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#ItalyChurchToo – COMUNICATO STAMPA – Primo report della CEI sugli abusi: dove sono giustizia e tutela delle vittime?

Parturient montes, nascetur ridiculus mus (La montagna ha le doglie e partorisce un topolino)

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Novembre 2022
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Il primo Report sugli abusi presentato dalla Conferenza episcopale italiana nasce gravemente compromesso e dimostra ancora una volta che la volontà di prendere le distanze dalla cultura dell’omertà e dell’insabbiamento non fa parte dell’agenda CEI.

Esso si concentra più che altro sulle iniziative di formazione messe in atto, pretendendo di realizzare misure preventive senza verità e senza giustizia per le vittime. Il dato di 89 vittime nel periodo 2020-2021 solo nei Centri d’ascolto diocesani, più che illuminare un angolo buio, oscura la piena portata della verità: quante sono le vittime reali, se è lo stesso Report ad ammettere la scarsa interazione dei Servizi diocesani con le istituzioni civili?

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Esso nasce compromesso perché l’approccio stesso della CEI rivela che nulla è cambiato sotto il profilo della ricerca di verità e giustizia. A chiarirlo limpidamente ancora una volta è lo stesso presidente del Servizio tutela minori della Cei mons. Lorenzo Ghizzoni, non solo durante la Conferenza stampa di presentazione del Report alla presenza dei giornalisti, il 17 novembre, ma soprattutto due giorni dopo, a un convegno più “protetto” della Diocesi di Roma presso la Pontificia Università Lateranense, dal titolo “Dalla parte delle vittime”.

Nel corso di questo convegno, infatti, mons. Ghizzoni

  • ha sparato a zero sulle commissioni indipendenti sul modello francese: «Non faremo proiezioni di dati o campionamenti come si fa in altre realtà ecclesiali, con cifre che piacciono a chi vuole seminare zizzania»;

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  • ha precisato che il caso di «un prete che abusa una sola volta perché magari ubriaco o perché provocato in situazioni provocanti» (sic) non è grave quanto quello di un abusatore seriale»;

  • ha aggiunto che gli enti indipendenti di ricerca «hanno fatto danni»;

  • ha ribadito che la CEI non costituirà «una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa»;

  • ha ridicolizzato l’iter di verità e giustizia affermando che alla CEI «non interessa mettere alla berlina preti e vescovi».

    Se la ricerca di giustizia, giusti processi e giuste condanne è percepita dai vescovi italiani in tal modo, si accentua la sensazione di trovarsi di fronte a una mera operazione di facciata.

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I DATI

  • Le cifre fornite nascondono una voragine prospettica; gravi le carenze nella base dati, ridicolo l’arco temporale di due anni e ancor più gravi le assenze, spesso ingiustificabili, come quella di quasi un quarto delle diocesi totali, ben sessanta, che non hanno dato risposte sulla propria attività.

  • Completamente omesso è nel Report l’ambito degli abusi nei confronti donne adulte e religiose e delle vittime di derive settarie.

  • Non sorprende che dei già pochi 90 Centri d’ascolto esistenti (che coprono solo il 70% delle diocesi) solo 30 abbiano ricevuto segnalazioni di abusi: una dimostrazione del fatto – già contestato da #ItalyChurchToo – che questo organismo non presenta le caratteristiche di terzietà atte a mettere la vittima nelle condizioni di denunciare in modo agevole e sereno.

  • La base temporale presa in considerazione dal Report – 2020-2021 – è del tutto insufficiente: ci si aspettava già da ora almeno i dati relativi agli ultimi 20 anni in possesso del Dicastero per la Dottrina della Fede, promessi lo scorso maggio, ma si è appreso che solo ora la CEI starebbe mettendo a punto il relativo protocollo di collaborazione. Per contro si apprende – in modo del tutto fortuito e non previsto, solo grazie alla domanda di un giornalista – un dato rilevante non espresso nel Report, relativo al numero di 613 fascicoli depositati dalle diocesi in Vaticano in vent’anni.

