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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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GIADA VITALE, PER LA PRIMA VOLTA IN MOLISE IL CONSIGLIO REGIONALE SARÀ PARTE CIVILE IN UN PROCESSO PER VIOLENZA SESSUALE

Redazione WebNews by Redazione WebNews
11 Luglio 2014
in Abruzzo - Molise
Reading Time: 8 mins read
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Il consiglio regionale del Molise si costituirà parte civile nel  processo a carico di Don Marino Genova sul caso dei presunti abusi sessuali a carico di Giada Vitale. Sarà possibile grazie alla  consigliera regionale Nunzia Lattanzio che ha chiesto l’applicazione dell’articolo 11 della legge regionale del 15 ottobre 2013. Ispirata alle sentenze della cassazione penale, sez. III, con le sentenze nn. 22538 e38835, nel 2002 e nel 2009si era espressa sull’ammissibilità della costituzione di parte civile degli enti pubblici e dei comuni nei procedimenti per violenza sessuale.

La mozione è stata approvata da tutto il consiglio nonostante l’iniziale resistenza dell’assessore Vittorino Facciolla. Questo è il primo caso di applicazione della legge regionale approvata a ottobre.

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Ecco la versione integrale dell’intervento della consigliera Nunzia Lattanzio

Signor Presidente, signori Assessori, Colleghi consiglieri,
Il Consiglio Regionale con l’approvazione di questo significativo atto di mozione, il primo in materia, non intende sconfinare in un’area di competenza giudiziaria, bensì supportare con rispetto e rigore il percorso della giustizia con un’azione di profilo extra- giurisdizionale, in tal guisa a rafforzamento di principi costituzionali e di diritto internazionale in materia di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo.
Ciò premesso non entrerò nel merito della vicenda giudiziaria, che conosco tuttavia nel dettaglio, essendo stata avvicinata dalla rete nazionale “L’Abuso” e dallo stesso legale della giovane donna molisana vittima, sin dalla tenera età, di presunte reiterate violenze sessuali.
I diritti umani delle donne e delle bambine sono parte inalienabile, integrale e invisibile dei diritti umani universali.

La piaga della pedofilia striscia in tutti gli ambienti frequentati da bambini ed adolescenti. A seguito di un abuso subito, il primo problema della vittima è quello di essere creduta da investigatori, giudici, genitori e dalla comunità tutta di appartenenza.
“Tra il 2000 ed il 2005, i minori vittime di reati sessuali in Italia sono stati 2.891. In 2.406 casi si è trattato di violenza sessuale, in 87 casi di violenza sessuale di gruppo, in 299 casi di atti sessuali con minorenne e in 99 casi di corruzione di minorenne.

Secondo i dati diffusi dalle forze dell’ordine tra il 2011 ed il 2012 i reati sessuali in Italia sono triplicati ed il 78% dei casi riguarda bambine e ragazze. In Italia le bambine e le ragazze risultano più vulnerabili, di fronte alla violenza, rispetto ai loro coetanei maschi: in 6 casi su 10 la vittima di reati commessi e denunciati su minori nel 2012 è una giovane donna. Nel 2012 sono stati 5.103 i minori vittime di reati, una cifra superiore a quella del 2011 (4.946). Secondo i dati forniti dalle Forze dell’ordine e rielaborati dall’organizzazione, nel 2012 689 minori hanno subito violenza sessuale (l’85% delle vittime è una ragazza). A questi vanno aggiunte le 422 vittime di violenza sessuale aggravata (79%). Tra i reati a sfondo sessuale, a registrare l’aumento più drammatico in un anno è la pornografia minorile: 3,70% a danno di 108 minori, il 69% dei quali femmine. In generale, tra i reati commessi e denunciati su minori, quelli che mietono più vittime sono i maltrattamenti in famiglia: i bambini che li hanno subiti nel 2012 sono 1.246,82 in più rispetto al 2011”.
Il danno subito diventa ancor più grave quando soggetto attivo del reato è un adulto cui il minore è legato e tiene particolarmente.

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Il bambino vittima di violenze sessuali dovrà affrontare, nel corso della sua restante vita, conseguenze devastanti e di lunga durata. Quando un giovane vita subisce un abuso, lo shock psicologico è così grande che il Sé normale non è in grado di decodificare quel che gli sta accadendo. Anche a causa di possibili danni al funzionamento cerebrale, le vittime di abuso sessuale spesso esibiscono comportamenti autodistruttivi.
Nel caso della giovane Giada Vitale l’azione posta in essere dal presunto reo trova la sua massima espressione di deplorazione sociale nel fatto che il soggetto agente è un rappresentante della Chiesa cattolica.

