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«L’omertà della Chiesa sui casi di pedofilia per proteggere soldi e immagine»

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Maggio 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Due libri-inchiesta di Emiliano Fittipaldi hanno messo in luce le coperture del Vaticano su reati sessuali e affari economici. Il 23 maggio l’inviato dell’Espresso ospite a Ravenna alle 18.30 per Scrittura Festival e a Lugo alle 21 per Caffè Letterario

La fascetta sulla copertina del libro dice “Torna il giornalista processato in Vaticano”. E infatti per Emiliano Fittipaldi, inviato speciale de l’Espresso, è andata così: il libro-inchiesta Avarizia sugli scandali finanziari della Chiesa l’ha portato alla sbarra nel 2015 al «tribunale di Dio», per usare la sua definizione. Mentre si celebravano le udienze stava già lavorando al secondo libro, Lussuria, uscito nei mesi scorsi. Il 23 maggio Fittipaldi sarà alle 18.30 a Palazzo Rasponi delle Teste in piazza Kennedy a Ravenna per Scrittura Festival e anche a Lugo, alle 21 all’albergo Ala d’Oro per la rassegna “Caffè Letterario”.

Lussuria, come si legge nel sottotitolo, racconta “peccati, scandali e tradimenti”. Ma è anche un libro sull’omertà e sulle coperture della Chiesa. Non stupisce che ci sia ancora questo atteggiamento di opacità?
«Francamente sì, mi stupisce. Mi ero fatto l’idea che si trattasse di scandali appartenenti al passato ma in realtà era una convinzione dettata dal fatto che più o meno dal 2010 i giornali hanno smesso di scrivere di questi argomenti. Nei primi tre anni di pontificato di Francesco sono arrivate a Roma all’ufficio disciplinare della Congregazione per la dottrina della fede circa 1.200 denunce di casi di molestie sui più piccoli. Quando ho avuto a disposizione i numeri è nata l’idea del libro perché ho scoperto che la protezione di questi casi funziona esattamente come 50 anni fa: i sistemi con cui le gerarchie proteggono i mostri sono ancora gli stessi e invece credo che alla Chiesa farebbe molto meglio una vera trasparenza». Emiliano Fittipaldi, inviato de l’Espresso e autore dei libri-inchiesta Avarizia e Lussuria sugli scandali del Vaticano

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Perché la Chiesa non la pensa allo stesso modo?
«Forse il bubbone è talmente gigantesco che c’è paura si possa creare il panico e allontanare i fedeli ancora di più. Penso che soldi e immagine possano essere i motivi più importanti per cui si sceglie la strada dell’assoluta omertà. La cosa che mi dà più fastidio è la distanza tra le promesse fatte da pontefici e cardinali per contrastare la pedofilia e le poche azioni concrete che vengono fatte».

Eppure Bergoglio gode di grande apprezzamento sui media. Che figura è questo Papa?
«I media l’hanno osannato dall’inizio. È vero che ha un carisma impressionante che il predecessore non aveva, piace più ai laici che ai cattolici, con una simbologia molto forte. Lo definisco populista nel senso positivo del termine. E i frequenti richiami agli ultimi sono molto importanti nei tempi che viviamo, non credo sia solo marketing. L’aspetto della stampa che critico è quello di non misurare la propaganda del potere. Se il Papa dice che vuol combattere la pedofilia è giusto riportare la sua dichiarazione poi il giornalista deve andare a vedere cosa ha fatto davvero. E non è detto che sia mancanza di volontà, magari c’è un pezzo della curia che ha impedito una seria riforma? La stampa italiana, a differenza di quella anglosassone, ha questo difetto con tutta la propaganda».

