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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Mons. Delpini tentò di insabbiare l’abuso sessuale di don Mauro Galli: Papa Francesco fino a quando potrà ignorare il caso?

Redazione WebNews by Redazione WebNews
21 Ottobre 2018
in Lombardia
Reading Time: 6 mins read
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I familiari della vittima dell’abuso sessuale subìto da Alessandro Battaglia a Rozzano, nel 2011, da parte di don Mauro Galli, in questi anni hanno scritto decine di lettere a tutti i vertici della chiesa cattolica sia nella Diocesi di Milano che in Vaticano, includendo tra i destinatari anche direttamente il Santo Padre Papa Francesco. Per non lasciare nulla di intentato hanno deciso di affidare uno scritto molto dettagliato al quotidiano online “ilfattoquotidiano.it” destinato al Sommo Pontefice.

Una Lettera Aperta che ripercorre tutta la dolorosa vicenda intrisa di vergognose menzogne, depistaggi e coperture omertose, messe in opera da parte di alti prelati citati ad uno ad uno, per essere certi di raggiungere a qualunque costo papa Francesco.

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Analizzando la copiosa documentazione, la corrispondenza intercorsa, le risposte ufficiali fornite ai familiari dei più stretti collaboratori di Papa Francesco e tutti gli articoli di cronaca pubblicati da alcune testate giornalistiche come LaVerità, senza contare poi i servizi televisivi di Quarto Grado che hanno svelato un inquietante precedente e gli altri servizi televisivi delle diverse reti, senza contare il Dossier presentato dall’associazione Rete L’ABUSO alle Nazioni Unite e la relativa inchiesta avviata dall’ONU, l’esposto/denuncia da parte della medesima Associazione unitamente alla più ampia associazione internazionale ECA a cinque Procure della Repubblica Italiana, alle conferenze stampa internazionali, agli innumerevoli articoli scritti sul caso dalla stampa estera in decine di paesi nel mondo, è difficile ipotizzare che proprio solo il Pontefice potesse essere all’oscuro di tutto.

Se prima della nomina di mons. Delpini ad Arcivescovo di Milano, nel luglio 2017, e mons. Tremolada Vescovo di Brescia, i collaboratori di Francesco gli avessero raccontato un’altra “verità”, pur scrivendo essi stessi contemporaneamente ai familiari della vittima riferendo che le loro missive di denuncia erano lì giunte regolarmente e che tutto era in mano direttamente al Pontefice, ora, nel 2018, prima della nomina dello stesso mons. Delpini rappresentante del Sinodo dei Vescovi sui giovani (ottobre 2018) è davvero impossibile credere che ancora il Papa non sappia nulla.

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In particolare da quando è iniziato il processo penale a porte aperte (giugno 2017), che si è concluso in primo grado il 20 settembre 2018 con la condanna del prete a sei anni e quattro mesi, risulta difficile credere che in Vaticano ci sia ancora qualcuno che possa sostenere di non essere a conoscenza della denuncia che gli stessi familiari hanno fatto pervenire in Vaticano, già dal maggio 2015,  rispetto allo specifico comportamento omissivo dei due vescovi mons. Mario Delpini e mons. Pierantonio Tremolada.

L’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Cardinale Müller, già nel 2015 rispondeva in meno di 24 ore che avrebbe analizzato personalmente tutta la documentazione comprovante la fondatezza della esplicita denuncia.

Nella recente lettere aperta indirizzata a Papa Francesco, pubblicata da “ilfatto quotidiano.it” il 19 ottobre 2018, di seguito riportata (clicca qui – Lettera aperta a Papa Francesco), si leggono i nomi e i ruoli di alcune persone informate sui fatti a cui con fiducia i familiari si erano rivolti: “Caro Papa Francesco brevemente ti vogliamo raccontare, ancora una volta, l’ennesima volta, in cosa consiste la vicinanza che abbiamo avuto in questi anni, a partire dall’allora parroco don Carlo Mantegazza, al nuovo parroco don Roberto Soffientini, all’attuale Vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada all’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, al Cardinale Angelo Scola all’epoca Arcivescovo di Milano, a tutti i Vescovi, Cardinali, Monsignori, Nunzi Apostolici… a cui abbiamo scritto nelle diverse e più alte Istituzioni della Chiesa, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, all’attuale Prefetto e al precedente, al Segretario, ai diversi membri, al Tribunale Ecclesiastico, Giudici, Notai, Procuratori, al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, nelle sue più alte cariche, ai diversi Segretari di Stato che si sono susseguiti, alla Congregazione dei Vescovi e al suo Prefetto, al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, al Presidente per l’esame dei ricorsi della Congregazione per la Dottrina della Fede, al Prefetto della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, a tutti i suoi membri, ai tuoi Segretari, al Papa Emerito ecc. ecc.”

