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La mia fede e quel prete pedofilo che ho conosciuto

Tra la cronaca e il chiacchiericcio, purtroppo solo oggi, scopro che in mezzo c’era un buio fatto di silenzi e di omertà. Un buio colmato solo da una parola: schifo.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
4 Febbraio 2015
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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In un giorno comune come ad un altro, nel leggere la cronaca nazionale, mi sono soffermata a leggere il titolo di una notizia. Lo riguardo, una volta, due. «Io violentata a 13 anni», arrestato il sacerdote don Paolino Marchese.

Continuo a non crederci: quel nome, quell’uomo, quel prete. Io lo conosco.

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Non ci credo, non è possibile: sarà un caso di omonimia – cerco di convincere me stessa – non può essere esattamente quella persona che io ho conosciuto. Leggo la notizia: non c’è più spazio per nessun alibi nella mia testa. E’ lui, è esattamente lui.

Provo sgomento, rabbia, vergogna. Sento nel mio cuore pulsare un’emozione simile alla paura, che paura, però, non è. Continuo a ripetere a me stessa che non è possibile: tra le persone che conosco c’è un pedofilo. Probabilmente, sempre nel giro delle persone che conosco, c’è anche quella ragazzina, quella giovane donna, che oggi di anni ne ha ventuno, che è stata abusata da lui a soli tredici anni.

Quell’uomo, non uno tra tanti, non di certo “comune”, ha abusato di quella ragazza otto anni fa. Esattamente il periodo in cui io ho avuto modo di conoscerlo.

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Ero giovanissima, ai tempi. Vivevo in un paese distante appena un paio di chilometri dalla sua parrocchia. Era un periodo in cui vivevo nel volontariato, mettendo la mia esperienza cristiana a servizio della comunità. Un momento in cui, sotto la guida di un sacerdote straordinario, quale quello che serviva allora la mia Parrocchia, quella del mio paese d’origine, ero una fiera educatrice di Azione Cattolica.

Insieme ai miei amici d’infanzia, quelli con i quali ho vissuto, vicinissima alla Chiesa, alcuni tra i momenti più belli della mia adolescenza, seguivamo un centinaio di bambini nell’esperienza dell’ACR, insegnando loro la bellezza dell’essere cristiani, contro il bigottismo a cui, a volte, la Chiesa si costringe, a favore di attività concrete per il bene della comunità.

A tal proposito, dunque, molto spesso, insieme agli altri miei coetanei, seguivo dei percorsi di formazione congiuntamente ad altri giovani appartenenti alle parrocchie vicine, alle altre Chiese che facevano parte della stessa Diocesi. Tra queste, giusto ad un paio di chilometri dalla mia, c’era proprio quella gestita da quell’uomo che oggi sale agli “onori” della cronaca nazionale con l’appellativo di “orco”. Quel prete che, per tutti noi, era solo un parroco di paese: quello che era “solo” padre Paolino.

Un uomo particolare, quel prete. Lo ricordo bene: un individuo a tratti complicato, a cui erano legate, sotto il punto di vista del classico “chiacchiericcio” di paese, tante storie di natura diversa. Quello che era certo, anche allora, era il suo essere un “religioso” fuori dall’ordinario. Un prete sui generis, che diceva le parolacce, che si concedeva a un bicchiere in più di vino a tavola, che raccontava le barzellette, che potevi trovare facilmente al bar o in mezzo ad un discorso “di piazza”.

Allora non ebbi la possibilità di conoscere quel prete in maniera approfondita. Inoltre, per dare credito alle chiacchiere di paese, ero ancora troppo piccola. Quindi, per me e per gli altri miei amici, quello che era chiaro di quel prete era il fatto che fosse, almeno nei nostri riguardi, una persona estremamente gentile. Nulla di più, nulla di meno.

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Nessuno avrebbe mai immaginato che, al di là dei pettegolezzi che già iniziavano a crearsi attorno alla sua figura, al di là del giudizio mio e di quello dei miei coetanei, una ragazzina tra tante stesse vivendo all’interno della sua parrocchia quell’incubo che ha avuto la forza di denunciare solo oggi.

