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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Siti: “Ho creduto che don Milani somigliasse al mio prete pedofilo”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
21 Aprile 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 7 mins read
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Dopo giorni di polemiche parla l’autore di “Bruciare tutto”

di DARIO OLIVERO

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ROMA – “Come per Flaubert Madame Bovary c’est moi, don Leo c’est moi”. E don Leo, il prete pedofilo protagonista dell’ultimo romanzo di Walter Siti “Bruciare tutto”, “forse forzando l’interpretazione” assomiglia a don Milani a cui il libro è dedicato: “Perché – spiega Siti, citando a modo suo alcune lettere scritte dal sacerdote di Barbiana – mi è parso che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi”. Don Milani potenziale pedofilo, allora? “Ma se ho sbagliato l’interpretazione, allora la dedica è fuori bersaglio”.

Siti, premio Strega, autore di libri come Troppi paradisi e Il contagio, è uno dei più prestigiosi collaboratori di questo giornale. La settimana scorsa Repubblica ha stroncato Bruciare tutto. Per giorni la critica si è divisa tra difensori del diritto della letteratura di poter trattare qualsiasi argomento e lettori disgustati. Si è assistito a una guerra per bande sui social scattata quando il libro non era ancora arrivato in libreria e quindi non ancora letto. Si è assistito a un linciaggio sul web nei confronti dell’autrice della recensione accusata, quando non insultata con una innegabile dose di sessismo, di non essere una critica letteraria, ma una “moralista”. Ci si è chiesto se fosse accettabile oltreché verosimile la storia di un bambino che – viste respinte le sue avance sessuali dal sacerdote – si uccide. Si è discusso della conseguenza filosofica: meglio non salvare la propria anima che permettere la morte di un innocente, meglio pedofili che assassini. Ma la questione che, salvo rare eccezioni, non è stata affrontata come se fosse un rimosso o un quesito senza diritto di cittadinanza quando ci si occupi di critica letteraria è quella relativa a don Milani, di cui ricorre proprio tra poche settimane il cinquantesimo anniversario della morte. Perché un libro su un prete pedofilo è dedicato al prete di Barbiana? In questa intervista Siti ammette di aver “forse” forzato l’interpretazione di alcune lettere in cui il linguaggio di Milani è al solito crudo e paradossale. Ora vedremo se la casa editrice Rizzoli, fragorosamente silente fino a oggi, deciderà se è il caso di mantenerla e se sentirà il bisogno di discuterne con l’autore.

Si aspettava questa reazione al suo romanzo?
“La temevo, l’ho anche anticipato in una nota del libro”.

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La letteratura non si giudica in termini etici, ma solo artistici. Lei pensa di avere scritto un bel libro?
“Se non lo pensassi non lo avrei pubblicato, mi creda”.

Se le dicessi che il suo personaggio non è credibile, che mai ci si immedesima nei suoi tormenti, che i suoi conflitti sono da laboratorio?
“Vediamo: i “conflitti” in cui don Leo si dibatte sono molti e diversi. Il primo è quello tra una religione accomodante, che facilita la conciliazione dei fedeli col consumismo, e una religione spietata, che esige dai fedeli anche il disumano. Il secondo conflitto è quello, vecchio quanto la Chiesa, tra una teologia ostile all’umanesimo e una che vuole conciliare in Cristo le due nature, scoprendo nella fede l’esaltazione e il culmine dell’umanesimo e dell’arte. Il terzo è quello più privato, tra un desiderio ossessivo da cui non riesce a distogliersi e la ferma decisione di reprimerlo ad ogni costo; contraddizione tra un’indole che ama la vita e un Dio che lo costringe a temerla. Quarto, e forse non ultimo, quello tra il non poter fare a meno di Dio e la voglia di bestemmiarlo. Nessuno di questi conflitti mi pare “da laboratorio”, e non mi pare impossibile identificarvisi”.

Un critico ha detto che il suo libro è pieno di luoghi comuni e mal scritto.
“Fortunatamente altri critici non la pensano così”.

Michela Marzano ha scritto su “Repubblica” che la debolezza del suo romanzo è anche che si tratta di un libro a tesi.
“Ci sono romanzi a tesi che sono ottima letteratura, penso al Candido di Voltaire o alla Fattoria degli animali di Orwell. Ma non credo che il mio sia un romanzo a tesi (e quale sarebbe la tesi, poi?)”.

Che è meglio cedere al desiderio pedofilo che resistere e provocare la morte di un bambino che si sente rifiutato.
“Ma Leo non nutre nessun desiderio pedofilo nei confronti di Andrea: si trattava semmai di permettere al bambino un minimo gesto, e spiegargli con dolcezza che una carezza affettuosa sarebbe stata meglio; Leo però è spaventato dai discorsi che gli hanno fatto altri personaggi e risponde con una frase troppo dura. Non c’è tesi, c’è intreccio. Il legame narrativo tra Leo, che mette a rischio la sua vita fisica all’inizio e non riesce a mettere a rischio la sua vita eterna alla fine, mi è arrivato, s’immagini, da una analoga soluzione narrativa in Ragazzi di vita”.

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Lei scrive nelle note finali al libro di avere costruito il suo personaggio dall’esterno non avendo lei il dono della fede. Ma non è questo il compito di un romanziere? Sapere inventare vite che non sono la sua?
“Infatti: Flaubert costruisce Emma dall’esterno, a partire da un fatto di cronaca, perché non è lui stesso una signora sposata scontenta del marito. Leo c’est moi, mi sembra evidente”.

