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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Reportage dell’inviato di Repubblica racconta le “ferite d’Irlanda”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
11 Marzo 2010
in Cronaca e News
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Irlanda
Reportage dell’inviato di Repubblica racconta le “ferite d’Irlanda”
Le ferite d’Irlanda
DAL NOSTRO INVIATO ENRICO FRANCESCHINI
Repubblica 5 marzo 2010
DUBLINO Era una bambina di otto anni, quando la strapparono dalle braccia della madre, giudicata incapace di provvedere ai suoi bisogni, e la rinchiusero in orfanotrofio. «Ho vissuto prigioniera di un incubo fino alla maggiore età», ricorda Kathleen O’Sullivan, una delle vittime delle violenze e degli abusi sessuali perpetrati per decenni nelle scuole, nei riformatori, nelle parrocchie di tutta l’Irlanda. «Le suore ci affamavano, mangiavo la carne, una salsiccia, soltanto a Natale, e ricevevo un uovo sodo per Pasqua. Ma questo era il meno. Ci picchiavano per un nonnulla. Ci seviziavano fisicamente e psicologicamente. Facevo la pipì a letto dalla paura tutte le notti, e loro per punizione mi costringevano a sfilare nuda per la camerata con in testa le lenzuola bagnate di urina. Era un sistema sadico, satanico. I giornali hanno scritto che è stato il nostro Olocausto». «Ma se è così aspettiamo ancora la Norimberga che faccia piena luce e giustizia su quel mostruoso abominio». Luce e giustizia dovevano venire con l’inchiesta ordinata dal governo, durata dieci anni e conclusa nel maggio scorso da un voluminoso rapporto. Cinquemila pagine di testimonianze e indagini sull’attività di 216 istituti gestiti da preti, frati, suore, dai quali tra il 1914 e il 2000 sono passati 35 mila minorenni. La pubblicazione ha sconvolto l’Isola di Smeraldo. Il 90 per cento dei testimoni hanno riportato di avere subito violenze fisiche. La metà hanno raccontato di avere sofferto abusi sessuali. Molti erano orfani. Altri, come Kathleen O’Sullivan, venivano strappati a famiglie povere senza alcuna ragione, per essere trasformati in schiavi del lavoro. Malnutrizione, percosse, terrore e stupri erano il loro pane quotidiano. Tra gli irlandesi, lo shock è stato immenso. E’ perfino diminuito, secondo le statistiche, il numero dei fedeli a messa. Molta gente ha perso la fede: nella Chiesa, nello Stato, nel prossimo. L’Irlanda si è guardata allo specchio, e quel che ha visto l’ha fatta rabbrividire. Eppure, a sei mesi di distanza dalla pubblicazione, si moltipllcano le accuse secondo cui il rapporto è stato una«copertura», un «insabbiamento» o «solo la punta dell’iceberg», come sostiene Kathleen, una delle poche vittime che è riuscita a ricostruirsi un’esistenza: oggi fa il giudice dì pace e ha scritto un libro, “Childhood interrupted” (Infanzia interrotta), sulla tragedia vissuta da lei e da migliala di suoi compatrioti. Il processo di riparazione e di espiazione, affermano le associazioni formate dai “superstiti”, è stato sommario, sbrigativo, riduttivo. Per cominciare, il rapporto non fa nomi, ne delle vittime, e questo è in parte comprensibile, ne dei carnefici -a meno che non siano già stati condannati in sede giudiziaria.e questo protegge decine o centinaia di individui non solo dalla giustìzia penale ma dall’essere almeno identificati in pubblico. «Due delle suore che mi hanno torturato per anni sono ancora vive, libere», dice la signora O’Sullivan, «io vorrei ritrovarmi con loro in un’aula di tribunale, guardarle in faccia, sentire cosa rispondono alle accuse, e non è possibile». In secondo luogo, soltanto una parte delle vittime sono state rintracciate e interrogate: «Nessuno ha interrogato me, e chissà quante altre non sono state ascoltate», accusa Kathleen. E inoltre, per effetto di un accordo con i Christian Brothers, la più vasta associazione religiosa nazionale, è soprattutto lo stato, non la Chiesa, a pagare risarcimenti alle vittime che fanno causa, 12 mila delle quali hanno finora ricevuto compensazioni per un totale di un miliardo di euro. La Chiesa irlandese se l’è cavata con un indennizzo una tantum di 34 milioni di euro e l’accordo lamette al sicuro da ulteriori rivendicazioni legali. Se non in denaro, la Chiesa ha pagato in mortificazioni. Un cardinale irlandese è andato in pensione in anticipo. Quattro vescovi, su pressioni del Vaticano, sono stati costretti a dimettersi. Un pugno di sacerdoti sono finiti in prigione. Uno si è suicidato. E a Roma Benedetto XVI ha chiesto che siano prese misure per impedire che “accadano di nuovo simili abusi». Ma è abbastanza? Non per le vittime. Il rapporto rivela che l’Arciodiocesi di Dublino ha «ossessivamente» nascosto gli abusi per almeno trent’anni. Tredici vescovi erano a conoscenza delle violenze e non le denunciarono. Un prete ammise di avere abusato sessualmente di oltre