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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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“Molti vescovi hanno avuto troppa fiducia nei preti pedofili”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
6 Marzo 2016
in Città del Vaticano
Reading Time: 7 mins read
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Intervista con il cardinale George Pell, dopo le quattro audizioni notturne in video-collegamento con la Royal Commission del governo australiano che indaga sugli abusi sui minori commessi da sacerdoti e religiosi.

Il cardinale George Pell ha il volto provato. Non è stata una settimana facile per il «ministro dell’Economia» vaticana. I fantasmi di un lontano passato, le ferite ancora aperte nell’anima delle vittime dei preti pedofili, gli insabbiamenti e le coperture avvenute nelle diocesi di Ballarat e Melbourne negli anni Settanta e Ottanta, hanno tenuto inchiodato il porporato con il fisico da rugbista per ore sulla sedia, tempestato dalle puntuali domande della Royal Commission del governo australiano che indaga sugli abusi sui minori commessi da preti e religiosi. Quattro audizioni notturne in videoconferenza collegato dall’hotel Quirinale di Roma, perché motivi di salute gli hanno impedito di affrontare il lungo viaggio transoceanico. Una distanza che ha amplificato l’eco mediatica di ogni sua deposizione. In questa intervista il cardinale Pell racconta come ha vissuto questi giorni.

Che cosa ha significato per Lei, dal punto di vista umano, l’esperienza di questa deposizione in videoconferenza? È stato difficile?

«Le audizioni sono state difficili e impegnative, ma il procedimento non riguarda me, l’assoluta priorità è assistere, rispettare e aiutare i sopravvissuti. Il modo migliore è dire la verità ed è quello che io ho fatto. Le audizioni si sono tenute tardi di notte e nelle prime ore della mattina e dopo quattro nottate io sono un po’ stanco».

Come definirebbe il suo atteggiamento e il suo comportamento all’epoca dei fatti di Ballarat e di Melbourne? Lei ha respinto ogni accusa di coinvolgimento nella cattiva gestione dei casi di abuso: ma ha qualcosa da rimproverarsi o della quale si è pentito?

«È importante comprendere che la Chiesa in Australia ha riconosciuto e radicalmente migliorato più di vent’anni fa il modo di rispondere agli abusi sessuali sui bambini. Sono contento di aver avuto un ruolo significativo nello stabilire un nuovo sistema indipendente a Melbourne, “The Melbourne Response”. Questo programma è composto da tre punti: un’indagine indipendente e una valutazione di ogni accusa da parte di un avvocato con anzianità ed esperienza; tutto il sostegno e l’ascolto possibile per tutti i sopravvissuti senza distinzioni; il risarcimento, con un comitato che valuta i pagamenti necessari per assistere le vittime.

Il mio ruolo e il mio comportamento da arcivescovo di Sidney e di Melbourne sono stati esaminati dalla Royal Commissione e da una speciale inchiesta parlamentare. Le conclusioni che sono emerse finora rispecchiano la testimonianza che ho dato e io sono contento di questo. Ciò che si sta ancora discutendo in queste audizioni della Royal Commission riguarda il modo in cui la Chiesa ha trattato gli abusi sui minori 30 o 40 anni fa. In quel tempo la Chiesa aveva poche procedure e purtroppo, troppe volte, gli autori dei crimini sono stati trasferiti e i loro misfatti sono stati coperti. Naturalmente, a quel tempo, si parlava molto meno di questi temi e c’era una specie di velo di silenzio. Per quanto riguarda il mio contributo, come molti altri nella comunità cattolica, avrei voluto che si fosse fatto molto di più. Sono stato un po’ passivo e un po’ scettico rispetto ad alcune delle accuse».

Nell’ultima audizione lei ha raccontato di aver ricevuto notizie sui comportamenti scorretti di un insegnante dei Fratelli Cristiani: che cosa ha fatto? Perché allora non ha fatto di più?

«La risposta a questa domanda è stata fornita interamente durante l’ultima audizione ed è importante capire il contesto. Io ero prete da poco in quell’epoca, e sebbene io fossi vicario episcopale, questo era un ruolo consultivo per il vescovo e riguardava l’educazione nella diocesi: non era un ruolo esecutivo. La notizia mi arrivò da un giovane e io riferii la circostanza al cappellano della scuola. Io mi fidavo del suo giudizio, gli credevo e inoltre ritenevo che quando lui l’ha riferito ai Fratelli Cristiani anche loro fossero capaci di affrontare questi casi. In effetti quel “fratello” insegnante venne rimosso. Il mio comportamento era del tutto coerente con il mio essere un giovane prete in quel momento. Chiaramente ora, potendo guardare con maggiore chiarezza a quei fatti con le informazioni di cui dispongo, avrei voluto fare di più. È una tragedia terribile e mi dispiace davvero tanto per tutti quelli che hanno subito questi crimini».

I casi esaminati dalla Royal Commission australiana non sono diversi da quelli accaduti negli Stati Uniti o in Europa: vescovi che invece di tutelare le vittime, hanno tutelato i carnefici. Perché secondo lei c’era questa mentalità?

«A quel tempo, almeno nel mondo anglosassone, noi capivamo con molta meno chiarezza certi aspetti dell’abuso sui minori. Non comprendevamo il danno tremendo alle vittime degli abusi clericali. I vescovi e forse anche i medici specialisti e la polizia, non erano coscienti dei comportamenti nascosti e ripetitivi di molti pedofili. La Royal Commission, che sta valutando la risposta delle istituzioni australiane, comprese le istituzioni religiose governative, sta dimostrando che questi errori di valutazione erano ampiamente diffusi in tutta la società australiana del tempo. Forse bisogna anche dire che molti vescovi avevano troppa fiducia nella capacità dei loro preti di correggersi e si sottovalutava la probabilità che ricadessero nei loro crimini».