Già Papa Ratzinger ebbe a condannare, in varie occasioni, i casi di pedofilia, durante l’assemblea plenaria per la famiglia tenutasi l’8 febbraio 2010. In quell’occasione il Sommo Pontefice ebbe modo di dire: “La Chiesa, lungo i secoli, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e in molti modi, si è presa cura di essi. Purtroppo, in diversi casi alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e condannare”.

“La pedofilia è come le messe nere” sostiene oggi Papa Francesco per condannare la piaga degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa. “E’ un problema molto grave”. “ (…) Un sacerdote che compie un abuso, tradisce il corpo del Signore (…)” (…) “Il prete deve portare il bambino o la bambina alla santità. E questo si fida di lui. Invece di portarlo alla Santità, lui lo abusa. E’ come fare una messa nera!” (…).
Ricordo a noi tutti che il sacerdote è abitualmente percepito come parte della famiglia del parrocchiano. I bambini cattolici vengono indotti a chiamare i membri del clero, Padre, Madre, Sorella, Fratello sino ad interpretare, a volte, in modo letterale queste identificazioni ideali; questi stessi bambini, provenienti in alcune circostanze da famiglie problematiche, posso incorrere nel cercare all’interno della Chiesa figure parentali che fungeranno nel loro immaginario da modelli di ruolo ed assicureranno la stabilità venuta a mancare nel proprio sistema.

Per le su esposte ragioni è opportuno che le istituzioni intervengano per dare un segnale di disapprovazione di tali comportamenti soprattutto quando questi provengono da soggetti su cui i minori hanno riposto fiducia.
Il danno causato dalla violenza di genere e dalla violenza sui minori ha una dimensione lesiva pubblica, posto che con esso viene leso il diritto – dovere pubblico spettante alle istituzioni centrali e periferiche di garantire l’integrità psicofisica dei propri consociati e di eliminare ogni ostacolo che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impedisca il pieno sviluppo della personalità umana.
La Regione Molise ha individuato tra i propri principi e finalità anche quello di concorrere a dare attuazione ai principi costituzionali sui quali si fonda la Repubblica italiana, una ed indivisibile, informando il proprio ordinamento ai principi di libertà, democrazia ed uguaglianza, giustizia, solidarietà, sussidiarietà pari dignità sociale, pace e non violenza.

In particolare la Regione Molise con la Carta statutaria ha inteso ispirare ed orientare per il raggiungimento dei seguenti obiettivi:
1) l’effettiva tutela ed il pieno esercizio, per tutti, diritti e interessi riconosciuti dalla Costituzione, operando per il superamento degli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana;
2) il riconoscimento dei diritti delle fasce più deboli della popolazione mediante il superamento delle cause che ne determinano la disuguaglianza e il disagio;
3) la rimozione di ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, economica e culturale, nonché la promozione della parità di accesso tra gli uomini e le donne alle cariche elettive;
4) il sostegno della famiglia, orientando a tal fine le politiche sociali, economiche, finanziarie di organizzazione dei servizi.
La Regione Molise ispira il proprio statuto al pieno rispetto dei diritti naturali ed inviolabili della persona.
La legge n. 15 dell’ottobre 2013 ha tra i suoi obiettivi proprio quello di intervenire a salvaguardia dei diritti inviolabili della persona vittima di violenza.
In particolare, il testo di legge richiamato contemplo la facoltà per la Regione Molise di costituirsi parte civile in tutti i processi celebrati sul proprio territorio che abbiano ad oggetto la commissione di reati ai danni di donne e minori.

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La violenza sulle donne intesa come abuso, sopraffazione, limitazione delle libertà personali, disparità di trattamento e sottrazione di opportunità, violazione di diritti, rappresenta una violazione dei diritti fondamentali della persona, ed anche un fenomeno che coinvolge l’intera struttura della società ovvero la vita sociale in tutte le sue articolazioni.