cento bambini, e non venne rimosso dall’incarico. Un altro confessò di avere abusato sessualmente di un bambino alla settimana per venticinque anni, e non perse il posto. «Non ci sono stati arresti o dimissioni di massa, ne trai religiosi, ne tra le autorità che ne sono diventate complici, coprendone i crimini», dice Kathleen O’Sullivan. La commissione d’inchiesta è stata creata sull’onda dello scandalo suscitato da un coraggioso documentario televisivo che rivelò per la prima volta cosa si nascondeva dietro le mura di chiese e conventi, accusano le associazioni delle vittime, ma lo scopo era «voltare pagina, chiudere il doloroso capitolo, se non in-sabbiare».Dice ancora Kathleen nel suo j’accuse senza più lacrime da spargere: «II primo presidente della commissione si è dimesso dopo tré anni affermando che non aveva libertà di manovra, insomma che non poteva lavorare. Il presidente che ne ha preso il posto era un giudice legato all’establishment religioso. Il risultato si vede». Beninteso, le cinquemila pagine del rapporto non sorvolano su quello che accadeva dentro le «case degli orrori», come le definiscono le vittime. I giornali ne hanno finora riassunto il contenuto ed è bastato per farli sommergere di lettere che dicono: «Mi vergogno di essere irlandese». Non è una lettura facile, ma bisogna farla, per cercare di capire. E’ come se da quegli edifici adornati dal crocefisso su cui è morto il Signore, da quelle case di Dio in cui vigeva, per gran parte della giornata, la regola del silenzio, tutto ami tratto fuoriuscissero le urla disperate di generazioni di bambini. Ascoltiamoli. I bambini venivano «presi a pugni, a calci, frustati, accoltellati, obbligati a inginocchiarsi o a restare in piedi per giorni, costretti a dormire all’aperto in inverno, a fare docce gelate, appesi a un palo, assaliti da cani, legati per essere picchiati meglio». Dice uno: «Non feci bene il letto. Il prete mi fece denudare e mi frustò lungamente con una frusta di cuoio a cui erano attaccate delle monete». Un altro: «Appena arrivato, il frate mi fece spogliare, piegare a gambe larghe su una scrivania, mi ordinò di dire il Padre Nostro e si mise a frustarmi». Un terzo: «Non dimenticherò mai il gatto a nove code». Un altro: «II prete lasciava la frusta di cuoio all’aperto di notte, perché si gelasse e facesse più male». Ancora: «Mi mettevano sale nelle ferite perché bruciassero di più». Un altro: «Gli piaceva tenermi la testa fra le gambe e frustarmi nel sedere». Ancora: «La notte era la cosa peggiore, se non venivano a prenderete, sentivi che portavano via un altro e le urla risuonavano per tutto l’edificio». Elenco di abusi sessuali in un istituto religioso: «89 masturbazioni forzate, 68 stupri anali, 6 penetrazioni digitali». Un ragazzino: «II prete mi prese la mano, e se la mise nelle parti private. Scoppiai a piangere. Mi schiaffeggiò. La notte dopo tomo e feci come voleva». Un altro: «Mi chiudeva a chiave nella sua stanza, mi spogliava, si faceva toccare, mi picchiava e poi mi stuprava». Un terzo: «Un frate guardava mentre l’altro mi stuprava, poi facevano cambio». Una bambina: «La suora mi frustava con una cintura dalla fibbia di metallo». Un’altra: «La suora mi faceva mangiare il mio vomito». Una terza: «Mi legò al letto e mi diede cento frustate». Elenco di abusi sessuali, stavolta su femminucce: «27 stupri vaginali, 22 masturbazioni forzate, 10 contatti genitali». Un esempio per tutti: «La suora mi portò da un uomo. Lei mi spogliò, mi lavò, mi toccò, poi mi diede a lui perché mi stuprasse». Tutti i giorni, tré volte al giorno, i rintocchi della campana dell’Angelus risuonano sul primo canale della televisione nazionale irlandese, come

a scandire il tempo del paese più ferventemente cattolico d’Europa. Ma oggi gli irlandesi si chiedono angosciosamente per chi suona davvero quella campana. Per le migliala di vittime dell’abominio, che hanno ottenuto solo una parvenza di giustizia? Perla chiesa cattolica irlandese, avvilita da dimissioni e processi? Oppure per il Vaticano e per papa Benedetto XVI, che le associazioni di sopravvissuti alla tragedia accusano di una condanna tardiva e troppo debole? O suona per l’Irlanda intera, per le sue istituzioni, sospettate di avere lanciato l’inchiesta più per nascondere che per fare emergere fino in fondo le dimensioni dell’orrore e le responsabilità collettive? «Ecco cosami fa più orrore», dice Kathleen O’Sullivan. «L’idea che cosi tanti abbiano potuto fare così tanto male, o almeno l’abbiano tollerato, abbiano preferito non vederlo e anche oggi preferiscano dimenticare. Viene da chiedersi se erano tutti mostri o se questa è la normalità umana». Non solo per vittime e carnefici, non solo per preti e suore, per politici e poliziotti, suona a Dublino la campana dell’Angelus. Essa suona per tutti.

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