mai più frequentata e, tantomeno, mi sono più confessata. Ero una ragazzina ingenua, che credeva che si rimanesse incinta con un bacio. Questa ingenuità me l’hanno portata via, come un soffio di vento porta via una piccola foglia. Non potrò mai dimenticare. Non posso dire se questo individuo abbia abusato di altri bambini o ragazzi, anche perché, a quei tempi, chi parlava di questi argomenti? Quale fosse il suo nome e dove sia andato a finire non lo so, ricordo solo che in quella chiesa c’era un continuo cambiamento di frati. Oggi come oggi credo non sia più in vita”.

Un segno indelebile.
“Come mi ha segnata l’abuso? Oggi non credo più nella Chiesa, nella religione e diffido degli uomini in generale ma, quel che è peggio, ha rovinato la mia vita intima. Il sesso, per me, è sempre stato un problema. Non ne ho mai parlato prima, perché non avrei saputo a chi dirlo, come dirlo, né come spiegarmi, quasi avendo paura che mi si dicesse che, in fondo era colpa mia. D’altronde mia madre me lo diceva sempre: “le ragazze devono rimanere al loro posto”. Era diverso, nessuno parlava mai di pedofilia”.

Il peso dell’incomprensione.
“L’unica persona a cui l’ho detto è stato mio marito ma, visto che secondo lui non avevo subìto una violenza vera e propria, cioè uno stupro, mi ha sempre consigliato di cancellare il ricordo e vivere nel presente. Sinceramente? Di aiuto non ne ho avuto da nessuno anche perché non ho potuto e, poi, voluto cercarlo. A chi ha subìto cosa voglio dire? Parlate, confidatevi e fate giustizia, solo così si può trovare la pace o, almeno, la tranquillità”.

A. si chiude nel suo dolore. Il magone le stringe la gola e rimane in silenzio. Sul fondo del vaso resta la speranza, l’ultima a morire.

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Davide Milo

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