Il danno causato dalla violenza di genere ha una triplice dimensione lesiva: personale, sociale e pubblica. In quest’ottica va, pertanto, inteso il disposto normativo previsto all’art. 11 della L.R. 15/2013 ovverosia quale intervento volto a garantire l’integrità psicofisica delle/dei propri consociati e di eliminare ogni ostacolo di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impedisca il pieno sviluppo della persona umana, ex art. 3 Cost. All’intero di tale dimensione pubblica del danno si colloca il fondamento della costituzione di parte civile degli Enti pubblici per i quali risulta superata la considerazione secondo cui il diritto al risarcimento del danno sorge solo a seguito della perdita finanziaria contabile nel bilancio dell’ente pubblico, cioè della lesione del patrimonio dell’ente, non incidendosi su un bene apparentemente dello Stato (…). La legittimazione ad agire, che è attribuita allo Stato ed agli enti minori, non trova perciò fondamento nel fatto che essi abbiano affrontato spese per riparare il danno, o nel fatto che essi abbiano subito una perdita economica ma nella loro funzione a tutela della collettività e della comunità nel proprio ambito territoriale e degli interessi all’equilibrio ecologico, biologico e sociologico del territorio che ad essi fanno capo.

Il fondamento del danno per l’ente pubblico, dunque, risiede nell’offesa dell’interesse protetto, da intendersi nel contrasto alla violenza di genere come mezzo per la promozione delle pari opportunità e per la rimozione di ogni forma di discriminazione basata sul genere o sull’orientamento sessuale compiuta nel proprio territorio.

Il perseguimento di tale obiettivo rappresenta una specifica obbligazione istituzionale, che trova fondamento: a) negli articoli 3 e 117 Cost., b) nella CEDAW, che deve essere attuata ad ogni livello istituzionale; c) nell’adesione alla Carta europea per l’uguaglianza e la parità di donne e uomini nella vita locale; d) nelle previsioni statutarie; e) nell’attuazione di piani (nazionali e locali) di azione di contrasto alla discriminazione e violenza di genere.
La Regione Molise con lo strumento legislativo L.R. 15/13 ha normativamente trasformato interessi generici e diffusi dei cittadini rappresentati in propri interessi specifici e in oggetto peculiare delle proprie attribuzioni e dei suoi compiti istituzionali, donde la configurabilità in capo ad essa di un interesse concreto alla salvaguardia di una situazione storicamente circostanziata divenuta suo scopo primario ed elemento costitutivo.

GLI ABUSI SESSUALI LEDONO L’INTERESSE DELLA COLLETTIVITA’ AD UNA SOCIETA’ NON SESSISTA. Gli abusi sessuali ledono non solo la libertà morale e fisica della donna, ma anche il concreto interesse delle istituzioni e nella specie della Regione Molise, di preservare il territorio da tali deteriori fenomeni avendo lo stesso posto la tutela di quel bene giuridico come proprio obiettivo primario.
Dalla frustrazione delle finalità e degli scopi dell’ente può conseguire un danno economico diretto per le diminuzioni patrimoniali eventualmente subite dagli organi istituzionali predisposti per alleviare i traumi delle vittime di abusi sessuali, dovendosi ritenere la Regione, ente esponenziale del suddetto interesse, la stessa è legittimata, come tale, a costituirsi parte civile nel processo penale. Inoltre, è configurabile in capo alla Regione un danno morale per la lesione dell’interesse perseguito per garantire la libertà di autodeterminazione della donna e la pacifica convivenza nell’ambito regionale, beni sociali statutariamente individuati come oggetto specifico di tutela.

Alla luce di queste mie concise osservazioni, a sostegno della mozione presentata dal Consigliere Monaco, invito i colleghi tutti ed i rappresentanti del governo a manifestare la volontà che l’Ente regionale si costituisca parte civile nel processo instaurato nei confronti del presunto autore di gravi reati sessuali che per anni ebbe sottoporre a violenze sessuali la piccola Giada Vitale, costringendola in una dimensione di sofferenza, sfiducia e ingiustizia. E’ necessario che con l’approvazione di questo significativo atto di mozione possa essere ricostruito un serio rapporto di fiducia tra la società civile ed i suoi figli più deboli, rapporto sino ad oggi minato dal fatto che per anni le istituzioni hanno taciuto e sono rimaste inerti dinanzi a fenomeni assai devastanti. La costituzione di parte civile in tale processo, infatti, non solo rispetterebbe il disposto normativo locale ed internazionale ma soprattutto darebbe un messaggio positivo a tutte le vittime di abusi, messaggio di attenzione riposta dalle istituzione alla loro tragedia.
Grazie.

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