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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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“Non è detto che ogni volta lei si deve divertire” Così gli immigrati respingevano don Librizzi

LiveSicilia pubblica le intercettazioni dell'inchiesta sull'ex direttore della Caritas. E il sacerdote disse: "Questo è amore… l’amore è una cosa buona… hai amore?"

Redazione WebNews by Redazione WebNews
30 Giugno 2014
in Sicilia
Reading Time: 5 mins read
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TRAPANI – Si faceva chiamare dalle sue vittime “baba” don Sergio Librizzi: in ghanese o anche in indiano significa padre, persona rispettabile, maestro di se stesso in swami. “Pensa a essere amico buono, amico buono, cosi i tuoi i problemi sono i miei. Hai capito… Io come mi chiamo? Simpatico”. E poi, dopo la risposta: “No, mi devi chiamare Baba, è più bello Baba. Dove vuoi andare? Dove ti piace… A casa tua”.

Deus ex machina della commissione, così si sarebbe presentato alle sue “vittime” il parroco che ricopriva anche l’incarico di direttore della Caritas trapanese.”Ascolta… ieri ho detto al presidente prendi le carte di E. e decidiamo. E abbiamo deciso, hai capito… Quindi ora tra qualche giorno, la questura ti deve fare il permesso di soggiorno, hai capito? Il problema è che le tue carte erano ferme, perchè c’era la Svizzera, hai capito? l problemi che c’erano in Svizzera. Quindi io ho detto al presidente, togli i problemi della Svizzera e diamo subito positivo, hai capito?”.
L’interesse sarebbe stato garantito per tutti, anche per gli scafisti.
Interlocutore: Però non è un problema di spaccio o rapina…
Don Sergio: Lo so, lo so, lo so, peggio, è peggio, è più grave, scafista è più grave dello spaccio.

Gli immigrati, stando alle intercettazioni, avrebbero accettato le sue condizioni ma erano anche pronti a farsi valere: “Non è detto che ogni volta che ho bisogno lei si deve divertire… Cosa? Che gli chiedo qualcosa. si deve divertire”. E più avanti il prete in modo rassicurante: “L’amore è medicina”. E in un’altra occasione con un altro uomo andato ad incontrare il prete dolorante perché qualche giorno prima aveva subito una aggressione: “Mi sono saliti sopra – racconta – io forza non ne ho neanche so se sono vivo o morto”. E don Sergio: “L’affetto è medicina… curati che ti do l’affetto e ti passa”. Oppure, un’altra volta:
Don Sergio: …Questo è amore… l’amore è una cosa buona… hai amore?
Interlocutore: Da quando ti ho incontrato…
Don Sergio: Dimmi. Di cosa hai bisogno?
Interlocutore: La commissione.

Persona importante: don Sergio Librizzi era visto così un po’ da tutti quelli che si occupavano di immigrazione e gestione degli immigrati, dai centri di accoglienza alle cooperative apposta costituite per le case famiglia e il lavoro. Persona importante: un tunisino, secondo l’accusa dopo essersi visto toccato, si rivolse all’interprete chiedendo chi fosse il tizio: “È un sacerdote, un prete cattolico”, fu la risposta. L’immigrato replicava: “Ma è un prete come il Papa?”. La replica: “Non è come il Papa ma ha una importanza minore”.

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Ma c’è di più: secondo il gip Cersosimo il sacerdote avrebbe avuto coperture importanti: “Dalle indagini – scrive – è emerso come fatto inconfutabile e notorio come il Librizzi sia detentore di una posizione di grande potere e che lo stesso sia strettamente legato ai soggetti più potenti di Trapani nonché gestore di fatto dei centri di accoglienza e del sistema di cooperative connesso. Librizzi risulta essere unico ed incontrastato dominus di una complessa e articolata rete di cooperative, ipab e società attraverso le quali gestisce in regime monopolistico non solo i centri di accoglienza per extracomunitari ma anche l’intero universo del lavoro ad esso collegato generando e gestendo risorse e lavoro. Librizzi è al vertice di una ricca fiorente e incontrastata holding finanziata con denaro pubblico che gestisce per intero il business dell’assistenza ai migranti.

