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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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L’Arcivescovo di Milano mons. Delpini ha coperto un caso di Pedofilia: nuove testimonianze e il cerchio si stringe.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
20 Aprile 2018
in Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 7 mins read
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E’ il caso don Mauro Galli, sacerdote accusato di aver abusato sessualmente di un minore nel 2011, a tirare in ballo, ancora una volta, l’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini, all’epoca dei fatti Vescovo ausiliare della zona in cui è avvenuto il presunto abuso sessuale.

Sono infatti ora disponibili le trascrizioni dell’udienza penale che si è svolta pochi giorni fa, il 5 Aprile 2018, nella quinta sezione penale del Tribunale di Milano.

Questa volta, a confermare le molteplici testimonianze che hanno già coinvolto l’Arcivescovo di Milano, mons. Delpini, è una voce autorevole: l’educatore di professione e capo scout del ragazzo, forse il primo ad aver ricevuto direttamente l’esplicita drammatica confessione dell’abuso.

Mentre l’Arcivescovo, con una serie di acrobazie, ormai da tempo sta cercando in tutti i modi di “schivare” il caso – non ultimo con il tentativo da parte di alcuni giornali – non può più negare il fatto certo che lui stesso fosse, fin dai primi giorni, a conoscenza del presunto abuso. Tutto questo è emerso chiaramente nel Processo e, peraltro, anche ammesso da Delpini stesso già nel 2014, quando era stato interrogato dalla polizia: il parroco don Carlo Mantegazza nel 2011 “…mi disse al telefono che il ragazzo aveva poi segnalato presunti ABUSI SESSUALI compiuti da don Mauro”. Mons. Delpini tenta dunque, ora, di dare un significato differente al termine “abuso”.

Il tentativo di manipolare la realtà è quindi passato dalla negazione totale della conoscenza del presunto abuso, (tuttora comunque falsamente rappresentata dal  comunicato ufficiale della diocesi di Milano la quale sostiene che nel 2011/12 “la parola «abuso» si manteneva distante dal racconto della vicenda”), al bieco tentativo di darne un diverso significato:

“Delpini usa la parola «abuso», ma è evidente che si riferisce al fatto dell’aver invitato a dormire sullo stesso letto il ragazzo e di averlo abbracciato”: come se questo fatto non fosse grave ma un atteggiamento normale. Atteggiamento talmente normale da non richiedere l’avvio dell’indagine canonica prevista per i casi di sospetto abuso, o atteggiamento che ragionevolmente e oggettivamente non poteva destare il minimo sospetto da indagare…

Ed è proprio qui che a questo punto si pone il problema, perché Delpini aveva solo due cartucce da sparare:

  • O mons. Delpini sostiene che non è stato adeguatamente informato – cosa che ha tentato di fare con il comunicato della diocesi – tentativo ormai fallito perché tutte le prove processuali, le registrazioni e le testimonianze, incluso la sua deposizione giurata, lo smentiscono (deposizione che probabilmente sperava non fosse acquisita agli atti e che quindi potesse rimanere segreta nel fascicolo del PM dato che tramite l’avvocato Zanchetti era riuscito ad evitare l’interrogatorio davanti ai giudici);
  • Oppure mons. Delpini tenta di far credere che la parola “abuso” e “presunto abuso sessuale”, come lui stesso esplicita, si riferisse ad una parola utilizzata impropriamente da tanti, da tutti, da lui stesso nell’accezione “abuso sessuale” soltanto per descrivere il fatto che il don Galli avesse portato il minore nel letto tenendolo abbracciato. Nella sua stessa deposizione (come riscontrato anche da altre testimonianze e dalla deposizione stessa di don Mauro) Delpini dice di aver convocato subito il prete che ammetteva di aver portato a letto il minore “…ha per altro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte…”.

Ma anche semplicemente sostenendo questa seconda tesi, di fatto Delpini ammette che sapeva CERTAMENTE che il minore era stato portato a letto dal prete, nella casa dello stesso, nel suo lettone, nonostante avesse a disposizione la camera degli ospiti, c’era stato un contatto fisico e,  nonostante ciò, non avvia alcuna indagine previa propedeutica ad approfondire, ma sposta subito il prete, ancora a contatto con i minori, in un’altra parrocchia.

“Quando il Vescovo abbia notizia di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori ad opera di chierici sottoposti alla sua giurisdizione, deve procedere immediatamente a un’accurata ponderazione circa la verosimiglianza di tali notizie (2).”

(2) Il can. 1717 del codice di diritto canonico dispone infatti che l’indagine previa abbia luogo quando l’Ordinario abbia notizia «almeno probabile» di un delitto.

“A tal fine, il semplice trasferimento del chierico risulta generalmente inadeguato, ove non comporti anche una sostanziale modifica del tipo di incarico.”

Papa Francesco precisa inoltre integrando il codice di diritto canonico in forma di “MOTU PROPRIO”:

“Il Diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto (cfr can. 193 §1 CIC; can. 975 §1 CCEO). Con la presente Lettera intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili, previsti dal MP Sacramentorum Sanctitatis Tutela promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI. In tali casi si osserverà la seguente procedura.”