La trama sembra ricalcata su “Corydon” di Gide: un adulto che rifiuta le avance di un bambino, il bambino che si uccide. È così?
“Non ho pensato al Corydon; ho avuto invece molto presente l’episodio della bambina suicida nei Demoni, e il suicidio del bambino in Giuda l’oscuro di Hardy”.

Mi scusi, nei “Demoni” la bambina si uccide dopo essere stata violentata da Stavroghin. È la storia opposta.
“Avevo in mente il momento in cui, prima che Stavroghin compia il suo orribile proposito, è la bambina che spontaneamente gli butta le braccia al collo e lo bacia furiosamente. Si tratta di uno dei vertici della letteratura mondiale, con cui nessun confronto è possibile”.

Lei però lo ha ambientato nella chiesa. Scandalo garantito, copie garantite?
“Questa storia delle copie è l’unica che mi fa un poco arrabbiare; ho 70 anni, mai mi sono occupato del successo materiale di un mio libro, non sono fatto così. Mi permetta un poco di stupore per questa concentrazione assoluta della polemica sul quinto e sul nono capitolo; anch’io, ricordo, saltavo le descrizioni di Parigi in Tropico del cancro e andavo dritto ai fatti sessuali, ma avevo dodici anni “.

Anche lei come Gide e Foucault pensa che la legge non può ostacolare un desiderio?
“Penso che fin che un desiderio non danneggia gli altri, la legge non ha niente a che farci; ma se la realizzazione di questo desiderio fa danni, la legge è obbligata a intervenire. La pedofilia, in quanto “filia”, cioè desiderio, non è reato; molestare i bambini lo è”.

Già in greco antico il verbo paidofiléo è sinonimo di paiderastéo (ossia descrive l’atto sessuale tra un adulto e un bambino). E in ogni caso Pais era l’adolescente, non il bambino prepubere.
“Volevo solo dire che il suffisso italiano “filia” indica una passione, e le passioni senza attuazione pratica non sono sanzionabili per legge”.

Un’ampia letteratura psicanalitica sostiene che c’è una differenza abissale tra il fatto che il bambino chieda affetto e protezione e il pedofilo che lo trasforma in desiderio. Si chiama perversione. Che cosa ne pensa?
“I bambini conoscono bene il desiderio, o la libido, come la chiamerebbe uno psicanalista; e il primo a parlare di “perversione polimorfa” nei bambini è stato proprio Freud”.

Ma si tratta della teoria dello sviluppo sessuale, precede la pubertà e la fase genitale. Come può essere paragonato al desiderio dell’adulto?
“Non paragono: dico solo, e posso testimoniarlo personalmente, che alcuni bambini possono nutrire un desiderio apertamente sessuale nei confronti di adulti inconsapevoli”.

Che cosa ha pensato mentre scriveva le pagine sulle foto del piccolo Aylan trovato morto su una spiaggia, l’apologia della pedofilia del prete anziano o la scena di abuso di don Leo verso un ragazzino?
“Sono tre passi molto diversi: nel primo caso ero soffocato, come Leo, dall’indignazione per l’uso “pornografico” che di quella foto si era fatto sui media. L’episodio del prete che diventa pazzo è la trascrizione fedele di un “decalogo del perfetto pedofilo” che avevo letto sul deep web, e da cui ero uscito come se mi avessero picchiato di brutto. La scena dell’atto d’amore tra Leo e Massimo è filata via liscia, l’ho pensata con molta castità”.

Castità? In che senso?
“Castità stilistica: mi è venuta raccontata con molta naturalezza e, mi pare, senza compiacimenti “.

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Che cosa vuol dire la dedica: all’ombra ferita e forte di don Milani?
“Tutto nasce, mentre stavo covando il libro, dall’aver letto in un vecchio e quasi introvabile libro di Santoni Rugiu (Il buio della libertà, De Donato-Lerici 2002) alcune frasi dell’epistolario di don Milani, che ora dovrebbero figurare nel Meridiano di prossima uscita: “E so che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)” – e poco più avanti, in una lettera a un giornalista poi suo biografo: “E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno ?” – già anni prima in una lettera a un amico, aveva scritto: “Vita spirituale? Ma sai in che consiste oggi per me? Nel tenere le mani a posto”. Forse forzando l’interpretazione, mi è parso che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi, e ho trovato eroica la sua capacità di tenersi tutto dentro il cuore e i nervi, senza mai scandalizzarne nessuno. La dedica è un modo per dichiarare la mia stima e la mia ammirazione profonda per lui”.

La lettera a cui si riferisce era a Giorgio Pecorini, che stava facendo un’inchiesta su scuola confessionale e scuola laica. Don Milani, con il suo linguaggio sempre ai limiti del paradosso rispondeva che la distinzione era fasulla e che la base pedagogica dovesse essere l’amore. E lui di amore ne aveva così tanto che… E riguardo al tenere le mani a posto, nell’altra lettera nulla fa pensare che parlasse di bambini.
“Proprio per l’abitudine di don Milani di parlar franco e crudo, mi pareva che la precisione del lessico segnalasse che quei pensieri gli erano venuti alla mente; se ho sbagliato l’interpretazione, la dedica è fuori bersaglio”.

Ha ricalcato la figura di don Leo su quella di don Milani?

“No, gli ho solo rubato qualche frase”.

Perché ha scritto il libro? Per autoassolversi? Per sentirsi un martire come Pasolini?
“Mi spiace, non capisco la domanda “.

http://www.repubblica.it/cultura/2017/04/19/news/walter_siti_pedofilia-163415616/

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