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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Vescovo sapeva del prete pedofilo. Il consiglio: “Non parlare con forze dell’ordine”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
19 Dicembre 2015
in Calabria
Reading Time: 5 mins read
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di Claudio Cordova – Il vescovo di Oppido Mamertina-Palmi, monsignor Francesco Milito (nella foto), sapeva dei sospetti e delle voci che circolavano e avrebbe sconsigliato ad Antonio Tropea, il prete arrestato per prostituzione minorile, di parlare con Carabinieri e forze dell’ordine. Gusti e tendenze di don Antonello sarebbero state da tempo note al vescovo Milito: già nel 2010, don Antonello, avrebbe inviato una lettera di dimissioni. Ma l’alto prelato preferirà mantenere tutto sotto traccia. Si limiterà a chiedere una dettagliata missiva scritta, ma sconsiglierà al prete di parlare con le forze dell’ordine.

Non è di certo una difesa a oltranza a posteriori quella assunta dalla Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, retta dal vescovo monsignor Francesco Milito, nelle ore successive all’arresto di Antonio Tropea, 44enne sacerdote nella Piana di Gioia Tauro. La Diocesi, infatti, con una scarna dichiarazione, chiederà alla popolazione di pregare per il sacerdote accusato di pedofilia e non per i ragazzi che sarebbero rimasti coinvolti nella torbida storia sessuale. Una posizione, quella della Diocesi, che attirerà anche le ire del sociologo Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori: “Ciò che si legge nel comunicato diramato dal dipartimento diocesano è stucchevole e inaccettabile”.

In realtà, l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Reggio Calabria, Antonio Scortecci, stigmatizza il comportamento assunto dal vescovo di Oppido Mamertina-Palmi, monsignor Francesco Milito, pure al corrente delle voci che circolavano sul conto di don Antonello, attraverso le informazioni ricevute da due parrocchiane, le quali in precedenza avevano compiti di responsabilità presso la stessa parrocchia: “Non ha adottato provvedimenti cautelativi, né di minima verifica delle accuse rivolte all’indagato, assumendo atteggiamenti particolarmente prudenti e conservativi dello status quo, dando pieno credito alla versione negatoria dello stesso accusato”.

Purtroppo il vescovo Milito farà molto di più. E la circostanza assume ulteriore importanza, visto che la Diocesi di Oppido-Palmi è una delle più esposte, anche a livello internazionale, vista la recente dichiarazione della Varia a patrimonio dell’Unesco.

Gli approfondimenti della sezione specializzata nel contrasto ai delitti in pregiudizio di minori e reati sessuali, svolti con l’ausilio di numerose attività di intercettazione, hanno pienamente riscontrato le dichiarazioni rese agli inquirenti dalla giovane vittima, portando quindi all’arresto di don Antonello. Nel corso di un’accurata perquisizione disposta dall’Autorità Giudiziaria, gli investigatori della Polizia di Stato hanno sequestrato all’indagato dei sexy toys, nonché numerosi files relativi ad immagini e video a sfondo omosessuale, anche autoprodotti, e numerose chat con richieste di incontri sessuali, con soggetti minori o con adulti, a pagamento e non, alcuni dei quali consumati.

Inizia tutto con un controllo occasionale della Polizia di Stato che, in una zona buia dell’area industriale di Gioia Tauro, il 16 marzo scorso, trova a bordo di un’autovettura, il prete Antonio Tropea, 44enne, e un minorenne. In uno zaino, gel lubrificante, salviettine imbevute, fazzoletti e un rotolo di carta. Il contesto appare chiaro, ma le indagini iniziano in modo serrato: il minorenne racconterà di aver conosciuto il prete tramite un’applicazione del proprio smartphone, Grinder. Il sacerdote si sarebbe presentato come un ricercatore scientifico, fornendo solo un nome di battesimo, Nicola. Lo stesso ragazzo dichiarerà di aver concordato con l’uomo un incontro su What’s-app e di aver ricevuto da lui un compenso di 20 euro per un rapporto sessuale orale consumato in macchina poco prima che i poliziotti li controllassero.