Un vero e proprio maldestro pasticcio, ulteriormente aggravato dall’estremo tentativo di distogliere l’attenzione dai fatti certi, quelli certificati dal Tribunale, dalle indagini e dalla polizia: solo un paio di settimane fa, il portavoce ufficiale di mons. Delpini, inviava segretamente una mail a tutti i prelati della Diocesi. In quella mail invitava i sacerdoti a muoversi segretamente, per divulgare il contenuto del Comunicato ufficiale della Diocesi di Milano, per contrastare quanto raccontato dai media presenti nelle aule di giustizia. La comunicazione segreta si concludeva con la raccomandazione firmata da don Davide Milani di non far sapere della comunicazione stessa ma solo indirizzare a leggere il comunicato della diocesi.

Ma tutto questo, alla luce della testimonianza dell’educatore, capo scout del ragazzo, si complica ulteriormente: emerge sempre più drammaticamente lo scenario e le responsabilità inequivocabilmente consapevoli dell’attuale Arcivescovo.

Indipendentemente da ciò che poteva immaginare mons. Delpini, rispetto alla narrazione che gli veniva offerta dai suoi collaboratori (don Alberto e don Carlo), indipendentemente dalla sua capacità di attribuire il senso corretto alle parole (d’altronde è solo un professore di Greco e Patristica), chi ha parlato con il minore ha riferito subito, in quei giorni, prima dello spostamento di don Mauro, quanto ascoltato dal minore stesso usando esplicitamente il termine “abuso”: tutti quelli che si sono espressi hanno usato il termine “abuso” e “abuso sessuale”.

Il capo scout dichiara al Giudice che ricorda benissimo che il giorno 6 gennaio 2012, in occasione di un campo con i ragazzi nel quale era presente anche il minore, vedendo quest’ultimo visibilmente triste e silenzioso, aveva notato che stava male quindi gli ha chiesto se voleva parlare.

“…l’ho guardato e gli ho detto: tu non stai bene, c’è qualcosa che non va?”

Il ragazzino gli dichiara immediatamente e lo ripete esplicitamente che è stato abusato da don Mauro quindi inizia a piangere.

“…il ragazzo guardandomi mi dice: Sono stato abusato, è successa una cosa brutta sono stato abusato e si mette a piangere subito.”

Forse Delpini vuole farci credere che anche il ragazzo ha sbagliato ad esprimersi, non conosce il significato del termine abuso, lo ha usato impropriamente??? Forse voleva dire “…è successa una cosa brutta: ho dormito!!!”

TUTTI SBAGLIANO AD ESPRIMERSI E A CAPIRE, SOLO DELPINI NON HA ALCUN DUBBIO!

“…La fortuna vuole che Don Alberto sta salendo per dire messa al nostro campo e quindi parlo anche con lui di questo.”

Il capo scout attendeva quella stessa sera l’arrivo di don Alberto Rivolta al campo dei ragazzi per celebrare la messa: una volta arrivato gli racconta subito quanto confessato dal minore ponendosi anche per primo (e forse unico) il problema della denuncia alle autorità civili ritenendo che la confessione ricevuta direttamente dal minore fosse relativa ad un fatto grave, da denunciare.

Il capo scout invece riceve indicazioni diverse da don Alberto e rassicurazioni circa la gestione della situazione.

Don Alberto riferisce in quella circostanza, all’educatore, che il caso è già presidiato, ne sono già a conoscenza lui stesso, i genitori, il parroco e il Vicario episcopale mons. Delpini, riferisce che lui stesso ha incontrato la neuropsichiatra del minore la quale gli ha riferito personalmente che il ragazzino non era, in quel momento, in grado di sostenere psicologicamente la denuncia.

“…Mi è stato detto sia dei genitori che anche da Don Alberto che la psicologa riportava in questo momento troppo fragile per il minore per poter affrontare una denuncia e di aspettare un attimo che ci si stava muovendo, che erano già stati informati tutti i livelli della chiesa quindi il parroco, il vicario…”

Don Alberto disse al capo scout che don Mauro sarebbe stato spostato a breve, ma nessuno poteva immaginare che sarebbe stato ancora con i minori.

“…Don Mauro doveva essere spostato il prima possibile dalla parrocchia di Rozzano. Questo è quanto c’era detti…”

L’educatore in seguito si accorge, rimanendo basito, che il Galli era ancora con i minori, ancora una volta ne parla con don Alberto.

“…poi ho visto tramite Facebook che Don Mauro era in un oratorio e ho chiamato Don Alberto per chiedergli “cos’è sta storia? Perché è ancora in un oratorio?”

E’ poi emerso che la testimonianza rilasciata durante l’interrogatorio era coincidente con quanto in precedenza dichiarato alla polizia quando nel febbraio del 2016 veniva interrogato.

Quindi certamente almeno il 6 gennaio 2012 arriva la notizia esplicita dell’abuso all’interno del clero, decisamente ben prima della incredibile e inopportuna decisione di Delpini di non avviare alcuna indagine canonica ma di trasferire il Galli ancora con i minori.

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Sappiamo oramai dal Processo che don Alberto si incontra in quei giorni più volte con don Carlo, mons. Delpini e mons. Tremolada, proprio per esplicitare i fatti, e quindi consentire a Delpini di prendere le decisioni.

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