Oggi il Santo Padre non può più  sostenere di non sapere, oggi è venuto il tempo della coerenza, dei provvedimenti, è giunto il momento in cui la credibilità è messa alla prova nei fatti.

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Gli ultimi avvenimenti di questi giorni non lasciano ben sperare, tenendo conto che tutta la documentazione relativa alla denuncia esplicita sul caso Delpini e Tremolada è di competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede. A meno che il Santo Padre non decida personalmente di intervenire perché scopre, improvvisamente, di essere stato male informato dai suoi collaboratori come nel caso cileno del Vescovo Barros oggi sospeso.

Ma quanti maldestri collaboratori dovrebbero saltare?

Il Prefetto, Cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, a cui sono giunte ormai una decina di copie di tutto il dossier sul Caso Delpini, recapitato più volte sia dai familiari della vittima che da tutti gli uffici curiali da essi contattati, come confermato per iscritto anche dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, dai diversi Nunzi Apostolici, dallo stesso Cardinale Scola già nel 2015, dal Tribunale ecclesiastico ecc.: è di fatto colui (Il prefetto Cardinale Ladaria) che governa l’istituzione ecclesiastica preposta a giudicare l’operato dei Vescovi, l’eventuale condotta omissiva nei casi di abuso sessuale da parte di clerici a loro affidati.

Il Cardinale Ladaria è quindi la persona giusta che ha il dovere e la facoltà di decidere se “rinviare a giudizio” ecclesiastico i diversi vescovi denunciati come mons. Delpini e mons. Tremolada, colui che governa, che analizza le carte, le prove, i comportamenti ecc.

Lo stesso Cardinale però è da anni accusato di aver a sua volta esplicitamente insabbiato almeno un caso di pedofilia, quello relativo Vescovo Barbarin che chiedeva consiglio rispetto all’abuso di un sacerdote a lui affidato.

Il Vescovo Barbarin si era rivolto alla Congregazione per capire come comportarsi e il Cardinale Ladaria gli suggeriva scrivendogli di non dare pubblico scandalo insabbiando di fatto il caso.

La giustizia penale Francese da alcuni anni sta invano tentando di recapitare la convocazione a comparire in tribunale in quanto accusato per presunta complicità nell’insabbiamento.

Il Vaticano ha comunicato ufficialmente il 17 settembre 2018 alle autorità Francesi, in particolare al Ministero per gli affari Esteri in una nota resa pubblica il 18 ottobre 2018 da LaStampa Vatican Insider che il Vaticano, per il Cardinale Ladaria, ha invocato l’immunità diplomatica di cui gode il Cardinale stesso in quanto il  diritto internazionale riconosce «l’immunità penale ratione materiae agli agenti pubblici per atti compiuti in nome del sovrano Pontefice».

Pertanto il comportamento esercitato da sua Eccellenza mons. Ladaria, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, non può essere giudicato se semplicemente il Vaticano non ritiene sia il caso.

Questo significa che non importa la verità, non importa se tutto ciò è aberrante, se il Papa ha raccontato un sacco di storie sulla “Tolleranza Zero”, sul giudizio dei Vescovi definiti addirittura “Caca”, non importa se non c’è posto nella chiesa per chi abusa e per chi protegge gli abusatori qualunque grado gerarchico essi occupino nella nostra Madre Chiesa, come una Madre amorevole… (forse il Papa si era semplicemente dimenticato di specificare che questo era valido per tutti eccetto che per i diplomatici).

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Non importa se un Cardinale insabbia, o concorre ad insabbiare un caso di pedofilia: in quanto diplomatico può legittimamente farlo, esercitando il suo sacrosanto diritto di insabbiare e sottraendosi al giudizio, purché lo faccia in nome e per conto del Pontefice.

Alla luce di queste rassicuranti prese di posizioni ufficiali da parte del Vaticano, risulta difficile pensare che proprio il Cardinale Ladaria Ferrer decida di “rinviare a giudizio” il Vescovo Delpini o il Vescovo Tremolada che, per loro sfortuna, non potrebbero invocare e godere dell’immunità diplomatica, pertanto è certamente meglio non rispondere ad alcuna missiva.

Certamente più saggio non sottoporre nessuno al giudizio ecclesiastico mentre tutto questo, incredibilmente, avviene alla luce del sole senza che il Santo Padre Papa Francesco, che ora sa tutto, muova un dito, preferendo viceversa, nei fatti, optare per i proclami plateali, rivolgendo scuse quasi quotidiane alle vittime che sono stufe marce anche solo di sentirle pronunciare.

La Redazione

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