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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Come la chiesa di Francesco, sulla pedofilia, ha sapientemente manipolato l’immaginario collettivo

Francesco Zanardi by Francesco Zanardi
7 Settembre 2019
in Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 6 mins read
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La tanto acclamata “Tolleranza zero”, il Motu proprio “Come una madre amorevole”, e l’ultimo emesso, il “VOS ESTIS LUX MUNDI”, documenti che nell’applicazione concreta, disattendono le aspettative di tutti.

Ma è davvero così o, forse, siamo noi che sbagliamo la chiave di lettura?

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Di Francesco Zanardi

Per falsare una chiave di lettura, bisogna creare un “pregiudizio” in chi legge condizionando così il punto di vista, in modo da fargli credere di leggere un testo che, in realtà, ai suoi occhi assume significato opposto a quello reale. L’astuzia più sublime poi, sta nel riuscire a fare in modo che questo “pregiudizio” si sviluppi autonomamente nei ragionamenti del lettore.

Vedremo ora come, negli ultimi anni, la chiesa abbia sapientemente instaurato nella mente di tutti noi, dei “pregiudizi” di base che ci porteranno a falsare la chiave di lettura che, quotidianamente, diamo alle iniziative che il Vaticano dice di voler portare avanti (oramai da 20 anni) per contrastare la pedofilia.

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Partiamo dall’etichetta che gli viene sapientemente data – “tutela dei minori e adulti vulnerabili” – ed immediatamente pensiamo a qualcosa di positivo in loro favore, qualcosa che li proteggerà e, dall’altra parte della medaglia, punirà chi fa loro del male.

Ecco creato un primo “pregiudizio”.

Se poi parliamo di “tribunali e processi canonici”, di “condanne ai sacerdoti molestatori e ai vescovi inadempienti”, il nostro precedente “pregiudizio” si consolida ulteriormente. L’analogia dei nomi delle Istituzioni vaticane, identici a quelli delle istituzioni civili, crea in noi un’aspettativa di giustizia per colui che ha subito il torto. L’aspettativa che abbiamo nelle istituzioni civili.

Bene, questa chiave di lettura è TOTALMENTE FALSA, vediamo il perché.

Intanto va detto che, a differenza dei tribunali civili, per i quali chi subisce l’abuso è vittima di un crimine contro la persona, per i tribunali canonici l’abuso sessuale è un delitto riconducibile al sesto comandamento, (non commettere atti impuri), un delitto dove la vittima di quello che per la chiesa è un grave affronto morale, è Dio, non colui che ha subito fisicamente la violenza.

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Per questo motivo ancora oggi la chiesa non ritiene di dover risarcire neppure la reale vittima, lo fa solo quando costretta dai tribunali. La vittima, nella sostanza, è colei che insieme al sacerdote ha commesso l’atto impuro. Nei vari Motu propri compreso l’ultimo, malgrado l’etichetta “tutela dei minori e adulti vulnerabili” con la quale vengono presentati, in realtà non vi è alcuna iniziativa in sostegno della vittima, tranne l’accoglienza, l’ascolto e l’assistenza spirituale. Per quella psicologica, si viene rimandati al Servizio Sanitario nazionale.

Come possiamo vedere, alla luce di questa piccola consapevolezza, la chiave di lettura iniziale è variata già di molto.

Pochi giorni fa, leggendo un commento di una collega che si domandava perché, malgrado il Motu proprio “Come una madre amorevole” e l’ultimo emesso il “VOS ESTIS LUX MUNDI”, che di fatto ha ridefinito tutte le precedenti leggi vaticane in materia di abuso sessuale da parte di membri del clero, per esempio nel caso di monsignor Mario Delpini, malgrado le sue comprovate omissioni, il papa abbia tuttavia proceduto alla sua promozione ad arcivescovo di Milano, anziché dimetterlo, “come ci si aspettava” dopo aver letto i due documenti.

Non ho virgolettato a caso “come ci si aspettava”. Qui siamo in presenza di un altro macroscopico errore nella chiave di lettura.

La collega identificava come “omissioni” il fatto che l’arcivescovo Delpini, non solo non avesse mai denunciato il sacerdote alla polizia, ma anche lo avesse spostato ben due volte.

Contestava nel suo scritto: “tra le «cause gravi» che il Diritto Canonico già prevede per la rimozione di un vescovo si annovera anche la negligenza rispetto ai casi di pedofilia”. “Qualcuno sa spiegare come mai – tecnicamente – non è stato applicato nei confronti del vescovo di Milano Mario Delpini?…”

Anche in questo caso, la chiave di lettura è totalmente errata grazie ai vari “pregiudizi” visti in precedenza, che si uniscono, questa volta, ad un errato punto di vista dal quale abbiamo dedotto le nostre aspettative. Aspettative che, adesso, risultano deludenti rispetto alla nostra errata interpretazione del Motu proprio.