Quel prete, cinque o sei anni fa, fu allontanato da quella parrocchia e trasferito in quella di un paese ad una cinquantina di chilometri di distanza. Non si è mai capito esattamente il perché: qualcuno attribuì la colpa al fatto che il suo mandato di parroco, quello che il diritto canonico stabilisce in nove anni, fosse scaduto. Ma, a dirla tutta, i nove anni non erano passati. “Voci di corridoio”, di contro, attribuivano quell’allontanamento improvviso ad una vicenda passionale: da qualche tempo, si diceva, le mura della canonica erano animate da una storia tra il prete e una parrocchiana.

Tra la cronaca e il chiacchiericcio, purtroppo, oggi scopriamo che in mezzo c’era il buio. C’era un buio fatto di silenzi e di omertà. Un buio colmato solo da una parola: schifo.

Un buio a cui ci ha costretto per anni un prete che, continuando ad essere chiamato dai suoi fedeli “padre”, continuando ad accogliere le loro confessioni, ad officiare Messa e a consacrare le Ostie, compiva i peggiori abusi nei confronti di un’ingenua ragazzina di appena tredici anni. Ho ricevuto il Sacramento della Confessione da lui, ho partecipato ad alcune messe officiate da lui, ho preso la Comunione dalle sue sporche e luride mani: ho i brividi al solo pensiero. In questo momento, al solo pensiero di quello che ho fatto, provo disgusto. Dio, perché mi hai ridotto a questo?

In mezzo ai miei sentimenti, in mezzo a tutte queste domande che mi pongo da cristiana cattolica credente, c’è la storia di un prete che ha continuato nel suo “mestiere” di sacerdote per altri otto anni, in quel paese, prima, e in un altro, poi: chi mi assicura che quella ragazzina, che solo oggi ha avuto il coraggio di denunciarlo, sia stata la sua unica vittima?

Chi mi assicura che il suo sguardo depravato non si sia soffermato anche su altri giovani? Su quei giovani, su quei ragazzini a cui io, da educatrice di ACR, ho insegnato quanto fosse bello stare insieme, quanto fosse bello andare in Chiesa tutte le domeniche, quanto fosse bello fidarsi di un sacerdote, «la figura qui in terra più simile a Gesù», come ho detto loro tante volte. Dio, oggi quel prete mi ha ridotto a chiedermi: ma cos’ho fatto?

Cerco di trovare un po’ di luce in mezzo a tutto questo buio, ma scopro che non riesco a trovarla, perché nella sua ricerca disperata vengo assalita da nuovi dubbi: perché quel prete fu allontanato? Qual è la verità? Chi mi assicura che nessuno fosse a conoscenza di una cosa così raccapricciante, anche tra le alte cariche della Chiesa di Roma?

Recupero tra i cassetti della memoria un ricordo sbiadito: qualche anno fa un altro prete, appartenente alla stessa diocesi, fu condannato per pedofilia. Ho cercato informazioni su di lui: ancora oggi, seppur lontano centinaia di chilometri dalla parrocchia in cui si era macchiato del misfatto, continua a vestire gli abiti talari e ad officiare Messa.

La nausea aumenta, mischiandosi a rabbia, sgomento e paura. Oggi mi sento ancora più piccola e sola in questo Universo. La mia fede vacilla un attimo, ma è comunque grande: voglio continuare a credere che quel Dio, quello a cui sin da bambina mi rivolgo, esista realmente. Devo solo compiere un passo in avanti, un passo che, malgrado tutto, mi spaventa: capire che, purtroppo, sono gli uomini che lo rappresentano ad essere, decisamente, sempre più sbagliati. O forse, ad essere sempre più sbagliato, è solo questo misero mondo. Un mondo di cui oggi, Dio, miseramente ti chiedo perdono.

http://www.orticalab.it/La-mia-fede-e-quel-prete-pedofilo

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