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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Tutti a scuola di don Milani. Ma se questi sono i suoi allievi…

Redazione WebNews by Redazione WebNews
9 Gennaio 2018
in Cronaca e News
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Natale amaro per il Forteto, la comunità agricola toscana alla quale il tribunale dei minori di Firenze affidava giovani “difficili” da restituire a una vita serena. Rodolfo Fiesoli, 76 anni, fondatore e “profeta” di questa comunità, è stato arrestato la mattina del 23 dicembre, poche ore dopo che la corte di cassazione aveva confermato in via definitiva la sua condanna a 14 anni di carcere.

L’agghiacciante cronistoria del Forteto è stata anticipata da Settimo Cielo fin dal 2013, quando ancora la fama della comunità era alle stelle presso l’intellighenzia progressista, cattolica e laica, che dava credito alle asserzioni di Fiesoli di voler riprodurre “meglio e più in grande” l’esperienza educativa di don Lorenzo Milani (1923-1967), il sacerdote fiorentino sulla cui tomba, a Barbiana, si è recato in visita lo stesso papa Francesco (vedi foto):

> Cattivi scolari di don Milani. La catastrofe del Forteto

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Fiesoli era membro della Fondazione Don Lorenzo Milani, e il nesso tra le due realtà era stato confermato ed esaltato anche dai sociologi Giuseppe Fornari e Nicola Casanova, nel saggio “La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, don Milani e il Forteto”, stampato nel 2008 dalla prestigiosa editrice “Il Mulino”, oltre che dalla costante prossimità a Fiesoli del presidente del tribunale minorile di Firenze, Gian Paolo  Meucci (1919-1986), grande amico di don Milani e figura di spicco del cattolicesimo progressista fiorentino.

Ma quello che davvero accadeva dentro il Forteto era da brividi. E le più di mille pagine della sentenza del 17 giugno 2015, ora confermata dalla cassazione, lo documentano in modo dettagliato, nelle deposizioni degli imputati, dei testimoni, delle vittime.

Nel Forteto vigeva un regime di forzata separazione tra maschi e femmine, anche se fidanzati o sposati, di divieto dei rapporti eterosessuali, di pratiche omosessuali incentivate e spesso imposte, di rottura con le famiglie d’origine, di pubblici processi e di punizioni umilianti dei disobbedienti, di culto della personalità del fondatore, di abusi sessuali sistematicamente compiuti da Fiesoli sui suoi sottoposti.

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Ma l’attrattiva del Forteto si estendeva ben al di là dei confini dell’azienda agricola e della Toscana. Tra i testimoni ascoltati dai giudici c’è un sacerdote dell’arcidiocesi di Bologna, don Stefano Benuzzi, la cui deposizione occupa sei pagine della sentenza e documenta in modo impressionante la deriva ideologica dalla quale anche lui si era fatto afferrare.

Don Benuzzi, 47 anni, laureato in ingegneria, all’epoca del processo insegnava religione in un liceo di Bologna e celebrava messa in una parrocchia di periferia. Aveva incontrato Fiesoli a una marcia in memoria di don Milani, a Barbiana, nel 2001, e continuò a frequentarlo fino al 2008, sempre più “affascinato”. Creò anche lui attorno a sé una piccola comune di giovani, per imitare e incrementare gli ospiti del Forteto. E nel frattempo ebbe una relazione sentimentale con una donna, relazione di cui Fiesoli e i suoi erano a conoscenza, irridendola pubblicamente.

Interrogato dai giudici, don Benuzzi non chiarì perché a un certo punto cessò di frequentare Fiesoli. Nel raccontare l’ultimo incontro che ebbe con il fondatore della comunità disse:

“Stetti in camera sua per un po’ e ci furono delle effusioni. Rodolfo mi ha abbracciato e baciato. Sulle mani, sì, e poi anche in bocca, ma non c’era niente di violento né di voluttuoso da parte sua. Quel bacio era di una purezza incredibile, da parte di una persona che voleva dedicarsi a rapporti con gli altri sinceri, trasparenti”.

Nel Forteto “viene seguito il modello greco”, disse ancora don Benuzzi ai giudici. Lì vigeva “un’amicizia profonda, coinvolgente”, perché “nel rapporto uomo con uomo, donna con donna, si possono raggiungere picchi di intesa e di coinvolgimento superiori a quelli propri della relazione eterosessuale”.

