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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Lo scandalo nella Curia di Milano: 6 anni al prete molestatore. In Curia si limitarono a trasferirlo

Redazione WebNews by Redazione WebNews
23 Settembre 2018
in Lombardia
Reading Time: 4 mins read
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A letto con un minorenne: l’attuale arcivescovo lo trasferì in un altro oratorio. Bergoglio sapeva ma nominò Delpini

di Giorgio Gandola

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Si portò a letto un minore: condanna senza precedenti per don Galli. Eppure davanti alle prime denunce l’allora vicario di Scola fece poco o nulla. E il Papa conosceva il caso quando nominò Delpini a Milano

Sei anni e quattro mesi. Una sentenza senza pubblico quella che il giudice Ambrogio Moccia pronuncia di primo pomeriggio in un’aula vuota, fuori da ogni orario prestabilito, per evitare il chiasso mediatico. Solo il campanello dell’usciere e le sue parole ben scandite davanti a nessuno, come in un romanzo di Georges Simenon. Una formula che somiglia al grido di una Giustizia che non può fermarsi al “silenzio e preghiera” invocato da papa Francesco. E per la prima volta condanna un prete incensurato a una pena così alta per abuso su un minore, colpevole di aver tentato di violentare un ragazzo di 15 anni.

Quella che si dice essere una sentenza esemplare (più il divieto di avere contatti con minorenni e l’interdizione perenne dai pubblici uffici) si abbatte su don Mauro Galli, sacerdote di 38 anni che la sera del 19 dicembre 2011 invitò a dormire “nel lettone” un giovane di Rozzano, paesone dell’hinterland di Milano. Era il suo confessore, il suo padre spirituale, doveva accompagnarlo al Natale e invece lo accompagnò fra le lenzuola. Don Mauro non ha mai negato il fatto, l’ha definito “una leggerezza” e ha giurato di essersi fermato lì, di averlo solo toccato sul petto per evitargli – in quella notte agitata da incubi – di cadere dal letto.

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Ben diversa la verità della vittima, che la mattina dopo parlò con i genitori e subito cominciò a stare male, a subire pesanti contraccolpi psicologici. Nei giorni successivi furono coinvolti anche l’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e il vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, che a quel tempo erano vicario diocesano di zona e responsabile dell’inserimento dei giovani sacerdoti. Pur essendo a conoscenza degli abusi, furono loro a decidere di spostare semplicemente il prete nell’occhio del ciclone da Rozzano (due oratori) a Legnano (quattro oratori), sempre inserito nella pastorale giovanile, quindi sempre a contatto con adolescenti. E solo dopo la denuncia penale dei genitori del ragazzo avviarono l’indagine canonica. Anche l’allora arcivescovo di Milano, Angelo Scola, in una lettera alla famiglia della vittima, scrisse che i suoi collaboratori si erano comportati “in modo maldestro”. Ora monsignor Delpini convive con l’imbarazzo di non avere denunciato un colpevole, pure se solo in primo grado.

Per la famiglia sono stati anni durissimi, trascorsi fra crisi psicologiche e paura per i tentativi di suicidio del giovane, che alla notizia della condanna del prete si è sciolto in un lungo pianto al telefono con la madre. Una famiglia solida, fortemente cattolica, che all’inizio era determinata a trovare dentro la Chiesa la strada per rivedere la luce. Ma poi, davanti alla strategia attendista e dilatoria dell’arcidiocesi, ha preferito denunciare tutto ai carabinieri aprendo la porta all’inchiesta giudiziaria. La pubblica accusa, rappresentata dal pm Lucia Minutella, aveva chiesto 10 anni e 8 mesi valutando “le aggravanti della condizione di inferiorità psicofisica del ragazzo, del divario di età e dello stato di soggezione legato al ruolo dell’imputato di sacerdote, padre spirituale, educatore e insegnante”. Nella requisitoria aveva annullato l’effetto del risarcimento di 150.000 euro (che ha indotto i genitori della vittima a non costituirsi parte civile) con parole urticanti: “Le sofferenze del ragazzo e dei suoi famigliari non possono essere ripagate da un pagamento in denaro, al di là dell’importo. Anzi vi è una discrasia evidente nella difesa dell’imputato, data dall’avere risarcito un danno che si ritiene di non avere cagionato”.

L’avvocato Mario Zanchetti, difensore di don Galli e da 15 anni legale dell’arcidiocesi milanese, aveva chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste e in subordine perché “non è emersa la prova del reato”. La linea difensiva è stata quella dell’inattendibilità, della simulazione, dell’invenzione. “Solo dopo la denuncia penale”, ha sottolineato il legale che ha interposto appello alla sentenza, “il ragazzo ha cominciato a vivere il ruolo di denunciante cospargendo il racconto di elementi di inattendibilità”. A questo punto per lui doveva valere il vecchio motto del diritto romano: in dubio pro reo. “Ci sono fatti di rilevanza etica e canonica in questa triste vicenda, ma non di rilevanza penale. C’è un abuso di relazione, di comportamento, non un abuso sessuale”.

Il Tribunale si è fatto la convinzione opposta e la sentenza arriva a intossicare di nuovo il mondo cattolico da tempo alle prese con una resa dei conti di intensità mai vista prima rispetto alla pedofilia e all’omosessualità. La diocesi di Milano ha osservato da molto vicino e con molto imbarazzo l’evolversi del dibattimento. Ieri ha emesso un comunicato nel quale prende atto della sentenza “ed esprime vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto. Mentre la giustizia penale fa il suo corso, l’arcidiocesi resta in attesa dell’esito del processo canonico a carico di don Mauro Galli,  affidato alla responsabilità del Tribunale ecclesiastico”.

Incardinato in questa triste vicenda di abusi c’è un aspetto politico che spicca. Quando papa Francesco ha nominato Delpini arcivescovo di Milano e Tremolada vescovo di Brescia, era a conoscenza dell’inchiesta giudiziaria su don Galli e delle mosse poco ortodosse dei due sacerdoti nel gestire la delicatissima situazione. Lo si evince dal carteggio che la famiglia della vittima (con pressanti richieste di far conoscere la verità) ha tenuto con gli uffici della Congregazione per la dottrina della fede. E non più tardi di un mese fa, pur essendo il procedimento alla vigilia d’una sentenza anche clamorosa come in effetti è stata, ha promosso Delpini rappresentante dei vescovi italiani al sinodo mondiale dei giovani previsto in ottobre in Vaticano. A conferma di una stima a prova di bomba.

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(trascrizione da La Verità del 21 settembre 2018)

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