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Pedofilia, l’inferno italiano

Dalla Toscana a Bolzano, dai missionari ai catechisti: oltre 40 casi di molestie. Con le diocesi all'opera per fermare le indagini. La situazione nel nostro Paese prima dell'intervento del papa.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
25 Marzo 2010
in Cronaca e News
Reading Time: 7 mins read
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L’ immagine di un Cristo in croce. Un ragazzino nudo. Un frate che l’accarezza: “Non avere paura, sono le mani di Dio”. È uno dei tanti casi di preti pedofili mai trapelati. Soffocato nel pianto di un undicenne diventato adulto covando un terribile segreto. Non siamo nell’Irlanda, colpita dal più grosso scandalo che la Chiesa ricordi dopo gli Stati Uniti, e neppure nella Germania dove gli abusi passano i confini dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, dove il cardinale Joseph Ratzinger fu vescovo. Siamo nell’Italia di ogni giorno, a catechismo in un famoso monastero della Toscana. Un luogo sicuro per Mario, che però all’improvviso diventa la peggiore delle trappole: “Quando si stava spogliando c’è stato un rumore, sono entrate alcune persone e solo così ho evitato il peggio”. Di questa tragedia dimenticata nessuno ha mai parlato. Eppure chi doveva sapere, sapeva: vescovo, priore e famiglia. “È stata la Chiesa a sconsigliare ai miei genitori di denunciare la violenza e, alla fine, hanno convinto anche me a non rivolgersi al tribunale”. Non si tratta di un episodio isolato.

In Lombardia lo stesso dramma ha colpito una bambina in un convento di suore, anche stavolta nell’omertà: “Ho ricevuto avance esplicite da una monaca e, quando ne ho parlato, la mia famiglia s’è infuriata. Volevamo andare dai carabinieri, poi è intervenuto il vescovo: disse che sarebbe stato meglio risolvere la faccenda all’interno e che ci avrebbe pensato Dio a punire i colpevoli”, racconta Simona.

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È l’altra faccia della pedofilia in agguato nell’oscurità di chiese e sacrestie. La più subdola, la più pericolosa. Un crimine declassato a semplice peccato, da assolvere e dimenticare. Coperto dagli inni e dalle penitenze, protetto dal segreto della confessione, imposto dopo la messa come un rituale a cui i bambini non sanno opporsi. La lettera di Benedetto XVI ai cattolici irlandesi sembra rompere questo silenzio colpevole durato decenni. Il papa si scaglia contro i sacerdoti macchiati di violenze e i vescovi che le hanno nascoste, invitando per la prima volta a denunciare i casi ai tribunali. Un’onda che s’allarga e investe anche l’Italia, dove le condanne sono già decine da Bolzano a Palermo.

Oltre 40 storie, a cui si aggiungono le segnalazioni senza risposta, i casi insabbiati, le vittime che puntano il dito contro religiosi già in prigione, trasferiti in altre parrocchie, spediti all’estero o rinchiusi negli istituti per l’assistenza spirituale. Eppure i casi del Trentino-Alto Adige, Piemonte, Lombardia, Veneto, Campania, Puglia, Molise, Lazio, Sardegna, Sicilia, Umbria e Liguria sono solo la punta dell’iceberg. Perché appena fuori dal Sant’Uffizio l’anatema del pontefice si scontra con una realtà ben diversa: le pressioni delle curie sulle famiglie per mettere a tacere gli scandali sono provate, così come la mobilitazione dei fedeli. Omelie e rosari fanno da cornice a molti processi. Che finiscono spesso in prescrizione.

Il fronte si allarga. La riprova è tutta in un dato: in Italia non esiste uno studio ufficiale sugli abusi negli ambienti religiosi. Non solo nelle sacrestie, ma anche negli oratori, nei circoli sportivi e nei campi scout. Nessuna istituzione se ne occupa e nessun partito lo reclama. Senza verificare cosa succeda dietro l’altare. Bastava chiamare il Telefono Azzurro, che lo scorso anno ha raccolto 105 denunce di abuso sessuale sui minori, di cui 59 con meno di 11 anni. Nelle categorie ufficiali i preti non ci sono. Ma scavando fra i report ecco che compaiono: circa il 3-4 per cento di quelle violenze ha come autore un religioso, una percentuale simile alla scuola (3,9 per cento) e molto più alta dello sport (0,8 per cento). Un dato destinato a crescere, secondo gli esperti, perché la vittima è ancora restia a rivelare che il violentatore è un religioso. Si tratta di segnalazioni tutte simili e mai divulgate. Un ragazzo di 16 anni denuncia un prete: l’ha condotto a una festa, ubriacato e tentato di baciarlo. È il primo di una serie di incontri, fra sms e telefonate sconce. In maggio arriva la chiamata di un bambina, toccata nelle parti intime durante il catechismo.