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Dei poteri assoluti esercitati da Fiesoli sulla comunità, don Benuzzi disse:

“Quando c’è qualcuno che mette in discussione le sue scelte, lo taglia fuori. Rodolfo non ha alcun interlocutore sopra di lui. Dopo di lui c’è Dio”.

Da Fiesoli ammise di sentirsi ancora “affascinato”, nonostante – scrivono i giudici riferendosi al capo del Forteto – “il suo linguaggio scurrile, le bestemmie contro la Madonna, la sessualizzazione di ogni situazione”.

E scrivono ancora i giudici al termine dell’interrogatorio del sacerdote:

“È una deposizione sulla quale ogni commento appare superfluo. Pur connotata nelle parti maggiormente ‘sensibili’ da una evidente reticenza, ha tuttavia confermato cosa realmente fosse il Forteto e come Rodolfo Fiesoli riuscisse a fare presa su soggetti con profili psicologici particolari, con difficoltà interiori, conflitti e paure, privi di una solida capacità di critica e discernimento”.

Oggi don Benuzzi è parroco a Badi, nell’alta valle del Reno, sull’Appennino bolognese.

Sono passati i tempi gloriosi in cui il suo nome compariva, in qualità di “docente del Liceo scientifico Copernico di Bologna”, come relatore in un dotto convegno all’Università di Firenze dal titolo: “Crisi dell’educazione o educazione della crisi?”.

Era il 2005 e a promuovere e coordinare quel convegno era Luigi Goffredi, numero due e ideologo del Forteto, oggi scampato al carcere per prescrizione dei fatti a lui addebitati. Tra i relatori c’era anche Massimo Toschi, assessore alla cooperazione internazionale e alla pace della regione Toscana, anche lui tifoso del Forteto e membro della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna diretta da Alberto Melloni.

Non solo. Il relatore principe del convegno era nientemeno che René Girard (1923-2015), venuto dalla Stanford University, l’antropologo di fama mondiale che Fiesoli e Goffredi acclamavano assieme a don Milani come sommo maestro del loro metodo educativo. “Travisando completamente il suo insegnamento”, scrivono i giudici nella sentenza, dopo aver riportato le dichiarazioni di don Benuzzi, anche lui entusiasta di Girard, che aveva “incontrato a Parigi in occasione di una visita fatta assieme ad alcuni membri del Forteto”, gli immancabili Fiesoli e Goffredi.

“All’evidenza – scrivono ancora i giudici – Benuzzi aveva trovato nel Forteto e nella sua guida, Fiesoli, la figura forte di cui aveva bisogno per essere sorretto e incoraggiato a fronte di problemi interiori, di conflitti, insicurezze, paure, e di una consistente confusione che lo affliggevano, attesa anche la scelta di vita sacerdotale attuata, in quegli anni, in forma alquanto ‘originale'”.

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———-

Lo scorso aprile, poco prima della visita di papa Francesco a Barbiana, ha fatto rumore un passaggio di una lettera scritta da don Lorenzo Milani all’amico giornalista Giorgio Pecorini, raccolta nell’opera omnia del sacerdote, pubblicata da Mondadori a cura di Alberto Melloni:

“Quei due preti mi domandavano se il mio scopo finale nel fare scuola fosse portarli alla Chiesa o no e cosa altro mi potesse interessare al mondo nel fare scuola se non questo. E io come potevo spiegare a loro così pii e così puliti che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani più che la Chiesa e il papa? E so che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)”.

E poco più avanti:

“E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’inferno?”.

Don Milani subì anche in vita l’accusa di pratiche omosessuali. Ma a rimetterla in circolo è stata la dedica proprio a lui, don Milani, dell’ultimo romanzo di un affermato scrittore italiano, Walter Siti, con protagonista un prete pedofilo, e le successive giustificazioni date da Siti a questa dedica.

Da parte dei seguaci di don Milani sono venute repliche sdegnate.

Ma riguardo a un’eventuale beatificazione del sacerdote, l’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, da cui dipende l’avvio del processo canonico, l’ha esclusa con decisione: “Assolutamente no, almeno fino a quando ci sarò io. Io non credo alla santità di don Lorenzo”.

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