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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Prete alla sbarra per abusi. Chi mente tra la diocesi e l’arcivescovo di Milano?

Redazione WebNews by Redazione WebNews
9 Marzo 2018
in Lombardia
Reading Time: 6 mins read
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Processo imbarazzante: monsignor Delpini confessa al pm di aver trasferito il sacerdote accusato. Ma la sua curia nega.

di Giorgio Gandola

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Un ragazzino invitato a dormire in casa del prete. Un diacono che lo abbraccia nel lettone “per non farlo cadere”. Una famiglia disperata e due alti prelati che decidono di non denunciare, ma di allontanare il pastore che sbaglia sperando di stemperare lo scandalo. Sarebbe una grigia e deprimente storia simile a tante altre dall’Australia al Canada passando per Catania, Locri, Treviso e Solza (Bergamo), se non fosse per due dettagli: gli alti prelati dono l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e il vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada. E i loro nomi aleggeranno questa mattina nell’aula della quinta sezione penale di Palazzo di giustizia a Milano, dove di tiene il processo per violenza sessuale su minori.

La torbida vicenda si sviluppa nel dicembre 2011 a Rozzano, paesone alla periferia del capoluogo lombardo, quando don Mauro Galli (che all’epoca dei fatti ha 33 anni) chiede ai genitori di un ragazzo di 15 anni di mandarlo a dormire a casa sua, con un gruppo di adolescenti, per due impegni ravvicinati di preghiera, la sera e la mattina successiva in preparazione del Natale. La famiglia non ha niente in contrario perché non sa che, quella notte in casa del diacono, il figlio sarà l’unico ospite. La mattina successiva il ragazzino va a scuola e gli insegnanti che lo incontrano lo definiscono “in stato di shock”. Così chiamano la madre, che ne constata le condizioni, lo ascolta e si precipita nella parrocchia di Sant’Ambrogio a denunciare il fatto al parroco, don Carlo Mantegazza, e al coadiutore responsabile degli oratori, don Alberto Rivolta. Per tre anni la famiglia chiede giustizia alla chiesa con lettere e incontri e solo nel 2014 decide di denunciare il fatto all’autorità giudiziaria. Quando, come spiega l’avvocato Fulvio Gaballo del foro di Milano, “si rende conto che la gerarchia ecclesiastica, alla quale si è rivolta per tre anni, non dà nessun aiuto e nessuna garanzia di intervento”.

Dalla ricostruzione della polizia giudiziaria contenuta negli atti del processo si scopre che immediatamente dopo la vicenda il parroco don Mantegazza e il coadiutore don Rivolta informano monsignor Delpini, allora vicario di zona, e monsignor Tremolada, ancora collaboratore per la Formazione permanente del clero. Quattro giorni dopo l’accaduto il futuro arcivescovo di Milano si precipita a Rozzano per approfondire l’imbarazzante storia. Ricostruisce così davanti agli investigatori: “Don Mantegazza mi aveva detto al telefono che un ragazzo aveva trascorso la notte a casa di don Mauro Galli. E aveva aggiunto che il ragazzo aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte. Io sono quindi andato a Rozzano e ho convocato don Mauro per chiedergli la sua versione dei fatti. Lui mi disse che aveva solamente voluto ospitare un ragazzo con difficoltà familiari, perché quella notte non voleva dormire a casa dei genitori”. Poi aggiunge: “Ha peraltro ammesso di avere dormito con il ragazzo quella notte, di avere tenuto una condotta imprudente”.

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Per la Procura è difficile credere alla buona fede dell’allora diacono, perché nel suo appartamento ci sono altri due letti, uno in camera degli ospiti e un divano adattabile in soggiorno. Insomma, alternative al lettone ne aveva. In una dichiarazione giurata il responsabile degli oratori di zona, don Rivolta, spiega: “Ricordo che don Mauro mi confidò che nella notte il ragazzo probabilmente aveva avuto un incubo e che lui, per non farlo cadere, l’aveva preso per il pigiama cingendolo dal petto”.

Lo scenario è ben chiaro agli occhi di monsignor Delpini, che torna da Rozzano e decide di trasferire don Mauro per questioni di opportunità. Non di stilare un rapporto perché venga avviata dalla Diocesi un’indagine previa, come previsto dal diritto canonico, da un documento specifico emanato dalla Cei e come fortemente richiesto dal Vaticano in questi anni difficili. L’indagine previa sarà aperta solo nel gennaio 2015, tre anni dopo, a scandalo scoperchiato dalla polizia. E con i due presunti controllori già nel cuore del Papa per la promozione a vescovi.