In Italia manca l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria per il prelato che venga a conoscenza di possibili reati. Che limite rappresenta?
«È in assoluto la cosa più incredibile. La commissione per la tutela dei minori non è riuscita nemmeno a cambiare le linee guida della Cei per introdurre questo obbligo. In Italia è così per via dei Patti lateranensi del 1929, in altri Stati è diverso ma su questo c’è un disinteresse totale delle forze politiche. È drammatico. È inutile sentir dire che c’è un obbligo morale quando poi c’è il teologo Anatrella che ai vescovi ha ricordato di non avere l’obbligo di denunci: significa invitarli a stare zitti. E stiamo parlando di una monarchia assoluta, a Bergoglio basterebbero 60 secondi per introdurre questo obbligo».

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Il quarto capitolo si intitola “La lobby gay”, è una parte del libro che ha fatto discutere molto.
«L’intenzione anche in questo caso è solo quella di sottolineare le contraddizioni. Bergoglio nel 2013 su un volo dal Brasile all’Italia disse “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. Fu indubbiamente una grande apertura al mondo Lgbt ma al di là delle sue parole resta che nella dottrina cattolica non è cambiato nulla nei confronti della omossessualità. Il catechismo su questo tema è tuttora durissimo, parla di comportamento deviante. Stiamo parlando di un comportamento sessuale da considerare assolutamente lecito e infatti ne parlo solo nei termini in cui ci vedo una grande ipocrisia se la dottrina è così violenta contro l’omossessualità e poi una fetta importante della Chiesa ha avuto storie piuttosto vivaci anche di cardinali gay».

Nel libro c’è una carrellata di casi da sud a nord “contra sextum”, cioè per violazioni del sesto comandamento. Ma non è citato il ravennate don Desio…
«Se avessi dovuto citarli tutti sarebbe servita un’enciclopedia. Conosco la vicenda di Desio ma ho scelto di elencare quelli in cui ci sono più segnali di collegamenti con il Vaticano o insabbiamenti. Nel caso ravennate non mi risultano queste circostanze».

Com’è stato ritrovarsi sotto processo in Vaticano per Avarizia, il precedente libro? Visto l’esito, non è stato un autogol clamoro per la Chiesa?
«Il processo è stato un boomerang per la Chiesa: ha reso due giornalisti (l’altro è Gianluigi Nuzzi autore di Via Crucis, ndr) famosi in tutto il mondo e i nostri libri sono stati tradotti in tutte le lingue. A quel punto si sono resi conto della cosa e l’hanno chiusa in maniera un po’ goffa perché l’eventuale difetto di giurisdizione si valuta prima di aprire un processo. In un certo senso però hanno ottenuto una cosa a cui tenevano molto: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dagli scandali finanziari raccontati nei libri alla questione del furto dei documenti. Sui giornali si è finiti a parlare più del babydoll della Chaouqui e meno dell’attico di Bertone. Questo è stato un successo mediatico».

E nessuno è entrato nel merito…
«Non è mai stato smentito un rigo di quello che ho scritto».

Per questa inchiesta, come per ogni altra inchiesta, sono servite fonti qualificate negli ambienti. Significa che c’è un seme di trasparenza che germoglia da dentro?
«Il processo in Vaticano mi ha costretto a decine di udienze e in un certo senso questo mi ha aiutato a entrare in contatto con altre fonti. Non c’è dubbio che dentro alla Chiesa ci sia chi vorrebbe più trasparenza ma resta una goccia nell’oceano. I giornalisti investigativi cercano di raccontare verità ma è chiaro che spesso le fonti non ti parlano per amore della trasparenza, ma per danneggiare possibili competitor. Ma questo credo che valga per il 90 percento delle fonti, sono rari i casi di chi è mosso da una rabbia etica e morale».

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E il giornalista come si comporta?
«Come sempre: deve verificare. Si valuta se la fonte è attendibile, se la notiziaè vera, se c’è un interesse pubblico e a quel punto se tutto torna diventa del tutto secondario il motivo che ha spinto la fonte e hai il dovere di pubblicare altrimenti, se la conservi nel cassetto, diventi un ricattatore».

https://www.ravennaedintorni.it/societa/2017/05/21/chiesa-omerta-pedofilia-soldi-immagine-lussuria-fittipaldi/

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