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Dal Veneto parla invece un testimone: sette ragazzini sottoposti ad abusi sessuali da due sacerdoti, uno dei quali di 72 anni. Il signor X riferisce che il parroco ha palpeggiato suo figlio di dieci anni durante la benedizione della casa. Lo zio di Y racconta che il nipote piange in colonia, perché il sacerdote entra in camera di notte e lo molesta. Un frate è accusato di far visionare a due ragazzini di sei anni film porno in oratorio, un secondo di avere dormito con un undicenne che si sarebbe svegliato “bagnato di qualcosa”. C’è pure chi si autodenuncia e chiede di essere aiutato. “Sono dieci anni che segnaliamo tutto ciò alle autorità, ma per molto tempo in Italia la Chiesa ha scelto di trattare le questioni al proprio interno, sfuggendo alla via giudiziaria per non mettere in discussione l’intero sistema”, spiega il presidente di Telefono Azzurro, Ernesto Caffo: “Il numero di chiamate dimostra come il fenomeno sia presente e ancora poco denunciato, spesso proprio per le pressioni che la vittima riceve”.

Santa omertà
. Chi sa tace anche per decenni. È successo dopo gli abusi all’istituto per sordomuti Provolo di Verona, rivelati da ‘L’espresso’ quando gli ex allievi squarciarono il velo di omertà durato trent’anni. Ma i depistaggi, le pressioni e le bugie della Chiesa sono confermate anche nelle sentenze di molti processi. A Cento, nella diocesi di Ferrara, don Andrea Agostini è stato condannato a sei anni e dieci mesi per violenze su una decina di bimbe e i giudici non hanno dubbi sulla ‘protezione’ ricevuta. Parlano di “silenzio dei vertici ecclesiastici” e di “ritrosia a mettere sul tappeto le notizie sulle accuse che già da tempo circolavano”. Il meccanismo è collaudato e quasi sempre ottiene il supporto della comunità. Addirittura a Campobasso dove don Felix Cini che aveva patteggiato due anni e mezzo in Toscana, nonostante le ammissioni trovò i fedeli di Cercemaggiore spaccati fra innocentisti e non. Finché prevalsero le proteste e, a febbraio, fu inviato in un convento.

Storie identiche a quella di Alassio, vicino a Savona, dove attorno a don Luciano Massaferri, arrestato dopo il racconto di una ragazzina di 11 anni, s’è schierata la parrocchia, con un tam tam di solidarietà fatto di veglie e preghiere. Uno schema che gli esperti conoscono bene: “Rispetto ai casi di pedofilia in ambienti famigliari, sportivi o scolastici nel caso dei sacerdoti la fede gioca un ruolo centrale sia nell’adescamento del minore, sia nella conquista del silenzio e, se il caso trapela, di una spesso ingiustificata solidarietà esterna”, spiegano all’Ecpat, la rete internazionale impegnata nella lotta contro lo sfruttamento dei minori. Così per ogni vittima che parla, altre tacciono. Basti pensare che nella diocesi di Bolzano, dopo che un frate ha denunciato gli abusi avvenuti negli anni Sessanta, qualche giorno fa il vescovo Karl Golser ha chiesto ai fedeli di confidarsi sul sito Internet della Curia. L’effetto è stato dirompente: sono già arrivate decine di segnalazioni da ex seminaristi, alunni di scuole cattoliche, scout, chierichetti. Forse i processi di domani.