Una doppia vita, quella di don Antonello: di giorno ordinato sacerdote della parrocchia di San Nicola di Mira a Messignadi, frazione di Oppido Mamertina, di notte, sotto falsa identità – per lo più utilizzando il nickname “Nico” e qualificandosi come professore di educazione fisica – avrebbe continui rapporti omosessuali, talvolta a pagamento, con giovani contattati tramite applicazioni varie su internet.

E, del resto, dei gusti e degli approcci di don Antonello erano in tanti a sospettare. Il parroco, infatti, si era scelto come segretario un 20enne, dopo avere esautorato la precedente segretaria, colpevole – secondo quanto accertato dalle indagini – di avere informato i genitori dell’indagato delle voci che circolavano sulle sue tendenze omosessuali.

Il religioso è indagato anche per sostituzione di persona, detenzione di materiale pedopornografico ed adescamento di minorenni. In sostanza, si attribuiva falsi nomi e diceva di svolgere professioni diverse da quella effettiva e deteneva materiale pedopornografico che aveva acquisito chattando e che aveva memorizzato nei suoi smartphone di ultima generazione. Nel corso dell’attività di intercettazione, infatti, gli investigatori avranno modo di documentare diversi incontri omosessuali avuti dal parroco che, in alcuni casi, avrebbe anche pagato per soddisfare le proprie voglie, anche con ragazzi di nazionalità straniera.

Adescamenti online, invio di foto e video a sfondo sessuale, proposte di pagamento. Un quadro squallido quello che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal Gip Antonio Scortecci, che ha avvalorato l’impianto accusatorio portato avanti dal pm di Reggio Calabria, Sara Amerio.

Ma dalle conversazioni intercettate emergerebbe anche il comportamento assunto dal vescovo della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, monsignor Francesco Milito, che, consigliava a don Antonello “di evitare di parlare con i Carabinieri di queste cose e, in generale, con nessun appartenente alle forze dell’ordine, poiché questi non si limitano a parlare amichevolmente come stanno facendo loro, ma potrebbero redigere un promemoria che potrebbe far degenerare le cose”. E’ il 15 luglio del 2015. Parleranno diverse volte don Antonello e il vescovo Milito. Il prete accusato di rapporti sessuali con minori proverà a giustificare la propria posizione a screditare le chiacchiere e il vescovo gli risponderà “che a maggior ragione è meglio evitare che ci parlino i Carabinieri e che sarebbe meglio che ci parlasse lui anche perché facendo così la gente del paese non potrà dire che ha lasciato correre, ma dirà che per risolvere la situazione ha fatto tutto quello che poteva fare”.

I due, insomma, sembrano concordare una strategia: il vescovo consiglierà a don Antonello di andare dai genitori e “parlare con la massima tranquillità”. Il 7 agosto è di nuovo il vescovo Milito a parlare direttamente con don Antonello, che minimizza le voci ricorrenti sul proprio conto. Parlano delle chiacchiere delle suore. Ma il vescovo rassicurerebbe il parroco : “Lascia perdere questo perché non… la cosa gravissima non è, è questo pettegolume di suore. Tu piomba subito e glielo puoi dire, io mi sono incontrato col Vescovo, il vescovo ci è rimasto proprio… (incomprensibile)”.

Infine, il 19 settembre, due giorni dopo la perquisizione nel corso della quale verrà trovato in casa del prete diverso materiale utile alle indagini, don Antonello confiderà a un amico di aver riferito tutto (“sia il reato che gli viene contestato e sia quello che gli è stato sequestrato”) al vescovo, chiedendogli, ove lo ritenesse opportuno, la sospensione a divinis, ma di aver ricevuto dal suo superiore l’invito a continuare a fare ciò che faceva prima dell’atto della polizia giudiziaria.

E tra i documenti rinvenuti nell’abitazione di don Antonello verrà trovata anche una copia della lettera delle sue dimissioni indirizzata al vescovo già nel 2010. Rimarrà senza alcun seguito.

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