GLI ALIBI

È apparsa vistosa, alla conferenza stampa, l’assenza del cardinale Zuppi: proprio lui, che si era impegnato personalmente, da neopresidente della CEI, all’attenzione alle vittime e a portare avanti un dialogo con esse: se tale dialogo è stato avviato ma poi è cessato perché venuta meno la sua dimensione puramente confidenziale, come puntualizzato da Ghizzoni, è lecito chiedersi quale fosse, nelle premesse, la sua valenza politica e il suo senso profondo.

Si persiste con il non rendere obbligatoria la denuncia alle autorità civili da parte della struttura ecclesiastica, rimandando tale compito solo alla vittima, dalla quale ci si premura di raccogliere una dichiarazione impegnativa nel caso di rinuncia: un atto di malcelata autoprotezione che, in definitiva, mette a repentaglio le vittime, fornendo al vescovo l’alibi di aver esortato la vittima a sporgere denuncia. Ma il documento potrebbe avere rilevanza probatoria ed essere utilizzata in sede processuale civile, penale e canonica a vantaggio del presunto abusante allo scopo di screditare la vittima che in seguito decida di rivolgersi alle autorità civili.

Viene poi vantata la partecipazione della Chiesa italiana all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile afferente al Ministero della Famiglia – della cui attività in questi anni non si hanno notizie – in veste di osservatore permanente sul fenomeno degli abusi nella società, quando invece dovrebbe essere messa sotto osservazione da enti terzi. Il patto scellerato di connivenza c’è ed è funzionale a dissimulare le disuguaglianze, oggi più che in passato. La lotta deve convergere con il movimento per i diritti civili, l’affermazione della parità di genere e dei princìpi costituzionalmente garantiti almeno sulla carta.

E LE VITTIME?

In tutto questo, dove sono le vittime? Risibili sono le «numerose opzioni» di accompagnamento offerte loro: tra di esse spiccano, per frequenza (ma senza raggiungere nemmeno la metà dei casi), quelli che appaiono in realtà prerequisiti: informazioni e aggiornamenti sull’iter della pratica e incontri con il vescovo. Per i presunti autori degli abusi, «percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico”, ma senza il necessario iter giuridico.

Nel Report, poi, non si trova nemmeno una volta il termine “risarcimento”, passaggio doveroso nel percorso di riconoscimento delle responsabilità. Ma mons. Ghizzoni, al convegno “Dalla parte delle vittime” del 19 novembre, ha ribadito che risarcire non spetta alla Chiesa, semmai ai responsabili degli abusi nel momento in cui vengono condannati dalla magistratura civile. Un atteggiamento opaco e pilatesco, con cui si rimanda allo Stato la presa in carico dell’aspetto finanziario.

Dal raffronto con quanto hanno posto in essere le Conferenze episcopali di altri Paesi (Francia, Germania e molti altri, come ben noto), la posizione, l’approccio e la dignità della Chiesa italiana escono demoliti e privi di credibilità. L’atteggiamento della gerarchia è disarmante e per nulla evangelico! Non basta che la Chiesa si spenda sui grandi temi che in fondo non la pongono in contrasto puntuale con la realtà nazionale e costano poco in termini di autocritica e di lavoro per recuperare credibilità. Quale il clericalismo da combattere? Quale la giustizia da praticare ? Quali verità da conseguire?

Con la schiena dritta #ItalyChurchToo rinnova le sue pressanti richieste. In particolare:

  • creazione di commissioni indipendenti ed esterne da parte dello Stato e della Chiesa;

  • totale messa a disposizione degli archivi diocesani e di ogni istituzione della Chiesa;

  • individuazione e allontanamento immediato di chi ha omesso e coperto

  • denuncia all’autorità giudiziaria dei presunti colpevoli

  • ampliamento alla Chiesa della richiesta del certificato antipedofilia previsto dalla Convenzione di Lanzarote per tutti coloro (educatori, volontari, ecc.) che entrano in contatto con i minori anche, ovviamente, all’interno delle strutture ecclesiali.

Così non si va da nessuna parte: non si può fare prevenzione senza prima fare verità e giustizia.

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