La Chiesa oggi è in grado di affrontare e di controllare questo fenomeno? Bastano le norme – durissime – e le nuove leggi? Oppure occorre cambiare la cultura e la mentalità?

«In Australia i cambiamenti che io e altri vescovi abbiamo introdotto vent’anni fa hanno radicalmente cambiato l’approccio alla prevenzione del fenomeno e il modo in cui la Chiesa risponde alle vittime. Il cambiamento ha avuto un effetto significativo nel ridurre il numero degli abusi sessuali all’interno della Chiesa, assicurando che quando questi crimini accadono, vengono affrontati per ciò che sono, e gestiti con trasparenza e in collaborazione con le autorità civili. Questi cambiamenti includono una più rigorosa valutazione nella selezione e nella formazione dei seminaristi. Noi dobbiamo continuare a fare tutto ciò che possiamo per far sì che questi terribili crimini non riaccadano. Nella Chiesa in generale, sarebbe giusto dire che la cultura, le norme e anche la prassi variano da cultura a cultura e da paese a paese. La Pontificia commissione per la protezione dei minori prende in considerazione in modo attivo tutte queste questioni e sta già lavorando per diffondere una migliore conoscenza delle procedure richieste e dei bisogni delle vittime in tutto il mondo. La cosa più importante è di avere protocolli chiari, pubblicamente riconosciuti e costantemente applicati. Questo naturalmente crea un cambiamento nel clima in tutta la comunità ed è chiaro che la capacità di governo dei vescovi e dei superiori religiosi è fondamentale».

Come ha vissuto la sofferenza delle vittime? Lei si è detto disponibile a incontrarle: che cosa vorrebbe poter dire loro?

«Giovedì scorso ho incontrato una dozzina di vittime di Ballarat, insieme alle persone che li assistono, e ho ascoltato le loro storie e le loro sofferenze. È stata molto dura, un incontro onesto e in certi momenti commovente. Io sono impegnato a lavorare con le vittime di Ballarat e delle zone circostanti. Conoscevo molte delle loro famiglie e conosco la bontà di tante persone della comunità Ballarat, questa bontà non viene cancellata dal male commesso. Noi tutti vogliamo migliorare le cose, specialmente per le vittime e le loro famiglie e io intendo continuare ad aiutare il gruppo a lavorare in modo efficace con i comitati e le agenzie che abbiamo a Roma e in particolare con la Commissione Pontificia per la protezione dei minori. Anche un solo suicidio è troppo, e ci sono stati tanti tragici suicidi. Io mi impegno a lavorare con i gruppi per cercare di fermare questo affinché il suicidio non sia considerato come una scelta possibile. Nel corso degli anni ho conosciuto tante vittime. Quando le incontro, la mia priorità non è dire loro qualcosa, ma ascoltare le loro storie e ascoltare con empatia, spiegando loro i passi che la Chiesa sta compiendo per prevenire la ripetizione di questi crimini. È importante che capiscano che crediamo a loro. Io non posso provare la loro sofferenza, ma sono ben cosciente di ciò che provano. Ho letto tanti di questi rapporti sulle loro sofferenze e ciò è stato davvero angosciante per me. La Chiesa deve dotarsi di servizi di assistenza psicologica per aiutare le vittime a portare il peso della loro sofferenza e per me questa è stata sempre una priorità. Non posso promettere l’impossibile. Noi tutti sappiamo quanto difficile è portare tutto questo a compimento. Ma, come il Santo Padre, mi impegno a fare ciò che possiamo per aiutare la guarigione delle vittime della piaga degli abusi sessuali sui minori e per assicurare che ci siano procedure per prevenire la ripetizione di questi crimini. Giovedì scorso, all’incontro con le vittime, mi sono impegnato ad aiutare i sopravvissuti di Ballarat e a mettere in campo risorse per aiutare le vittime e per realizzare un centro di ricerca per migliorare l’ascolto e studiare metodi di prevenzione. Il progetto è ancora allo stato embrionale, e dobbiamo ancora discutere nel dettaglio la questione con le vittime ma giusto ieri l’Università Cattolica dell’Australia si è impegnata in linea di principio ad aiutare questa importante iniziativa, e a farlo presto».

Il Papa tornando dal Messico ha definito «sacrifici diabolici» quelli compiuti dai sacerdoti che hanno abusato di minori e ha anche detto che un vescovo il quale si limita a spostare un prete pedofilo da una parrocchia all’altra non è adatto all’incarico: che cosa ne pensa? Può spiegare che significato hanno le parole che Lei ha usato dichiarando di avere «il sostegno del Papa»? Ne avete parlato? Che cosa le ha detto?

«Il Papa è stato sempre un sostenitore delle vittime e sa che questa è anche la mia ferma posizione. Il Santo Padre capisce che io condivido il suo impegno a proteggere i giovani e ad aiutare i sopravvissuti. Nella Chiesa non c’è spazio per preti o religiosi pedofili. Ho parlato su questo con il Papa in varie occasioni e ho fatto in modo che lui continui a essere informato. Ogni giorno ho mandato al Papa e alla Segreteria di Stato una sintesi delle audizioni della Royal Commission. Quando il Santo Padre dice che io ho il suo sostegno, si rende conto naturalmente che appoggiandomi lui sostiene il lavoro che ho fatto e continuo a fare con le vittime. Quando avvenivano le prime sessioni sul caso Ballarat, e riemergevano le accuse che avevano ricevuto regolare risposta durante gli anni, il Papa mi ha telefonato, mentre mi trovavo in Croazia, per comunicarmi il suo appoggio. Gli sono profondamente grato per questo sostegno e per la sua lealtà».

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