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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Lusso e abusi sui minori, tutti i guai del cardinale Pell

Redazione WebNews by Redazione WebNews
4 Marzo 2019
in Cronaca e News
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Ritratto dell’arcivescovo australiano condannato in primo grado per pedofilia. Nel 2015 era balzato alle cronache per le spese folli come ministro vaticano dell’Economia. Il Papa lo ha rimosso

di GIOVANNI PANETTIERE

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Città del Vaticano, 27 febbraio 2019 – Doveva rimettere ordine nei conti della Santa Sede, è finito per essere il primo alto prelato della Chiesa cattolica condannato dalla giustizia civile per abusi su minori. Nell’attesa di conoscere il quantum della pena (rischia fino a cinquant’anni di reclusione) e l’andamento del successivo giudizio di appello, la parabola del cardinale australiano George Pell è da caduta degli dei. Ancora più dopo la decisione del Papa, arrivata ieri in tarda serata, di rimuoverlo dalla carica di ministro vaticano dell’Economia.

Nato nel 1941, Pell fa appena in tempo a scalare le gerarchie ecclesiastiche della Terra dei canguri che, a soli 62 anni, Giovanni Paolo II lo crea cardinale. Piacciono le sue simpatie teocon (una fede improntata al politico, in dialogo con il capitalismo), condite da posizioni inflessibili sulle questioni sessuali. Nel 2010 l’allora arcivescovo di Sydney sfiora la nomina a prefetto della Congregazione dei vescovi. La sponsorizzazione dell’allora segretario di Stato, Tarcisio Bertone, non è sufficiente a fargli ottenere il prestigioso incarico. Dall’Irlanda lo accusano di aver insabbiato alcuni casi di pedofilia, lui nega, ma Benedetto XVI non rischia e gli preferisce il canadese Marc Quellet.

Pell mastica amaro. Non lo sa ancora che il suo sbarco a Roma è solo questione di tempo. Quattro anni più tardi, dopo essere stato inserito da papa Francesco nel C9 in rappresentanza dell’Oceania, a sorpresa viene chiamato in Santa Sede. Non per un incarico qualsiasi, ma come prefetto della neonata Segreteria per l’Economia che attua il controllo e la vigilanza sulla gestione finanziaria dei dicasteri di Curia. Ha fama di incorruttibile e vanta amicizie importanti tra i grandi benefattori della Chiesa. Bergoglio, che lo ribattezza “il ranger australiano“, vede in lui il profilo giusto per il ruolo di ministro vaticano del Tesoro, il presule idoneo a intraprendere l’opera di moralizzazione delle sacre finanze. Pazienza se al conclave Pell ha puntato su un altro cavallo per il dopo Benedetto XVI.

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“Con quella nomina il Papa ha seguito l’adagio dei politici americani – spiega lo storico della Chiesa Massimo Faggioli, docente alla Vllanova University (Philadelphia) –, ‘i tuoi nemici è meglio averli come amici’. Oggi quella scelta fa storcere il naso ad alcuni, ed è comprensibile. Tuttavia nel 2014 aveva un suo senso, ancor più considerando gli agganci economici che il cardinale poteva vantare”.

Arrivato in Santa Sede, l’australiano fa presto a farsi dei nemici. Colpa di modi giudicati un po’ troppo spiccioli e di un carattere brusco poco avvezzo alla mediazione. Gli avversari non gli risparmiano colpi bassi. Così succede che, a pochi mesi dalla nomina a prefetto, tra le carte dello scandalo Vatileaks II spunta un’imbarazzante nota spese di Pell. In appena un semestre, dal luglio 2014 al gennaio 2015, i suoi esborsi toccano quota 501mila euro. Voli in business class, mobili e tappezzeria di pregio per il suo appartamento, anche un sottolavello da 4.600 euro: tutto documentato nel libro ‘Avarizia’ di Emiliano Fittipaldi.

Quest’ultimo racconta di un Papa infuriato. Francesco convoca il ranger, vuole una spiegazione per quelle spese che tradiscono lo spirito della Chiesa povera dei poveri auspicata fin dall’inizio del pontificato argentino. Pell è laconico: “Santità, si fidi me”.  Detto e fatto, il posto è salvo. Almeno fino a quando non tornano ad addensarsi le nubi della pedofilia, stavolta molto piú gravide di conseguenze rispetto al 2010.

Nell’ottobre 2016 il cardinale è interrogato a Roma da legali australiani: è accusato di abusi sessuali su minori nella sua ex diocesi di Melbourne. Due anni prima, nelle vesti di testimone davanti alla Royal australian commision che investigava sulle violenze, aveva sconcertato i sopravvissuti ai preti-orchi (e non solo loro), paragonando gli abusanti a “dei camionisti che molestano delle autostoppisti”. Le scuse repentine erano riuscite solo in parte a cancellare l’imbarazzo.

Il 2017 è l’anno dell’inizio della fine per Pell. Prima la formale accusa di aggressione sessuale su minori, poi la decisione del Papa di spedirlo in Australia difendersi. Lo scorso dicembre esce dal C9. Il resto è cronaca di questi ultimi giorni: la condanna in primo grado, il cardinale che ribadisce la sua innocenza e la Chiesa che ai suoi danni conferma la sospensione cautelare dall’esercizio del ministero e l’impossibilità per il porporato di avvicinarsi a minori.

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Per Pell dura poco anche la residua speranza di riscattarsi come l’ex vescovo di Adelaide, Philip Wilson, che in appello ha visto annullata la condanna per insabbiamenti. Pur se in secondo grado il verdetto dovesse essere ribaltato, il cardinale non sarà comunque più il ministro vaticano del Tesoro. Il Papa ha già deciso altrimenti.

Per Pell a questo punto può solo andare peggio. Mentre la giustizia civile farà il suo corso,  per quella canonica l’arcivescovo potrebbe andare incontro allo stesso, drastico destino di Theodore McCarrick. Niente più porpora e riduzione allo stato laicale.

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