Missione bambini. Ecco che l’apertura di Benedetto XVI potrebbe avere un effetto diretto su quelle sentenze. Per anni, infatti, le direttive interne firmate dallo stesso Ratzinger nel 2001 e la prassi spingevano i vescovi a trasmettere al Vaticano i dossier, rendendo indispensabile una rogatoria internazionale per discuterli in tribunale. Così come pedofili e violentatori sono stati protetti dal segreto confessionale: “Cinque anni fa un sacerdote mi confessò che aveva abusato di un bambino ed era pentito. Per me fu uno shock, eppure mi limitai a suggerirgli di rivolgersi al vescovo. Non potevo fare altro, ma ho pensato che se un prete voleva eliminare un testimone scomodo bastava che gli dicesse tutto”, rivela un cappellano lombardo. Ha paura di parlare. Perché, ripete, una cosa sono i diktat di San Pietro, altra la realtà quotidiana di parrocchie e seminari. Se la Santa Sede cambia rotta e assicura supporto ai magistrati, infatti, istituti religiosi e ordini monastici non sempre mettono in pratica i precetti pontifici. Il caso di don Marco Dessì lo dimostra. Il missionario italiano della diocesi di Iglesias che operava in Nicaragua, già nel 1990 fu segnalato da alcune associazioni cattoliche. Abusi su un gruppo di ragazzini, tutti maschi di età compresa fra gli 11 e i 14 anni e costretti a ogni tipo di prestazione sessuale. “Dopo i rapporti completi diceva loro che erano diventati dei prescelti”, racconta l’avvocato Marco Scarpati, che ha seguito oltre cento casi di pedofilia in Italia. Fu lui a rivolgersi al Vaticano: “La chiesa ufficiale ci aiutò, ma dall’altra parte la congregazione di cui il missionario faceva parte lo proteggeva e difendeva. Per oltre un decennio agì indisturbato, mentre molti di quei ragazzi potevano essere salvati in tempo”. Lo sanno bene Alberto, David, Marlon, Ignacio e Juan Carlos, tutti orfani dell’Hogar del Niño. Sono dovuti volare in Italia, in Emilia Romagna, per motivi di protezione. In una località top secret e con vita blindata. Marlon e gli altri testimoni, mentre Roma indagava, sono stati minacciati di morte, la moglie ha ricevuto visite a casa. Ma non è finita: per quei silenzi e quella complicità, la condanna a 12 anni in primo grado, ridotta a otto dalla Corte d’Appello e annullata dalla Cassazione per un vizio di forma, rischia di non arrivare. Il processo ripartirà in ottobre, ma ormai la prescrizione è vicina.

Vittime due volte. È questo il dramma nel dramma per molte vittime. Perché alzare la testa non solo è difficile, ma spesso è inutile. Già. Nel paese dei cavilli legali, dove un timbro può liberare un prete pedofilo e farlo tornare all’altare, il danno materiale per un bambino violentato resta difficile da quantificare. E quasi impossibile da incassare, fra sacerdoti nullatenenti e curie spesso indifferenti. A Bologna don Andrea Agostini è stato difeso dalla diocesi, che non ha però risarcito i miseri 28 mila euro richiesti. A Bolzano, Alice è stata violentata e filmata a otto anni dall’educatore che doveva insegnarle il catechismo. L’accusato, don Giorgio Carli, è stato condannato in primo e secondo grado, ma la Cassazione ha dichiarato i reati prescritti per effetto della ex Cirielli. L’unica consolazione, se così si può chiamare, era la condanna civile: risarcimento che non è mai arrivato. È così dappertutto. A Firenze le vittime di don Lelio Cantini, colpevole di abusi quando era parroco a Regina della Pace, vorrebbero riaprire il caso: “Non è una scelta facile, però. Si tratta di fatti terribili e ogni processo comporta un peso enorme per noi”, spiega Francesco Aspettati. Accusano la curia di avere coperto il prete e non avere dato peso alle loro denunce. I compagni che hanno preso i voti, anzichè difenderli, li attaccano. “E se anche il papa l’ha ridotto allo stato laicale, il risarcimento rischia di essere irrisorio, forse umiliante”. La loro speranza è che si apra il fronte italiano. Tante denunce, insieme, sarebbero il cavallo di Troia per sfondare il muro della pedofilia nella Chiesa. E costringere le curie a pagare decenni di abusi.

http://espresso.repubblica.it/palazzo/2010/03/25/news/pedofilia-l-inferno-italiano-1.25317

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