Proviamo ora a fare lo stesso ragionamento, togliendo l’etichetta “tutela dei minori e adulti vulnerabili” e riportando semplicemente al nome originale i tribunali e processi della Santa Inquisizione.

Ora proviamo a leggere i testi dall’angolazione dello Stato del Vaticano, gli stessi documenti ai quali in precedenza, grazie al “pregiudizio”, avevamo dato un certo significato.

Precedentemente, pensando alla giustizia che si ottiene nei tribunali civili, avevamo dato per scontato che anche per quelli canonici la finalità fosse la stessa. Così, in molti non hanno neppure controllato. Se fossimo andati a leggere il Motu proprio “VOS ESTIS LUX MUNDI”, già all’articolo 1 viene stabilito “l’ambito di applicazione”: paragrafo a) “delitti contro il sesto comandamento del Decalogo”.

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Ci saremmo subito accorti, come ho detto in precedenza, che gli indirizzi su chi sia la reale vittima, sono diametralmente opposti e incompatibili con qualunque ordinamento civile. Inoltre non sono nemmeno equiparabili, la massima pena prevista dal Codice canonico in questi casi, non è il carcere, ma la sola riduzione dallo stato clericale. In parole povere fa si che un pedofilo che prima faceva di mestiere il sacerdote, resti un pedofilo libero, che  però non fa più il il sacerdote, quindi la chiesa, sperando non riemerga il passato, da qui in poi non si riterrà più responsabile.

Ci si sarebbe persino spiegati perché l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, anziché essere punito “come ci si aspettava”, è stato invece promosso. In questo caso, a creare il pregiudizio è stata l’angolazione dalla quale il Motu proprio è stato letto. Infatti qui stando al ragionamento fatto in chiave di lettura errata, viene contestata la negligenza dell’arcivescovo.

Negligenza che non c’è.

Ricordiamoci bene che le nostre aspettative, e le relative delusioni, derivano dai testi in forma di Motu Proprio e dalla nostra errata interpretazione, perché nel caso della gestione dei casi di violenza sessuale, il vescovo – come in questi casi tutti i membri del clero – agisce applicando una procedura interna, vincolata dall’obbligo del segreto pontificio.

La procedura stabilisce la gestione interna dei casi, non lasciando a chi li gestisce la facoltà di denunciare all’autorità civile. In questo caso sì: si violerebbe il segreto pontificio se si denunciasse all’autorità civile. La stessa procedura stabilisce che l’attendibilità delle accuse è a discrezione del vescovo che, eventualmente, ha la facoltà di procedere all’indagine e alla segnalazione.

Ora, dove sarebbe la negligenza che Delpini avrebbe commesso?

Secondo il Motu proprio non c’è. L’arcivescovo Mario Delpini ha seguito la procedura vaticana e lo ha ribadito – facendosi forte dei privilegi concessi dai Patti Lateranensi – persino quando è stato interrogato dalla polizia, ammettendo con tranquillità di essere stato informato dai suoi sottoposti e di aver deciso personalmente il trasferimento di don Mauro Galli, oggi condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi. L’arcivescovo Delpini, ha obbedito in modo esemplare a quelle che erano le direttive del Vaticano (oggi riconfermate nel VOS ESTIS LUX MUNDI), la promozione – anche se a dirlo viene la pelle d’oca – è stata un encomio per il suo operato e per la fedeltà resa alla chiesa cattolica.

Se poi la vittima non avesse denunciato all’autorità civile, il risultato sarebbe stato perfetto.

Se tuttavia riflettiamo un attimo, come si poteva mai credere che un papa punisse un suo ministro perché ha rispettato una sua legge ?

Non vi pare che sarebbe stata un’aberrazione giuridica ?

Zanardi

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Francesco Zanardi

Sopravvissuto agli abusi sessuali di un sacerdote, dal 2010 mi batto perchè non accada ad altri. Potevo ma non mi sono sentito di fare il giornalista, ho preferito rimanere un umile blogger, che vuole vivere degnamente la propria vita, illuminato dalla luce di una nobile causa. Fondatore e Presidente dell'unica Rete italiana di sopravvissuti agli abusi del clero, Rete L'ABUSO, riconosciuta dalle Nazioni Unite di Ginevra. Tra i fondatori di ECA Global, oggi presente in 42 paesi in quattro continenti.

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