È risultato che si è mosso sempre con determinazione per ostacolare e danneggiare i pochi coraggiosi che hanno avuto la forza di tentare di opporsi alle sue reiterate malefatte con intimidazioni minacce vere e proprie aggressioni condotte talvolta poste in essere da appartenenti alle forze dell’ordine i quali hanno invitato i soggetti che si erano rivolti loro a non sporgere denuncia e di mettere tutto a tacere con il chiaro effetto di creare intorno al Librizzi l’aura di soggetto intoccabile e impunibile”.

E nell’ordinanza è finito anche il racconto di un teste, dipendente in uno dei centri di accoglienza nei quali don Librizzi si sarebbe mosso con “autorità”, che ha detto come la notizia delle periodiche ispezioni arrivava per tempo. Sarebbe stato ogni volta don Librizzi a preannunciare le ispezioni: “E quindi si metteva ogni cosa a posto”.

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Frasi legate a episodi che alcuni testimoni hanno denunciato ai magistrati: una ragazza che si occupa di immigrati un giorno si è ritrovata davanti alla porta di casa una busta con un proiettile. Un episodio che i magistrati collegano a un fatto accaduto qualche giorno prima: la ragazza, secondo la tesi dei pm, si sarebbe data da fare per aiutare un immigrato stanco delle pressioni del prete. Un’altra ancora ha denunciato di aver ricevuto minacce mentre si apprestava a denunciare un caso di presunta malasanità. Un’altra testimone ha invece raccontato ai pm una minaccia che avrebbe ricevuto dopo aver cercato di aiutare una presunta violenza sessuale.

A compierla, secondo il racconto dell’immigrato riferito dalla testimone, sarebbe stato il sacerdote, al quale l’immigrato avrebbe detto di essersi rivolto per avere una coperta: “Una sera avevo appena lasciato a casa un collega e mentre ero ancora in auto, ferma, ero chinata a prendere il cellulare dalla borsa, sentii riaprirsi lo sportello posteriore e una persona salire, pensavo fosse ancora il mio collega, ma appena mi sono mossa per girarmi questi mi dissi di stare ferma di non girarmi… non era il mio collega ma uno sconosciuto (non era un italiano ma parlava la lingua in modo corretto) che mi apostrofò dicendomi tu lo sai perché sono qui perché tu stai disturbando… non devi rompere le pa… adesso te ne vai a casa la devi smettere di fare tutto questo casino, tu lo puoi fare il tuo lavoro ma senza rompere le pa… perché adesso io sono qui che ti sto parlando la prossima volta non sarà così perché si rischiano anche altre cose”.

L’uomo non indicò alla donna i fatti per i quali lei stava subendo quelle minacce, “ma in quel periodo – ha spiegato la teste ai pm – sono certa che davo molto fastidio a don Sergio e lui diceva a tutti che io lo disturbavo”.

Secondo l’accusa, gli assistenti e i mediatori culturali avrebbero lavorato solo se graditi al prete. Uno di quelli non graditi ha raccontato la sua storia ai magistrati: “Lui mi aveva insomma bandita dai centri gestiti, lì mi era impedito di entrare, anche se solo per parlare con i ragazzi lì ospitati… Mi ricordo che mi era impedito di entrare anche al centro di Salina Grande, dove riuscivo a entrare solo quando era di servizio un poliziotto mio amico.

Anche quando cominciai a lavorare per Connecting People, nonostante fosse un mio diritto accedere al centro di Salina Grande, ho avuto problemi per l’ottenimento del permesso da parte della Prefettura di Trapani, nonostante Connecting People, ne avesse fatto regolare richiesta, da una mia telefonata alla dottoressa De Lisi (il vice prefetto, ndr) seppi che forse si era perduta la mia pratica, la stessa fu ritrovata dopo la mia telefonata, così dopo due giorni ottenni il permesso, dopo che era trascorso più di un mese dalla richiesta”.

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http://livesicilia.it/2014/06/30/non-e-detto-che-ogni-volta-lei-si-deve-divertirecosi-gli-immigrati-respingevano-don-librizzi_509768/

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