Quel che più sorprende nel riavvolgere il filo è la destinazione di don Mauro, che stamane viene interrogato in aula dal pm e dall’avvocato della famiglia. Nel marzo 2012 il prete è nominato vicario parrocchiale in San Pietro a Legnano e incaricato della pastorale giovanile di altre tre parrocchie vicine. In pratica rimane a contatto con i minori. E non si occupa di due oratori come a Rozzano, ma di quattro. Questo dopo soli 24 giorni di accompagnamento psicologico e di colloqui spirituali. Un periodo propedeutico alla scelta, che monsignor Tremolada definisce “ben ponderata e oculata”. La destinazione viene decisa da monsignor Delpini, che durante le indagini preliminari dichiara: “Ho deciso di trasferire don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano”. Da lì, a fine 2012, l’accusato passa alla Cappellania ospedaliera di Santa Maria Annunciata in Niguarda a Milano e infine in un istituto religioso a Roma abitato solo da adulti, dove ora attende gli sviluppi del procedimento canonico per presunti abusi sessuali su minori.

L’inchiesta giudiziaria della Procura di Milano è nettamente più avanti e una volta aperto il fascicolo (nel 2014), don Mauro Galli viene messo sotto intercettazione telefonica. In una conversazione rivela a una terza persona che “monsignor Delpini mi ha detto che dobbiamo stare molto attenti, dobbiamo stare attentissimi”. In quei giorni non aveva ancora ricevuto l’avviso di garanzia.

La diocesi di Milano ha provato a fare luce sulla complessa storia con uno scritto diffuso dopo l’udienza del 12 dicembre scorso e pubblicato in fotocopia dai media, dal titolo “Un comunicato per comprendere la verità dei fatti”, che in realtà ha ottenuto il risultato di raddoppiare l’imbarazzo del mondo curiale. Secondo il comunicato – che risponde a un articolo del Giornale, unico quotidiano fin lì a seguire le vicende processuali – cinque sono le obiezioni.

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  1. Nel 2011 nessuno aveva ancora evocato la parola abuso (ma sappiamo che fu Mantegazza a pronunciarla subito con il futuro arcivescovo e fu al centro degli incontri con i genitori).
  2. In quel periodo si sapeva solo che don Mauro aveva ospitato il ragazzo (ma don Mantegazza  ha rivelato alla polizia “la sera stessa don Mauro mi disse cosa era accaduto e la sua versione coincideva con quella dei genitori del giovane”).
  3. Don Mauro viene trasferito da Rozzano con un provvedimento firmato dal vicario generale monsignor Carlo Redaelli (ma durante l’indagine preliminare monsignor Delpini spiega: “Il trasferimento fu deciso da me in persona. Sostanzialmente ho deciso io”).
  4. Si è operato nel rispetto di tutte le parti, nell’ossequio delle prescrizioni canoniche e delle leggi italiane (ma l’indagine previa, alla quale è obbligato un vescovo – allora era Angelo Scola – deve procedere ogniqualvolta si abbia notizia, almeno probabile, di delitti. E fra questi ci sono i possibili abusi sessuali).
  5. La diocesi ha collaborato alle indagini (ma don Mauro intercettato dice di essere stato avvertito – “dobbiamo stare attentissimi” – prima della notizia dell’avviso di garanzia).

Insomma, un pasticcio davanti al quale il lettore ha il diritto di porre il più semplice dei quesiti: avrebbe mentito l’arcidiocesi nell’intento di difendere legittimamente l’istituzione o monsignor Delpini all’autorità giudiziaria (molto improbabile)? La vicenda avrà oggi un passaggio decisivo, ma nessun alto prelato sarà in tribunale perché la famiglia del ragazzo ha ritirato la costituzione di parte civile nei confronti della diocesi e della parrocchia di Rozzano, a fronte d’un risarcimento di 100.000 euro più 50.000 euro di spese sostenute in questi anni. Don Mauro Galli alla questura aveva sostenuto di essere nullatenente.

Rimane fuori dall’aula, ma dentro le coscienze di ciascuno, anche il motu proprio Come una madre amorevole: “Il diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico per cause gravi. Ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto con la presente lettera intendo precisare che tra le dette cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili, previsti dal motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI”. Firmato papa Francesco.

(LaVerità 8 marzo 2018)

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